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Il viaggio di Yao: un road movie autentico, da leggere tra le righe

Il film con Omar Sy funziona soprattutto per quello che non dice esplicitamente, per il braccio di ferro tra ragioni personali e industria culturale. Al cinema.
di Roy Menarini

Il viaggio di Yao

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Omar Sy (43 anni) 20 gennaio 1978, Trappes (Francia) - Capricorno. Interpreta Seydou Tall nel film di Philippe Godeau Il viaggio di Yao.
giovedì 4 aprile 2019 - Focus

La cosiddetta cultura delle celebrità, oltre ad essere un fenomeno di costume e di circolazione del fatuo, è anche un sistema di valori simbolici in cui si giocano molte partite della contemporaneità. Persino in direzione politica e sociale. È il caso di Omar Sy, star nera francese che - grazie ai film in cui negozia la propria esistenza civica nella società dei bianchi - si pone come mito vivente interculturale. Se lo è, tuttavia, è perché l'attore di origine africana ce l'ha fatta, e dunque il successo (la celebrità, appunto) lo qualifica, lo rende vincente e gli fa scudo. Per quanti detrattori o invidiosi potranno circondarlo, la fama sarà sempre superiore. Finché dura. La sensazione è che Il viaggio di Yao sia dunque un film di compensazione rispetto alla minoranza dei contestatori, dove Sy cerca di ristabilire il contatto con la patria d'origine.

Poco importa che il Senegal messo in scena da Philippe Godeau rischi di apparire oleografico, con non pochi stereotipi continentali. In fondo, l'intero racconto è un lungo percorso per la risistemazione simbolica del suo attore protagonista, che ne diviene in qualche modo autore.
Roy Menarini

Tutto ruota intorno a un alter-ego di Omar Sy, un divo in cui è facile riconoscere l'interprete stesso. Anch'egli ha (come il protagonista) un papà operaio senegalese immigrato in Francia. Il Sy divenuto grande (ri)lava dunque i panni in Africa, e per farlo si fa nuovamente accompagnare - come in Famiglia all'improvviso - da un figlio acquisito. Là era un figlio biologico, capitato nella vita di una persona senza alcuna velleità paterna. Qui è un doppio del figlio "perduto", e rimasto con la madre separata in Francia. Quindi è al tempo stesso un sé stesso bambino e un'altra progenie, che prende vita correttamente nel Continente di origine.

Questo ragazzino ha sogni d'altri tempi: vuole fare l'astronauta, il palombaro, legge Verne e sbugiarda le comodità occidentali di un arricchito che in biblioteca non ci è mai entrato. Come a dire che l'avventura e l'immaginazione abitano dove l'universo non ha ancora accomodato le persone nelle uniche categorie di produttori e consumatori. Quanti bambini sognano oggi di andare su Marte? Quanti invece hanno aspirazioni ormai ridotte a ciò che passa il convento dell'immaginario?

Il viaggio di Yao, insomma, finisce con l'essere un racconto che funziona soprattutto per quello che c'è scritto tra le righe, per il braccio di ferro tra ragioni personali e industria culturale, per l'ennesimo riposizionamento della figura di Omar Sy. La bontà (il buonismo) di tanti suoi titoli si riconferma, come se ci fosse il disperato bisogno di rassicurare sui sentimenti pacifici del gigante sorridente, capace di scrollarsi di dosso la Banlieue. E anche se Sy non è certo un grande attore (caracolla per l'inquadratura senza saper che cosa fare del proprio corpo, né regge i primi piani se non fidandosi del suo sguardo infantile), questo diviene paradossalmente un ulteriore marchio di trasparenza e autenticità, evidentemente catturate e amate dal pubblico.

Un'ultima annotazione sulla struttura. Il road movie tra adulto e bambino continua a ritornare come strumento retorico di conoscenza del presente. Da Sole a catinelle a C'è tempo, anche il cinema italiano insiste sul viaggio anagrafico. Anche questo intriga, sospeso com'è tra strategia di mercato (la "familyzzazione" del cinema tutto) e ricerca di palingenesi. Ad altezza di bambino.


IL VIAGGIO DI YAO: CERCA UN CINEMA
In foto una scena del film Il viaggio di Yao.
In foto una scena del film Il viaggio di Yao.
In foto una scena del film Il viaggio di Yao.
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