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Ultimo aggiornamento venerdì 2 aprile 2021
Etienne, Mathias e Jean-Noel: tre giovani, Parigi, il cinema. In Italia al Box Office Un'educazione parigina ha incassato 1,3 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Etienne lascia Lione e la sua fidanzata Lucie per andare a Parigi a studiare cinema. Qui troverà un mondo a lui sconosciuto in cui dovrà decidere chi considerare amico e chi no. Anche sul versante amoroso gli si presenteranno occasioni che metteranno in discussione il suo rapporto con Lucie.
Jean Paul Civeyrac (classe 1964) affronta questo ultimo soggetto della sua ampia filmografia con uno spirito e un rigore cinefilo ma anche con lo sguardo su una generazione da lui cronologicamente lontana.
Il rischio poteva essere quello che ha corso, rimanendovi in parte connotato negativamente, Woody Allen con Un giorno di pioggia a New York: far parlare i giovani con un linguaggio che 9 volte su 10 non è e non può essere il loro. Oppure avrebbe potuto mostrare di possedere la capacità di 'leggerne' i pensieri così come faceva un maestro dal nome Eric Rohmer.
Essendo francese ed avendo avuto l'accortezza di narrare in parte se stesso (sia nei panni dello studente che in quelli del professore) in un mondo marcatamente intellettuale come è stato, è e sarà, quello degli studenti di cinematografia il problema è stato superato. Con in più l'accortezza di un titolo originale che al contempo contestualizza la provenienza di più d'uno dei protagonisti (la provincia) e rimanda per l'assonanza alle "Lettere provinciali" di Blaise Pascal citate e commentate nel film.
Il percorso di Etienne è irto di ostacoli sia sul piano della vocazione al 'fare cinema' sia su quello delle relazioni nei confronti delle quali è continuamente obbligato a scegliere così come tra una battuta o un'altra della sceneggiatura a cui sta lavorando. Civeyrac è consapevole di affrontare una materia già trattata dai Maestri e quindi non si nasconde dietro a pretesti.
Omaggia il Rohmer dei "Racconti morali" a partire da un funzionale bianco e nero, si ricorda di Garrel e anche di Truffaut fino ad osare una sorta di salto mortale all'indietro. Ci propone infatti Etienne e una sua coinquilina al cinema a vedere , ammirati, il capolavoro di un Maestro purtroppo non abbastanza noto: Il colore del melograno di Sergei Parajanov.
Il film è un trionfo di poesia, immaginazione e... colore. Vederlo sullo schermo in bianco e nero provoca un certo straniamento che però finisce con l'amalgamarsi con il disagio interiore che fatica a prendere posizione su quali scegliere tra le variazioni cromatiche che il cinema e la vita potrebbero mettergli a disposizione.
Il bianco e nero è garrelliano, un po' come la pesantezza dei corpi, che trascinano la loro fisicità per le strade di Parigi come se ogni passo fosse uno scontro perenne con l'irresolutezza del loro spirito. Con Un'educazione parigina Jean Paul Civeyrac fa il suo film più nouvelle vague, lui che della generazione francese dei registi cinquantenni è il più a latere, quello più introflesso, crepuscolare, [...] Vai alla recensione »