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Ultimo aggiornamento martedì 8 gennaio 2019
Un rinomato produttore cinematografico viene trovato morto nel fiume Tevere. I principali sospettati sono tre giovani aspiranti sceneggiatori. In Italia al Box Office Notti magiche ha incassato 1,3 milioni di euro .
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CONSIGLIATO NÌ
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Mondiali '90, Italia - Argentina, gli azzurri buttati fuori ai rigori, un uomo buttato nel Tevere a bordo di una macchina che non sa guidare. Produttore romano sull'orlo del fallimento, Leandro Saponaro è ripescato morto ma a ucciderlo non è stata l'acqua e nemmeno l'impatto. Giusy Fusacchia, ragazza coccodè e amante del Saponaro, giura che ad ammazzarlo sono stati tre aspiranti sceneggiatori: Eugenia Malaspina, Antonio Scordia, Luciano Ambrogi. Finalisti del Premio Solinas, i ragazzi si sono conosciuti pochi giorni prima a Roma in occasione della cerimonia. Eugenia è una ricca borghese ipocondriaca che odia il padre e ama un divo francese, Antonio è un messinese colto e formale come lo stile del suo soggetto (Antonello da Messina), Luciano è un baldo scriteriato che viene da Piombino. Ospiti per qualche giorno nella grande casa di Eugenia, che non vuole dormire sola, entrano nel mondo del cinema dalla porta d'ingresso, frequentando tutta la filiera e sognando di scrivere la sceneggiatura della vita. Finiranno invece al comando dei carabinieri a raccontare la loro versione dei fatti.
Dopo aver filmato l'America per la prima volta, in fuga tra Detroit e la Florida (Ella & John), Paolo Virzì ripiega in patria e firma una commedia gialla tesa a osservare l'intreccio profondo tra esistenze individuali e storia collettiva.
Attento soprattutto all'incidenza dell'ultima sulla vita del singolo, Virzì sceglie la risorsa del fuori campo anche per delineare il rapporto dialettico tra la calcistica giornata della polis e quella particolare della storia privata. La notte magica cantata da Gianna Nannini e auspicata dal tifoso italiano volge nella notte degli errori e propone un rendez-vous con la memoria, quella dell'autore e della sua generazione ma anche quella dello spettatore davanti all'eterno ritorno di un trio che avevamo tanto amato (Vittorio Gassman, Stefano Satta Flores, Nino Manfredi). Eugenia, Antonio e Luciano, esageratamente tipizzati, come a esibire un desiderio di fiction anziché di realismo, sono il residuo di quelle icone trasformate in lucciole fragili, (in)dimenticate e vibranti dentro una notte di scacco disegnata dal regista sulla locandina. Declinato al passato prossimo, Notti magiche mostra, in maniera instabile e con risultati variabili, che tutto quello che ha contato per noi è destinato a sparire, condannato a farsi rovina.
Questa elegia del cinema, che banchetta al "Re della mezza porzione abbondante", fa il punto su e dà commiato a un decennio affollato da veterani ed esordienti. Ficcato al debutto degli anni Novanta, il film di Virzì individua alcune delle tensioni dinamiche che stavano rivoluzionando gli scenari estetici: la ricomposizione del cinema italiano per aree geografiche (nello specifico l'area romana, siciliana e toscana), la creazione di conseguenza di un nuovo immaginario collettivo legato alla provincia italiana (la sequenza del ritorno di Luciano a Piombino), il crepuscolo dei padri fondatori (la silhouette di Fellini e i residui essenziali del suo cinema, il pozzo e la 'passerella di addio' di 8 1/2), la nascita di una generazione 'orfana' (lo sconforto delle nuove leve private dei maestri che sovente restano al palo, incapaci di interpretare la nuova realtà a-ideologica e globalizzante), il contributo degli sceneggiatori eredi della grande commedia all'italiana che legano il proprio retroterra culturale al 'nuovo cinema' (il laboratorio di Fulvio Zappellini), l'accentuazione di una comicità di facile resa e bassa qualità figliastra della commedia all'italiana (la ragazza coccodè, merce in grado di coprire un potenziale cinema medio), l'influenza dell'universo televisivo sul gusto (la sceneggiatura vincitrice su Antonello da Messina svenduta a puntate).
La riflessione metalinguistica di Paolo Virzì, il ricorso all'autoreferenzialità, se da una parte suggerisce un'impotenza a raccontare storie nuove, dall'altra offre la possibilità di un ragionamento sul mezzo stesso. Da sempre il film sul film è il sintomo di una crisi, della ricerca di una nuova identità, ce lo auguriamo, che quella precedente pare perduta tra le stazioni sentimentali di un road movie di fine vita e le tappe di un nomadismo creativo affogato nel Tevere. Un corto inciso nelle esistenze dei tre protagonisti, destinato a essere presto chiuso, come l'appartamento in cui dormono, vegliano e scrivono.
È un film imperfetto Notti magiche, che si interrompe, che alterna i poli come la corrente elettrica, illuminandosi fulmineamente e spegnendosi bruscamente, indossando l'abito buono della gioventù (il film si accende quando Virzì torna nella sua provincia) in una sorta di com'eravamo rievocato sopra le righe e con un cast di giovani attori stonati che prevaricano i rispettivi personaggi. Giallo e tragicomico si combinano con le interpretazioni senza filtro e colore che implorano lo sguardo di un'anima caritatevole che possa ripescarle dal naufragio in cui soccombe nella finzione il Saponaro di Giancarlo Giannini.
Archiviati i personaggi pazzi d'amore e folli di dolore, i figli con la vita davanti e quelli col passato interrotto, consumati i baci e gli abbracci, il capitale umano e i santi giorni, l'autore sceglie tre dreamers che provano a definire la propria identità, individuale e collettiva, in funzione del loro rapporto coi sogni. Ma negli anni Novanta, inaugurati dal rigore sbagliato di Donadoni e Serena, non è più il cinema a generare i sogni, a nutrirli, a concimarli, a renderli possibili. Virzì lo sa, lo sa bene e ritorna alla notte del 'delitto', quando il cinema ha smesso di essere il mondo tout court. Da Truffaut e Scola riprende l'idea della triangolazione come struttura relazionale che lega i percorsi affettivi e sentimentali dei protagonisti ma non c'è vitalità né allegria nel rapporto che li lega, non c'è la forza comica, la verve dei dialoghi, sovente paternalistici, soltanto la carica distruttiva di vite che ripiegano su se stesse e nei recessi di questo o quell'altro mondo, in attesa che qualcuno soffi un po' di aria fresca.
Sono un grande estimatore di Virzì e sono rimasto allibito di fronte a questo film. Pesante, noioso, recitato volutamente in tono teatrale, con tutti i personaggi sopra le righe e con momenti ( le discussioni al ristorante guidate da un anacronistico Herlitzka ) veramente insopportabili! Metacinema? Ma dove voleva arrivare Virzì? Una critica al cinema stesso? Una rivolta contro il cinema [...] Vai alla recensione »
Tra tutte le perplessità e le critiche ricevute da Notti magiche sulle colonne dei critici più importanti, quelle di bozzettismo o caricatura sono le più incomprensibili. Il nuovo film di Paolo Virzì è evidentemente una satira del mondo cinematografico italiano, colto in un momento di trapasso (è il caso di dirlo, visto che il film comincia con la scoperta di un cadavere: il morto è un produttore). Per forza che è raccontato attraverso deformazioni e esagerazioni. Del resto, nessuno aveva ancora fatto un'opera retrospettiva sul cinema italiano senile e in crisi di fine anni Ottanta. Si sono fatti film sull'epoca d'oro e sullo scarto rispetto al vuoto contemporaneo (da Latin Lover di Cristina Comencini a Una storia senza nome di Roberto Andò). O si erano fatti film sulla difficoltà tragicomica di fare film dopo i maestri e dentro un'industria narcisista e complessata (da Sogni d'oro di Nanni Moretti a Il caricatore di Eugenio Cappuccio, Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata).
Il cinema che si prepara a inizio anni Novanta, secondo Virzì, è il prodotto di una gerontocrazia. Vecchi e anziani dappertutto, riconoscibili anche se sotto nomi di finzione.
Autori e produttori di terza età che fanno tutt'uno con l'élite intellettuale romana, e che costruiscono e disfano film o serie televisive parlandosi addosso nelle trattorie di gradimento, tra un piatto di tonnarelli e un accesso di tosse. Camminano a fatica, si fanno portare i pesi dalle ragazze più giovani, prendono a libro paga (si fa per dire) giovani sceneggiatori che pendono dalle loro labbra, hanno tutti - chi più chi meno - delle prede sotto i trent'anni di cui sono gelosi e che tengono avvinte a sé per pura gelosia, senza permettere alcun ricambio generazionale.
Quando il cinema italiano era la magmatica fiera-baraccone di una commedia umana che scuoteva i fondelli come se suonasse una scatenata melodia da paese dei campanacci. Paolo Virzì torna a quella terra di nessuno che fu il 1990, tra gli anni da bere, la presunta caduta delle ideologie e le mani pulite e sporche di Tangentopoli. Nella lunga dissolvenza venne risucchiato anche il modo (e il mondo) di [...] Vai alla recensione »