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Ultimo aggiornamento martedì 23 maggio 2023
Una libera trasposizione dal romanzo di Jack London ambientato in una città portuale ideale alla fine del secolo scorso. Il film ha ottenuto 7 candidature ai Nastri d'Argento, 11 candidature e vinto un premio ai David di Donatello, Il film è stato premiato a Venezia, 4 candidature agli European Film Awards, In Italia al Box Office Martin Eden ha incassato 1,8 milioni di euro .
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Martin Eden è un marinaio di Napoli con una grande fame di vita e un coraggio incontestabile. Per aver salvato Arturo Orsini da un violento pestaggio, Martin viene accolto con riconoscenza dalla famiglia del ragazzo e presentato alla sorella Elena. È amore a prima vista, e il desiderio di "essere degno" di Elena spinge Martin a istruirsi (anzi, per usare le sue parole di marinaio fermo alla licenza elementare, di "impararsi") facendo tutto da solo, leggendo voracemente e assorbendo, con la sua grande intelligenza naturale, ogni dettaglio di ogni disciplina affrontata. Emerge così il suo talento più profondo: quello per la scrittura. Ma la scrittura, almeno inizialmente, non paga, perché gli sforzi letterari di Martin vengono rifiutati dalle redazioni che respingono ogni suo saggio, racconto o poesia, troppo nuovi e diversi per i gusti standardizzati. E per Elena e la sua famiglia borghese la mancanza di una "posizione" è un problema, o meglio, una pecca imperdonabile.
Liberamente ispirato al romanzo più celebre dello scrittore americano Jack London, il Martin Eden di Pietro Marcello sposta l'azione da Oackland a Napoli, stratificando ulteriormente una vicenda che già nella narrazione originale mostrava infiniti livelli di lettura.
Dunque Marcello intercala alle scene di finzione, ambientate durante i primi dell'Ottocento, materiali di repertorio tratti da numerosi archivi (uno almeno, quello dei due bambini che ballano, già visto al cinema) in epoche diverse, con grande libertà di movimento e la capacità di giustapporre le vicende narrate da London alla condizione sempiterna di una Napoli insopprimibilmente vitale anche a fronte di condizioni economiche punitive. La color correction e la colorizzazione dal bianco e nero originale, ad opera degli abili tecnici dell'Istituto Luce, aggiunge livelli cromatici a quelli filmici e letterari di una sceneggiatura (dello stesso Marcello con Maurizio Braucci) che è la vera spina dorsale del film.
Il montaggio è preciso e veloce (anche se si sente la mancanza del gusto selettivo di Sara Fgaier, questa volta sostituita al fianco di Marcello dalla francese Aline Hervé e da Fabrizio Federico). La fotografia e la scenografia sono, opportunamente, affidate a mani diverse per le parti in cui Martin è giovane e quelle in cui ha raggiunto l'età adulta: perché anche il romanzo originale è diviso nettamente in due, l'entusiasmo giovanile del protagonista e il disincanto dell'(anti)eroe "cresciuto". Il problema semmai è che mentre nella prima parte Luca Marinelli è perfettamente credibile nei panni del protagonista incolto ma pieno di vita e di volontà di apprendere, nella seconda la sua caratterizzazione risulta artefatta e sopra le righe, complice anche un pessimo hairstyling.
La storia di Martin Eden è notoriamente quella semiautobiografica di Jack London, autodidatta arrivato al successo letterario solo dopo una serie infinita di lavori umili, e probabilmente corrisponde a qualche elemento personale della vita di Pietro Marcello, anche lui cresciuto con grande fatica solitaria all'interno di un'industria cinematografica che premia più spesso il franchising che la visione originale. Così come Martin Eden racconta un'audacia frustrata, Marcello manovra con spregiudicatezza la cinepresa inseguendo le peripezie di un autore incompreso, e si prende continue libertà registiche nella forma sincopata della narrazione, che sceglie gli eventi salienti e li allinea con la frenesia che àgita il protagonista, senza preoccuparsi di fornire spiegazioni che aiutino lo spettatore nel seguire la trama.
Luca Marinelli è un Martin Eden ideale, con quello sguardo leggermente allucinato che rende comprensibili le accuse di "megalomania" rivolte dai placidi borghesi adagiati nel proprio intoccabile benessere. Meno adatta nei panni di Elena Orsini Jessica Cressy, il cui accento francese non è mai giustificato, che fa rimpiangere l'intensità espressiva della fisicamente simile Vicky Krieps ne Il filo nascosto. Più ancora che Carlo Cecchi nei panni di Russ Brissenden (perché sono stati mantenuti in inglese solo il suo nome e quello di Martin?) sono straordinari i ruoli di contorno, affidati ad attori del palcoscenico napoletano: Autilia Ranieri (Giulia, la sorella di Martin), Gaetano Bruno (il giudice Mattei), e soprattutto la meravigliosa Carmen Pommella (Maria). Chiude il cerchio il sempre efficace Marco Leonardi, qui nel ruolo del marito di Giulia. Straordinario anche il commento musicale che mescola Debussy a Teresa De Sio con altrettanta libertà di quella con cui Marcello unisce immagini girate oggi e ieri.
Ma è soprattutto la dimensione sociale e politica, già presente nel romanzo originale e ulteriormente sviluppata dalla sceneggiatura di Braucci e Marcello, a rendere Martin Eden un apologo morale adatto ai nostri giorni, che sottolinea il valore della cultura e la scarsa accoglienza che le viene riservata, denuncia l'immobilismo sociale e la mancata accettazione di chi è diverso, e mette a nudo la paura che la verità incute in chi vive nella menzogna e nell'autoinganno. Marcello ha persino l'ardire di sottolineare la componente ironica di queste derive genericamente umane, e specificatamente italiane, ancora una volta rivelando la sua affinità elettiva con il temerario Jack London.
I tormenti di Martin Eden hanno il volto e il talento di Luca Marinelli (indimenticabile in Lo chiamavano Jeeg Robot) che per il regista Pietro Marcello si è calato in uno dei personaggi classici della letteratura mondiale. Il film è atteso nelle sale il 4 settembre e viene presentato in concorso alla 76esima Mostra internazionale d'arte cinematografica in corso a Venezia dal 28 al 7 settembre.
Il film Martin Eden è liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Jack London che ha già avuto diverse versioni cinematografiche e in Italia anche una miniserie tv nel 1979 con Christopher Connelly nei panni del personaggio principale.
La storia del marinaio che per amore vuole salire i gradini sociali così da meritarsi la mano di una giovane borghese (nel film Jessica Cressy dà il volto ad Elena) è alla base della trama del film ambientato a Napoli. Ma per riuscire nella sua scalata sociale Martin Eden decide di raccontare la realtà che vede - vuole essere gli occhi e le orecchie del mondo - diventando uno scrittore. Autodidatta, a prezzo di grandi fatiche riesce a colmare la sue lacune culturali così da iniziare la sua nuova e più prestigiosa professione. Ma i temi che Martin Eden decide di trattare incentrati sulla lotta di classe lo allontanano sempre di più dall'oggetto del suo amore e anche a mettere in discussione il valore del suo operare. Nel cast insieme ad un sempre più bravo Marinelli troviamo Carlo Cecchi nel ruolo centrale di Russ Brissenden, amico e mentore del più giovane scrittore. La versione di Martin Eden realizzata da Pietro Marcello non perde la sua ambientazione storica dei primi del Novecento, anche se sceglie il capoluogo partenopeo (dove gira) invece della San Francisco in cui si svolge il libro, e l'intento di denuncia sociale.
Il racconto di Jack London è considerato un grande classico della letteratura americana, non stupisce dunque che in una scena di quel capolavoro che è C'era una volta in America, Noodles - ossia Robert De Niro, quello che è andato a letto presto - lo stia leggendo. Lo stesso Jack London spesso sottolineava le comunanze tra la sua vita, durante la quale fece diversi lavori tra i più umili, compreso il marinaio, per approdare poi alla scrittura, con la figura di Martin Eden in cui per altro ha riversato molte delle sue idee sociali.
“Martin Eden” (2019) è il quinto lungometraggio del regista casertano Pietro Marcello. “Grazie per aver salvato nostro figlio”. “Non ti basta la bajour per scrivere? La luce si paga” “Vieni resta qui torniamo a fare le cose di prima....”. Film di sconquasso narrativo con sperimentazioni varie, documentazioni reali, fotografia in filigrana, [...] Vai alla recensione »
Una delle molte chiavi di lettura di un romanzo stratificato come Martin Eden è l'equivoco, e il film che Pietro Marcello e il suo sceneggiatore Maurizio Braucci hanno liberamente tratto dal capolavoro di Jack London riproduce perfettamente questa ambiguità: intenzioni incomprese, letture opposte degli eventi, interpretazioni fuorvianti delle ideologie. Martin invoca il darwinismo sociale di Herbert Spencer, che era di matrice liberale, e viene scambiato per un socialista; si fa paladino dell'individualismo, ma è fra i pochi a dimostrare solidarietà verso il prossimo; crede che l'istruzione sia un veicolo per emanciparsi dalla miseria, e finisce per verificarne le restrizioni.
Quando la fidanzata borghese Elena gli propone di impegnarsi in un'impresa, intendendo un business, Martin crede che parli di un cimento eroico e avventuroso. Ma non è solo lui a equivocare: la famiglia di Elena, che si ritiene liberale, appoggia misure governative di stampo socialista; Russ Brissenden, che è contrario alla morale borghese, frequenta le feste degli Orsini; i lettori si convincono che sia Eden l'autore del testo di Brissenden, nonostante i suoi dinieghi; lo spleen di Martin, deluso dalla vita, viene scambiato per l'inedia altoborghese di Oblomov; e via elencando. È di questo constante, tragicomico equivoco che si nutre l'ironia crudele contenuta in Martin Eden: nel desiderio di tutti di scambiare lucciole per lanterne, e dare credito a chi il credito ce l'ha già.
Per certi versi Martin Eden è un film di genere, e quel genere è l'horror: sono terrificanti le condizioni di miseria e degrado in cui vivono gli abitanti di Napoli (come della Oakland di Jack London), è orribile la fatica bestiale cui sono condannati i lavoratori più umili (non è un caso che proprio in dialetto napoletano "lavorare" si dica "faticare") ma anche la scarsa considerazione della fatica intellettuale, schernita tanto dagli umili quanto dai borghesi e persino da chi dovrebbe maggiormente rispettarla: gli editori e i direttori di testate. Ma ancora più horror è il trattamento che la classe borghese riserva a chi, nato e cresciuto in una "casta inferiore", desideri alzarsi di livello e osi contaminare i suoi salotti buoni.
In Martin Eden Marcello e Braucci compiono l'opera mirabile di riempire i vuoti: scrivendo i discorsi politici pronunciati da Martin all'assemblea socialista come le sue arringhe ai benpensanti, monologhi cui Jack London accennava soltanto, e che invece nel film vengono dettagliati in tutta la loro violenza retorica. Componendo le poesie e i brani di prosa che nel romanzo di London restano titoli privi di testo.
Allo stesso modo la cinepresa di Marcello, che non dimentica di essere operatore, e i materiali di archivio recuperati da ogni epoca (giacché il divario sociale, anche e soprattutto a Napoli, non è confinato a inizio secolo) dal regista-sceneggiatore, che non dimentica di essere nato documentarista, riempiono i vuoti visivi che l'ambientazione partenopea, simile ma anche profondamente diversa dall'America del primo Novecento, impone alla narrazione.
Se nel Martin Eden di London la delusione era quella del self made man che scopre che l'istruzione non è, alla fine dei conti, il volano personale e sociale sperato, in quello di Marcello incorpora secoli di scetticismo e diffidenza nei confronti dei padroni e dei conquistatori, racconta quella miseria endemica che attraversa i secoli e non conosce evoluzione, e l'immutabilità di una classe dominante che sa bisogna cambiare tutto solo affinché tutto rimanga com'è. E Marcello, al contrario dei contemporanei di London, sa da sempre che "l'individualismo è una degenerazione della legge evolutiva", e non cade nell'equivoco dei contemporanei di London: "Una delle ragioni per cui ho scritto questo libro è l'attacco all'individualismo", scriveva l'autore, concludendo, "Devo essere stato piuttosto maldestro dato che nessuno dei miei critici se ne è accorto".
"Martin Eden racconta la nostra storia, la storia di chi si è formato non nella famiglia, o nella scuola, ma attraverso la cultura incontrata lungo la strada. È il romanzo degli autodidatti, di chi ha creduto nella cultura come strumento di emancipazione e ne è stato, in parte, deluso". Così il regista Pietro Marcello e il suo cosceneggiatore Maurizio Braucci spiegano il film con cui Marcello partecipa in Concorso alla 76esima edizione della Mostra del cinema di Venezia. Del resto lo stesso Jack London, già autore di "Il richiamo della foresta" e "Zanna Bianca", aveva identificato in Martin Eden, giovane aspirante scrittore di umili origini e i grandi ambizioni, un suo alter ego, e la sua storia è considerata semiautobiografica.
Ma il romanzo "Martin Eden", pubblicato per la prima volta nel 1909, è anche uno specchio del secolo appena iniziato, del quale aveva identificato in anteprima "le perversioni e i tormenti", come dicono Marcello e Braucci.
Di quel secolo, e di quel Paese - gli Stati Uniti improntati alla visione capitalistica e al mito del self made man - London rivelava i limiti e le mancanze, denunciando un divario sociale destinato a non colmarsi mai, anzi a nutrirsi di se stesso e delle proprie iniquità, e un individualismo volto a demolire il tessuto comunitario di una nazione originariamente basata su principi unitari. Pietro Marcello vede in Martin Eden una "grande attualità politica" e ne traspone la vicenda "in una Napoli che potrebbe essere una qualsiasi città portuale (non solo) d'Italia". E affida il ruolo del protagonista, che nonostante l'ambientazione italiana non diventa Martino Paradiso ma rimane il Martin Eden del romanzo dal quale il film di Marcello è "liberamente tratto", a Luca Marinelli, con quegli occhi azzurri che London descriveva come "fatti per guardare", affamati di conoscenza e di riscatto sociale. Nei panni del personaggio più "bello e perduto" (per citare il titolo del primo lungometraggio interamente di finzione di Pietro Marcello) del romanzo di London, l'intellettuale socialista Russ Brissenden - anche lui chiamato come nell'originale americano -, c'è invece Carlo Cecchi, opportunamente carismatico e spirituale. La principessa borghese Ruth Morse di cui Martin si innamora diventa invece Elena Orsini e ha il volto dell'attrice d'oltralpe Jessica Cressy, in considerazione alla coproduzione francese, che vede anche Aline Hercé al montaggio.
Il film più originale, libero e inventivo del festival, di una bellezza còlta e selvaggia come il suo protagonista. Pietro Marcello, autore di bellissimi documentari lirici (La bocca del lupo, Bella e perduta) esordisce nel lungometraggio di finzione e punta altissimo, con un film di un'ambizione che il cinema italiano non osava da tempo. La storia è quella del romanzo di Jack London (1909), spostata [...] Vai alla recensione »