| Titolo originale | Favolacce |
| Titolo internazionale | Bad Tales |
| Anno | 2020 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 98 minuti |
| Regia di | Fabio D'Innocenzo, Damiano D'Innocenzo |
| Attori | Elio Germano, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani, Gabriel Montesi, Justin Korovkin Barbara Ronchi, Lino Musella, Barbara Chichiarelli, Max Malatesta, Ileana D'Ambra, Cristina Pellegrino, Giulia Melillo, Laura Borgioli, Aldo Ottobrino, Sara Bertelà, Enrico Pittari, Federico Majorana, Giulia Galiani, Raquel Electra, Max Tortora. |
| Uscita | lunedì 15 giugno 2020 |
| Tag | Da vedere 2020 |
| Distribuzione | Vision Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,99 su 29 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 26 luglio 2023
Una favola nera che racconta senza filtri le dinamiche che legano i rapporti umani all'interno di una comunità di famiglie, in un mondo apparentemente normale dove la rabbia e la disperazione sono pronte ad esplodere. Il film ha ottenuto 9 candidature e vinto 5 Nastri d'Argento, 11 candidature e vinto un premio ai David di Donatello, Il film è stato premiato al Festival di Berlino, 1 candidatura agli European Film Awards, In Italia al Box Office Favolacce ha incassato 183 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Una calda estate in un quartiere periferico di Roma. Nelle villette a schiera vivono alcune famiglie in cui il senso di disagio costituisce la cifra esistenziale comune anche quando si tenta di mascherarlo. I genitori sono frustrati dall'idea di vivere lì e non altrove, di avere (o non avere) un lavoro insoddisfacente, di non avere in definitiva raggiunto lo status sociale che pensavano di meritare. I figli vivono in questo clima e ne assorbono la negatività cercando di difendersene come possono e magari anche di reagire.
I fratelli D'Innocenzo, dopo aver offerto al pubblico un film d'esordio (La terra dell'abbastanza) che ha meritato ampiamente tutti i riconoscimenti ricevuti, propongono ora un'opera in cui bisogna immergersi senza essersi dotati di coordinate di sinossi precise, accettando, con una sorta di patto iniziale, non solo di sentirsi raccontare una storia di sofferenza ma di avvertire che la sofferenza stessa tracima dallo schermo.
Gli autori la definiscono, in contrasto con il realismo della loro opera prima, come una favola nera in cui hanno riversato, attraverso la voce di un narratore, il vuoto pneumatico di figure parentali (con in più un docente) che dovrebbero insegnare a vivere ai propri figli mentre invece hanno perduto qualsiasi capacità di positività e di sguardo sul futuro.
La loro vita è fatta di passività (le mogli) o di aggressività verbale (la neo madre) mentre i maschi (chiamarli 'uomini' sarebbe attribuire loro una maturità intellettuale e caratteriale che, ognuno a suo modo, non possiedono) si nutrono di rabbie a stento represse e di velleità machiste. Ma, come insegnava Vittorio De Sica nel 1943 I bambini ci guardano. Come il piccolo Pricò, questi ragazzini sono costretti ad assistere al disfarsi e corrompersi di qualsiasi punto di riferimento. Anche se hanno tutti 10 nella pagella scolastica (magari con un 9 in condotta) quella che potrebbero assegnare ai genitori dovrebbe riempirsi solo di "inclassificabile" che è una valutazione ancora peggiore dello 0. Costretti da ciò che li circonda a comportarsi 'da grandi' (come se quello che i loro modelli familiari propongono significasse esserlo) cercano di individuare una via d'uscita. La troveranno con soluzioni diverse.
I D'Innocenzo ci propongono solo tinte scure e a uno sguardo superficiale si potrebbe pensare che di pessimismo oggi ne circola già abbastanza senza bisogno di ulteriore impegno. Di fatto però non è così. Perché questa più che una favola nera è (ci si perdoni il gioco di parole) una favola 'vera'. Basta leggere le cronache quotidiane per rendersene conto.
E se nelle favole nere non ci sono principi azzurri qui invece ce ne sono ben due. Sono i D'Innocenzo che, concentrando in una sorta di overdose narrativa il negativo sempre più presente nella società contemporanea, anche se con una diffusione a macchia di leopardo, ci vogliono ammonire. Ci ricordano che sempre più spesso i draghi dell'insensibilità e dell'amoralità (travestita da perbenismo di facciata) si annidano in quelle grotte che sono diventate certe abitazioni in cui solo apparentemente c'è tutto ciò che occorre. Questo film è la lancia che utilizzano per aiutarci a prenderne coscienza e ad iniziare a stanarli per poi sconfiggerli.
Siamo nelle periferie residenziali più isolate di Roma, luoghi in cui la vita scorre quasi piatta e dove tutto sembra normale, tranquillo e sotto controllo. Bruno e Dalila sono sposati e crescono i loro figli preadolescenti nella quiete sonnolenta del quartiere, dove risiedono altri nuclei familiari come il loro, una scuola e tutto ciò che serve per garantire un normalissimo svolgimento della contemporanea vita piccolo/medio-borghese. Un quadro apparentemente placido e rassicurante ma che invece copre una realtà molto più complessa e sul punto di collassare: i figli, diligenti ma crudeli, ripiegati su stessi, infelici e profondamente soli, sono contemporaneamente causa e bersaglio di tensioni personali (e non solo) continue che potrebbero esplodere da un momento all'altro, smascherando le contraddizioni su cui è costruito il tessuto sociale profondamente ipocrita su cui i loro genitori hanno edificato una vita solo superficialmente ideale.
«Il nostro film è una favola dark tra Italo Calvino e Gianni Rodari (...) È un film che sentiamo che può invecchiare facilmente o lo facciamo adesso o mai più».
Damiano e Fabio D'Innocenzo
Violenza psicologica, repressione, rabbia e ipocrisia sono alcuni dei temi principali del nuovo lavoro dei fratelli D'Innocenzo, una coppia di cineasti romani che ha esordito su grande schermo nel 2018 con La terra dell'abbastanza e che ora presentano al pubblico Favolacce, la loro seconda produzione individuale (hanno collaborato con Matteo Garrone alla sceneggiatura del pluripremiato Dogman). Questo secondo film è una storia corale, dove non c'è un vero protagonista ma ben dodici personaggi che possono dirsi principali, come spiegano i D'Innocenzo, e che fanno riferimento a diversi nuclei familiari che compongono una comunità ristretta e asfittica.
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Per quanto riguarda il cast, il nome di richiamo è senza dubbio quello di Elio Germano, che qui interpreta Bruno Placido ed è l'attore più famoso in assoluto del lotto. Al suo fianco troviamo Barbara Chichiarelli, vecchia conoscenza del pubblico di Suburra - La serie e vista anche in un paio di film degli ultimissimi anni, che veste i panni di Dalila Placido. Altri nomi di spicco sono quelli di Gabriel Montesi, Max Malatesta, Ileana D'Ambra e Giulia Melilio, per un cast composto principalmente da attori di teatro come già dichiarato dai due registi in tempi non sospetti.
Di Pacifico Arsenio Psicosi di altri tempi (il potere degli adulti sulla visione della vita dei bambini) ma sempre attuale. Questo è il classico film verso cui trovi la popolazione spaccata a metà: osannato e amato soprattutto dai giovani e considerato deprimente e noioso per chi è già nel mezzo del cammin della sua vita.
Una fiaba nero pece illustrata da una Diane Arbus del nuovo millennio. Una storia di ordinaria disumanità che potrebbe venire da una delle mille "suburbia" del nostro mondo (ex) opulento, ma sta benissimo anche tra le villette di Spinaceto, quartiere satellite capitolino. Un mosaico di vite annientate dall' indifferenza, dall' ignoranza, dal crollo di ogni identità collettiva, in cui il ruolo degli [...] Vai alla recensione »