| Titolo originale | Lucky |
| Anno | 2017 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 88 minuti |
| Regia di | John Carroll Lynch |
| Attori | Harry Dean Stanton, David Lynch, Ron Livingston, Ed Begley Jr., Tom Skerritt Beth Grant, James Darren, Barry Shabaka Henley, Yvonne Huff, Hugo Armstrong, Bertila Damas, Pam Sparks, Mouse (II), Ulysses Olmedo, Ana Mercedes, Sarah Cook (II), Amy Claire, Otti Feder, Fiona. |
| Uscita | mercoledì 29 agosto 2018 |
| Tag | Da vedere 2017 |
| Distribuzione | Wanted |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,38 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento lunedì 3 settembre 2018
Lucky ha quasi 90 anni e non ha mai avuto problemi di salute. Quando accidentamente cade comincia a temere per la sua vita. In Italia al Box Office Lucky ha incassato 171 mila euro .
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Alla soglia dei novant'anni Lucky tiene fede al suo nomignolo. Pur fumando un pacchetto di sigarette al giorno e bevendo alcolici, le sue diagnosi mediche sono impeccabili. Ma dopo una caduta comincia a temere la morte e la solitudine.
Quando in un film tutto è prevedibile, ma il fatto che lo sia non ha alcuna importanza. Lucky è un film di attori, anzi di attore: un Harry Dean Stanton alle prese con la performance di una vita, in cui infonde elementi autobiografici e schegge delle maschere indossate in passato. Una parabola sulla paura della morte e su come affrontarla per ritrovare interesse e stupore nella vita.
Un omaggio cinefilo a un'icona del cinema, la cui associazione con il deserto, che circonda la cittadina in cui il film è ambientato, rimanda immediatamente a Paris, Texas.
E insieme ad altre mille interpretazioni di una carriera lunghissima: come quelle con David Lynch - nessuna parentela con John Carroll Lynch, il regista di Lucky - che qui si ritaglia il ruolo di un altro anziano solitario, più eccentrico e meno cinico di Lucky, fissato con una testuggine centenaria fuggita di casa. Metafora forse ovvia, ma ottimamente gestita, di un mondo che sopravvive al passaggio dell'uomo, alla caducità di esistenze che si affannano a lasciare un segno indelebile.
Tra tumbleweed che rotolano e tartarughe che si trascinano, scorre un piccolo film in cui cinismo e sentimenti possono felicemente convivere. Dove il lucido ateismo del protagonista è destinato a smussarsi e scendere a patti con la paura del vuoto, senza per questo compromettere gli ideali di una vita. O in cui è possibile commuoversi senza avvertire la forzatura di uno script costruito per estrarre lacrime, come nella scena della festa di compleanno, gioiello di spontaneità, o in quella - che pare quasi un omaggio a Una storia vera - del ricordo di guerra condiviso con un redivivo Tom Skerritt. "Sentirsi soli e stare da soli sono due cose differenti" è solo una delle sentenze memorabili di un film semplice, schietto, all'antica, che si serve di un attore maiuscolo per zoomare su uno spicchio della vita, quello terminale, troppo spesso ignorato o trasfigurato in forme posticce.
...DOVE I DUE PROTAGONISTI SONO UNA TESTUGGINE STIZZOSA E UN ANZIANO ZEN, QUASI COETANEI.La relazione tra l’uomo e gli animali è utile all’anima.I due personaggi principali hanno tre cose in comune.Uno. Vivono entrambi a lungo. Il primo ha più di cento anni. Il secondo 90 e oltre. Due. Il primo si chiama President Roosvelt e il secondo Lucky. Entrambi sono sopravvissuti al nazismo.
Si è così a lungo parlato solamente di registi e autori, come effettivi creatori dei film, che a un certo punto qualcuno (lo studioso francese Luc Moullet) ha coniato il termine di "politica degli attori". Era un tentativo di bilanciare l'eccessiva attenzione posta sui registi da parte della critica e della teoria del cinema, per osservare con più attenzione quanto gli interpreti fossero capaci non solo di contribuire alla riuscita artistica del film ma anche di essere considerati figure poetiche al pari dei cineasti.
Al di fuori di qualsiasi discorso sociologico sui divi, infatti, anche volti comuni e corpi quotidiani si sono imposti con forza, bazzicando solamente ruoli secondari e marchiando a fuoco pellicole divenute patrimonio comune.
È il caso di Harry Dean Stanton, attore amatissimo dai cinefili e figura di interprete in grado di rappresentare sé stesso in maniera così coerente di film in film da farcelo considerare quasi un nostro conoscente. Ecco perché Lucky non avrebbe potuto essere dedicato a nessun altro attore, essendo completamente assorbito dal suo protagonista e totalmente costruito su di lui. Come se fosse un delicato dietro le quinte della vita reale dell'anziano Harry Dean Stanton, e perfettamente al crocevia tra Paris, Texas e Una storia vera (con un pizzico di Twin Peaks: David Lynch non a caso compare in una particina), Lucky si presenta come film testamentario assoluto. La storia successiva narra della scomparsa reale del grande caratterista, ma non è difficile intuire nella vecchiaia e nella fragilità del personaggio un'eco di un artista che sa bene di essere alla fine della sua vita e alla conclusione di una carriera appassionante.
Quando, lo scorso settembre, Harry Dean Stanton è venuto a mancare, molti, sulla sola base del suo nome e cognome, si sono domandati chi diavolo fosse. Ma dopo aver trovato su Google la sua immagine l'hanno immediatamente riconosciuto: perché Harry Dean Stanton era uno di quei caratteristi che è impossibile dimenticare, con il suo viso lungo e scavato e la sua camminata da cowboy triste. Non è un caso che a regalargli il ruolo della vita, nonché l'ultimo di una carriera durata sessant'anni, sia stato un ottimo caratterista come lui: John Carroll Lynch, il Norman Gunderson del Fargo originale firmato dai fratelli Coen, che ha voluto Stanton - e solo lui - protagonista della commedia laconica Lucky.
Lucky è un novantenne ateo che vive in una cittadina sperduta del deserto e, in prossimità del suo ultimo viaggio, comincia a rivalutare le proprie convinzioni.
In Lucky confluisce anche il silenzioso Travis Henderson di Paris, Texas, che tanto efficacemente aveva triangolato con Sam Shepard alla sceneggiatura e Wim Wenders alla regia incarnando quel tipo di solitudine western che caratterizza anche Lucky. Paris, Texas è stato il primo film a identificare correttamente Stanton come un prim'attore in grado di reggere sulle proprie spalle il peso di una storia, e sul proprio viso scavato lo sguardo insistente di una cinepresa: fino a quel momento Harry Dean era apparso in piccoli ruoli in grandi film come La calda notte dell'ispettore Tibbs e Nick Mano Fredda, Pat Garrett e Billy The Kid e Il Padrino parte II, fino al primo ruolo di rilievo nei panni dell'ingegnere di bordo Brett del primo Alien. In Repo Man - Il recuperatore era stato scritturato come "spalla" di Emilio Estevez e invece gli rubava ogni scena, così come nella teen comedy Bella in rosa giganteggiava nel ruolo del padre di Molly Ringwald.
Ha aspettato di festeggiare il mezzo secolo prima di passare dietro la cinepresa, ma quando l'ha fatto ha lasciato il segno: John Carroll Lynch, caratterista di prim'ordine (era il Norm Gunderson di Fargo dei fratelli Coen e uno dei fratelli MacDonald in The Founder), ha firmato la regia di Lucky, film orgogliosamente indipendente che vede protagonista Harry Dean Stanton nel suo ultimo ruolo e un cast di ottimi attori "ognuno dei quali supera, talvolta abbondantemente, i 40 anni".
"Ma non è un film sulla vecchiaia o sulla morte", dice Lynch dalla Pennsylvania, dove sta girando la nuova serie televisiva One Dollar per la CBS All Access, il canale premium del network americano. "Lucky è un film su quanto la vita sia preziosa".
E sulla necessità di accettarla per quello che è.
Lucky, il protagonista novantenne, sente avvicinarsi la fine e, non essendo credente, sa che non andrà né in paradiso né all'inferno, ma solo sottoterra. Il film parla di come dovremmo tutti ricordarci quotidianamente che non siamo eterni perché questo rende tutto insostituibile.
Perché ha aspettato tanto a passare dietro la cinepresa?
Avevo provato a diventare regista anche prima, scrivendo un paio di sceneggiature, e recitando in varie serie televisive nella speranza che mi permettessero di dirigere uno degli episodi, cosa che non è mai successa. È stato un dettaglio personale a mettermi sulla buona strada: osservando mio padre sempre più fragile nella terza età e allo stesso tempo sempre più vitale mi sono reso conto che un film con un protagonista come lui sarebbe stato una novità nel nostro panorama attuale, pieno di giovani supereroi.
Lucky è un tipo strano, solitario, scontroso, polemico, lascia scorrere le giornate dei suoi novant'anni seguendo rituali molto precisi: le «maledizioni» alla società che lo aveva licenziato, la sosta nell'unico locale di quella piccola città sperduta in qualche parte dell'America, popolata da figure tutte a loro modo un po' stravaganti, la tv accesa ore e ore, l'enigmistica, qualche bestemmia, Lucky [...] Vai alla recensione »