Carole Matthieu

Film 2016 | Drammatico +13 87 min.

Anno2016
GenereDrammatico
ProduzioneFrancia
Durata87 minuti
Regia diLouis-Julien Petit
AttoriIsabelle Adjani, Corinne Masiero, Lyes Salem, Ola Rapace, Pablo Pauly, Arnaud Viard Sarah Suco, Marie-Christine Orry, Sébastien Chassagne, Alexandre Carrière, Patricia Pekmezian.
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +13
MYmonetro Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

Regia di Louis-Julien Petit. Un film con Isabelle Adjani, Corinne Masiero, Lyes Salem, Ola Rapace, Pablo Pauly, Arnaud Viard. Cast completo Genere Drammatico - Francia, 2016, durata 87 minuti. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione.

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Un medico del lavoro si rende conto che le tecniche manageriali usate in un'azienda sono molto pressanti. Dovrà capire come fare per fargli cambiare idea.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO N.D.
CONSIGLIATO SÌ
Scheda Home
Critica
Premi
Cinema
Trailer
Un'opera su più livelli in cui il thriller si misura con la dimensione sociale dello sfruttamento del lavoro.
Recensione di Giancarlo Zappoli
lunedì 24 aprile 2017
Recensione di Giancarlo Zappoli
lunedì 24 aprile 2017

Carole Matthieu è un medico del lavoro che cerca di sensibilizzare i capi di un'azienda dove vengono usate tecniche manageriali schiaccianti con gravi conseguenze sui dipendenti. Quando uno di loro le chiede di aiutarlo a farla finita, Carole capisce che questa conseguenza allarmante è l'unico modo per far cambiare idea ai piani alti.

In Italia forse non tutti sanno (o ricordano) che sul finire del primo decennio di questo secolo nel 15° arrondissement di Parigi nel palazzo dove aveva sede il quartier generale di France Telecom ebbero luogo 35 suicidi di dipendenti dovuti a stress lavorativo. È a questi accadimenti (e al libro "Les visages écrasés" di Martin Ledun che di Telecom è stato dipendente) che si ispira Luis-Julien Petit operando, come spesso fa il cinema francese, su più livelli.

Si affrontano qui infatti la dimensione sociale dello sfruttamento del lavoro, il privato della protagonista e un clima da thriller che è poi l'elemento meno riuscito. Ciò che invece funziona è la descrizione del microcosmo di un'azienda (che non è ovviamente chiamata Telecom) di cui si mostrano i livelli di assoluta disumanità camuffata da normale richiesta di efficienza e di produttività. Nel personaggio della responsabile delle Risorse Umane (terminologia divenuta col passare degli anni sempre più ambigua nelle grandi e medie aziende) si catalizzano tutti gli input di un liberismo sfrenato divenuto la forma contemporanea di uno schiavismo in cui le catene si sono trasformate in sedie e console da cui non ci si può allontanare e le fruste sono gli occhi e le orecchie dei supervisori che controllano la capacità o meno dell'operatore di imbrigliare il potenziale cliente.

Di fronte a questo spettacolo quotidiano il confessionale laico diventa lo studio del medico del lavoro al quale talvolta si confidano e talaltra si cerca di nascondere (per evitare il licenziamento) le proprie defaillance psicologiche e fisiche. Occorre però che dall'altra parte ci sia non solo una capacità di ascolto ma anche una struttura caratteriale in grado di caricarsi delle sofferenze altrui e di trovare un modo per resistere al costante confronto con un muro talvolta di gomma e in altri casi di materiale molto più rigido come è quello che viene frapposto dalla dirigenza alle più elementari richieste di comprensione.
Isabelle Adjani sa offrire al personaggio una dolente adesione che ne motiva la condivisione della condizione di coloro a cui cerca di offrire aiuto mentre a sua volta ne avrebbe bisogno sul piano familiare. L'unico limite le è dato da una trasformazione facciale (chirurgia estetica complice?) che ne limita fortemente le variazioni espressive. Questo però non le impedisce di dare letteralmente corpo (con indosso quel cappottone che la trasforma in una sorta di soldato della solidarietà) a una Carole Matthieu che vive la costante dicotomia tra quanto la sua professione esige e ciò che i sacerdoti della produttività pretendono venga sacrificato sull'altare di questa pervasiva neoreligione.

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