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Ultimo aggiornamento venerdì 23 ottobre 2020
Tratto da una storia vera, il film vede Andy Lau protagonista di un dramma commovente che unisce due generazioni. Il film è stato premiato a Venezia, ha vinto un premio ai Asian Film Awards, In Italia al Box Office A Simple Life ha incassato 271 mila euro .
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Tra l'anziana amah (domestica) Ah Tao e il suo padrone, l'attore cinematografico Roger, si instaura un rapporto che assomiglia a quello tra una madre e il proprio figlio, destinato a intensificarsi durante la degenza in ospedale di Ah Tao.
Una lunga carriera come quella di Ann Hui, dedita sin dagli inizi alla denuncia di storture della società e alla raffigurazione di spaccati di quotidianità raramente visti su grande schermo, non poteva che trovare coronamento in un film come A Simple Life, che già nel titolo pare assurgere a summa della poetica della regista. La storia di Ah Tao è quella esemplare della vita di una persona semplice, una donna costretta dagli eventi a trascorrere sin dall'infanzia una vita al servizio degli altri, ma che a questa condizione ha saputo infondere dignità e passione; una donna, a prescindere dallo status, speciale e unica, proprio come il fiocco di neve del vetusto stereotipo.
Riecheggia qualcosa di Ozu nella dinamica servo-famiglia, ma la cifra stilistica è inconfondibilmente quella di Ann Hui, che accarezza con la macchina da presa i corpi dei suoi personaggi, ma soprattutto le espressioni, anche le meno percettibili, carpendo sguardi e ammiccamenti furtivi tra due personaggi che spesso non necessitano di parole per comunicare il reciproco affetto. Quello che arriva al pubblico in una sorta di empatia che supera lo schermo e cresce man mano che Roger e Ah Tao capiscono di rappresentare la famiglia nella sua totalità l'uno per l'altro.
Proprio quell'Andy Lau che la Hui lanciò nel lontano 1982 di Boat People torna, ormai superstar, nei panni del protagonista di A Simple Life, privandosi di ogni glamour e dimostrando per la prima volta di accettare la sua mezza età e l'inesorabile verdetto del tempo che passa.
A fianco di Lau, diversi i cameo di celebrità del cinema di Hong Kong, tra cui un sorprendente Tsui Hark, che - con Andy Lau e Sammo Hung - riforma, in una breve parentesi di cinema nel cinema, la trimurti a cui dobbiamo Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma. Una lezione di compostezza e raffinata gestione dei sentimenti da un'instancabile osservatrice della vita umana.
Il tema della senilità è stato raramente affrontato nella storia del cinema. Riesce a farlo Ann Hui con grande delicatezza, raccontando una storia vera, con un realismo ribadito dalla foto sbiadita del personaggio cui il film si ispira, sui titoli di coda. Si tratta di Ah Tao, la donna che ha fatto per tanti anni la domestica della famiglia del produttore Roger Lee, che ha sentito la necessità di raccontare questa storia affidandola alla sensibilità di Ann Hui, e facendosi interpretare da Andy Lau. Questo ha portato anche a un aspetto discutibile, quello delle digressioni sul mondo del cinema, apparentemente inutili nell'economia narrativa del film, con i cameo di Tsui Hark e company. Un momento autoreferenziale? Un ammiccare ai fan del cinema di Hong Kong? Niente di tutto questo.
Si tratta semplicemente di conferire il grado più elevato di realismo alla vicenda, contestualizzandola nel suo ambiente naturale, in cui si è svolta, che è lo stesso mondo a cui appartengono tanto la regista che il produttore. E nelle chiacchierate tra i cineasti viene fornita una bella metafora sul cinema: «Il film è come un bambino, devi accudirlo se no è come un robot». E questo è detto proprio in un film incentrato sull'accudire, gli anziani non autosufficienti, come regrediti a uno stadio infantile. E le chiacchierate sul budget e sui problemi di finanziamento per realizzare un film spettacolare sulla battaglia dei Tre Regni potrebbero rimarcare una presa di distanza da parte della Hui, fautrice di un cinema diverso, intimista, ma al contempo anche la comune provenienza dallo stesso ambiente artistico, cui appartiene lo stesso Roger Lee, peraltro finanziatore dei due Red Cliff.
Ah Tao è qualcosa di più di una semplice domestica. È affettuosa nei confronti di Roger, gli suggerisce di non mangiare la lingua di bue perché contiene troppi grassi. Come la Hui, anche lei ha vissuto la sua "song of exile": è nata nella Cina continentale e si è poi trasferita a Hong Kong. Dopo il suo ricovero i ruoli si invertono. Adesso è Roger che si prende cura di lei. Uno scambio come quello tra persone della divertente scena precedente, in cui Roger viene confuso per il tecnico che deve aggiustare il condizionatore. Un momento che riflette anche sul concetto di anonimato, su cui pure si gioca il film. Ah Tao diventa una paziente come tante, in un'algida casa del sorriso, popolata da degenti dall'aspetto sgraziato, tutt'altro che 'cinegenici', ancora una volta evidentemente persone vere.
La Hui filma il suo Cupo tramonto con grande leggerezza ed entra nella vita di Ah Tao in punta di piedi. Usa la stessa premura di Roger quando sistema i calzini di Ah Tao appena passata a miglior vita. Sa tenere tutto il film su un registro agrodolce, evitando, e lasciando fuori campo, i momenti di drammaticità, come i malori di Ah Tao e il suo trapasso. Sa inserire delicate punte di comicità come quelle del vecchietto-macchietta che chiede prestiti in continuazione o come la gag sullo scambio - ancora una volta - di dentiere. Sa raccontare situazioni sgradevoli come il cinismo dei parenti che trapela nelle discussioni su come condividere la retta. Sembrano quasi certi personaggi odiosi del cinema di Ozu, ma sono in effetti persone che fanno parte dell'esperienza di vita di tutti noi. E in comune con il maestro giapponese la Hui rivela la capacità di raccontare le emozioni della vita comune al cinema che non é fatto delle sole fette di torta di cui parlava Hitchcock.
Da Hong Kong Express, 8 settembre 2011
Di “A simple life” resta appunto la semplicità del personaggio protagonista, la parsimonia nell’amministrare il niente che possiede, le poche pretese per sé. Una donna cinese che ha servito gli altri tutta la vita eppure sembra lei essere la padrona delle vie da percorrere, che non fa mai rumore ma di cui i compagni della casa di riposo notano la mancanza quando [...] Vai alla recensione »
Quando si ha la fortuna di rubare qualche minuto ad Ann Hui durante i frenetici giorni della Mostra del Cinema, la sensazione di attesa per un premio è forte. Il premio arriverà, per una straordinaria Deanie Ip, anche se molti avrebbero sperato in qualcosa di più. A Venezia è arrivata quasi in punta di piedi, sconosciuta ai più nonostante una carriera di enorme spessore, i cui inizi risalgono alla stagione aurea della New Wave di Hong Kong e il cui prosieguo non ha mai tradito la poetica della regista.
Le collaboratrici familiari al cinema sono di moda. Qualche settimana dopo il best-seller “The Help”, una storia avvincente sui rapporti tra donne bianche e domestiche nere negli stati americani del Sud, esce “A Simple Life’, la vita di una tata cinese raccontata dalla regista Ann Hui. Il film aveva molto emozionato il pubblico alla scorsa mostra di Venezia e, giustamente, all’attrice protagonista, [...] Vai alla recensione »