| Anno | 2004 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia, Francia, Germania |
| Durata | 105 minuti |
| Regia di | Gianni Amelio |
| Attori | Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Alla Faerovich, Pierfrancesco Favino, Manuel Katzy, Michael Weiss (II), Ingrid Appenroth, Dimitri Süsin, Thorsten Schwarz, Eric Neumann, Dirk Zippa, Barbara Koster-Chari, Anita Bardeleben, Ralf Schlesener, Andrea Rossi . |
| Uscita | venerdì 10 settembre 2004 |
| Tag | Da vedere 2004 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,71 su 28 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 8 settembre 2015
Il viaggio in terra tedesca costituisce per Gianni e suo figlio l'occasione per conoscersi meglio e riuscire finalmente a comprendersi. Ha vinto un premio ai David di Donatello, In Italia al Box Office Le chiavi di casa ha incassato 3,8 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Negato a Berlino che Io corteggiava da mesi, rifiutato da Cannes che proponeva in cambio l'apertura della sezione ""Un certain regard"", Le chiavi di casa sbarca finalmente in concorso alla Mostra di Venezia.
"Chi entra papa in Conclave ne esce cardinale". Non vorremmo che l'antica massima venisse ancora una volta applicata a Venezia (è già successo lo scorso anno con Bellocchio). Sin dall'inizio della Mostra si parlava di un Amelio possibile vincitore del Leone d'Oro e questo non favorisce certo un effettivo raggiungimento del massimo premio. In realtà Amelio un premio questa volta lo meriterebbe per l'amore con cui ha adattato il libro di Pontiggia dedicato al suo rapporto con il figlio spastico.
Gianni (Kim Rossi Stuart) ha perso la giovane moglie in sala parto mentre dava alla luce un figlio portatore di handicap. Da allora ha rifiutato di vederlo. Ora però fa ritorno per accompagnarlo in Germania per una visita specialistica. Il viaggio e la permanenza in terra tedesca costituiscono per i due l'occasione per conoscersi e comprendersi.
Detto così Le chiavi di casa può sembrare o il solito film 'on the road all'italiana' o l'ennesimo clone para-hollywoodiano sull'handicap. Ma quando dietro alla macchina da presa sta un signore che si chiama Gianni Amelio e alla sceneggiatura lavorano Rulli e Petraglia il risultato è senz'altro diverso. Il rapporto tra padre e figlio è narrato non come un work in progress di comprensione ed empatia ma con la profonda consapevolezza della impermanenza dei comportamenti. Gianni si rende conto che la sensibilità del figlio Paolo (Andrea Rossi) è elevatissima. Ma così come lo è sul piano dell'espansività affettiva lo è anche su quello delle reazioni di chiusura, degli automatismi ripetitivi che servono a darsi sicurezza, dei ritorni indietro rispetto ad atteggiamenti che si ritenevano ormai acquisiti. "Perché fai così?" è la domanda di Gianni di fronte a una reazione inattesa di Paolo. Ma alla domanda, Amelio ne è perfettamente consapevole, non ci può essere risposta. Paolo non 'sa' perché si comporta in quel modo. Lo fa e basta. Il rapporto tra i due non potrà che tentare di fondarsi sulle sabbie mobili dell'incertezza, del costruire con amore ogni giorno una rete di piccoli segni tanto delicata quanto fondamentale. Ma il messaggio (ebbene sì il 'messaggio' che così tanta paura sembra fare ai cinefili portabandiera del cinismo) più forte è affidato alle parole di Charlotte Rampling rivolte a Gianni: "Mi sembrava che lei si vergognasse di suo figlio". Non bisogna vergognarsi di amare chi non ci offre certezze. E' forse in questo l'essenza dell'amore più vero.
Le chiavi di casa è un film sull’handicap, ma è anche e soprattutto un film sui rapporti tra padre e figlio. I film di Amelio si basano in genere su due personaggi centrali, un adulto e un bambino, o adolescente. Nel corso della storia, l’adulto insegna qualcosa al bambino e al contempo impara qualcosa da lui. Possiamo chiamare l’adulto “docente” e il bambino “discente”. Il discente ha alle spalle un vissuto drammatico che lo ha segnato precocemente, è escluso dagli altri o si autoesclude, per vergogna o per un orgoglio che lo spinge a rivendicare autonomia (le chiavi di casa, simbolo di indipendenza). Il discente e il docente affrontano insieme un viaggio iniziatico. Si ritrovano in un ambiente estraneo: qui è Berlino, che simboleggia il rapporto tra i due: una città che è stata distrutta (Gianni abbandona Paolo, distrugge il loro rapporto), divisa da un muro (la divisione tra Gianni e Paolo), e riunificata (Gianni e Paolo si ritrovano). Il docente apre al discente lo spiraglio per vedere la luce dell’utopia. Nasce un’utopia doppia, sdoppiata. L’utopia del discente verte sulla comunicazione: il discente sogna di aprirsi, ridere, divertirsi. L’utopia del docente verte sull’educazione: il docente sogna di prendere con sé il discente, di guidarlo. Ma si arriva al finale, al pianto di Gianni, che viene consolato da Paolo. Il docente dimostra di avere meno maturità e più paura del futuro rispetto al discente. Se non c’è separazione, c’è la dimostrazione di una distanza forse irriducibile. Gianni soffre il peso della responsabilità, sente che non potrà mai veramente capire Paolo, entrare nel suo mondo. Paolo gli dice «Non si fa così»: gli indica la strada giusta, gli insegna a fargli da padre. Sullo sfondo c’è una casa, spazio della famiglia, della convivenza, della condivisione. Il film è ispirato al romanzo autobiografico Nati due volte di G. Pontiggia, che ha scritto: «Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte, e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita».
Gianni è un giovane padre che dopo anni di rifiuto decide di incontrare suo figlio, Paolo, un ragazzo disabile ma con una grande voglia di vivere. Nonostante il grande successo, il film di Gianni Amelio è alquanto deludente. La sceneggiatura debole e la trama colma di lacune, rendono questa pellicola ahimè, fredda ed insipida. Un vero peccato perché con un tema di questa portata, poteva nascere un'opera davvero rilevante e toccante ma che invece non dà alcuna emozione. Malgrado tutto, i due attori protagonisti sono stati bravissimi; Kim Rossi Stuart ci ha regalato un'interpretazione intensa e di grande introspezione mentre Andrea Rossi è stato un uragano di simpatia e spontaneità.
L'opera nasce dall'adattamento voluto dal regista Amelio del libro Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, dove l'autore racconta il suo rapporto con il figlio Andrea, portatore di handicap. La pellicola è incentrata sulla estremizzazione del rapporto tra un padre e un figlio disabile e presenta al pubblico i tratti problematici di simili situazioni quali l'accettazione della diversità e l'imbarazzo nei confronti degli altri. L'opera non si sofferma sul tema dell'handicap in se, pur ovviamente toccandolo, ma svaria sul fronte emozionale di un rapporto in evoluzione. Secondo le dichiarazioni del regista questo è uno dei suoi lavori dove si ride di più e in cui il tema principale viene trattato con maggior serenità e leggerezza ma pur ritrovando in alcune scene una vena di allegria, data dalle genuine capacità comunicative di Andrea Rossi (Paolo nel film), tale serenità proprio non traspare durante la visione. Sin dall'inizio le atmosfere sono pesanti e condite da una colonna sonora in grado di trasmettere ansia; le inquadrature fisse, tanto amate dal nostro cinema, ci lasciano presagire che il film ci metterà parecchi minuti a decollare.
Il narrato ha inizio con l'incontro tra Gianni e il cognato Alberto; parlano di Paolo, figlio di Gianni che lui non ha mai visto e del quale si sono presi cura gli zii, Alberto e sua moglie. Veniamo a sapere così che Gianni non ha mai voluto vedere suo figlio, ritenendolo responsabile in parte della morte in seguito al parto della sua fidanzata. Inizierà da questo punto il viaggio di Paolo e Gianni durante il quale i due impareranno a scoprirsi e conoscersi l'un l'altro. La storia si sviluppa quasi interamente nella città di Berlino, dove i protagonisti devono recarsi perché Paolo possa effettuare degli esami medici. Fin dal primo incontro tra l'uomo e il bambino si evince la difficoltà dell'adulto a relazionarsi con il figlio mentre il piccolo, al contrario, risulterà molto più immediato, quasi avvantaggiato dalle sue peculiarità in una situazione di questo tipo. Paradossalmente il bambino mostrerà al padre con semplicità e naturalezza inconsapevoli ed istintive ciò di cui ha bisogno.
La pellicola comunica tramite messaggi chiari attraverso immagini drammatiche e significative, ma dobbiamo sottolineare che lo spettatore potrà uscire provato da questa prima parte del racconto, troppo lenta e macchinosa, con inquadrature trascinate oltre il limite del poetico. Il personaggio di Gianni prosegue il suo lento cammino di evoluzione passando attraverso piccoli eventi del quotidiano che spesso sono realmente significativi in una situazione particolare come questa e arriverà presto per l'adulto la consapevolezza della fragilità del ragazzo e della sua dipendenza da chi gli sta vicino. Emergeranno così le peculiarità di una persona che può trovare nella sua unicità uno schermo nei confronti della società: tutte le sofferenze che dovrebbero essere del bambino, scoprirà Gianni, sono in realtà spesso sofferenze di chi gli sta accanto. L'uomo si troverà così disarmato davanti a scelte ed interrogativi importanti; verrà chiamato a redimere se stesso, a trovare dentro di se lo spirito necessario per accettare le diversità e ritrovare la dignità di essere veramente padre.
La drammaticità di alcuni momenti del film è sicuramente toccante e fa riflettere profondamente su cose che troppo spesso si tende a cancellare dal proprio mondo; purtroppo però, seppur di inattaccabile valore umano, molte sequenze ostentano una drammaticità prolissa che di "sereno e leggero" ovviamente ha proprio poco, eccezion fatta, come detto, per alcuni accenti di allegria che Andrea Rossi/Paolo regala al pubblico. Un lavoro che sulla carta poteva essere un capo-lavoro ma che non ci sente di definire tale, vuoi per l'eccessiva lentezza del narrato, vuoi per molte scene trascinate all'estremo del possibile, elementi che contribuiscono a rendere questo "mazzo di chiavi" troppo pesante. Un Kim Rossi Stuart che non convince - a volte il suo essere impacciato risulta fine a se stesso e non è sempre funzionale all'aspetto interpretativo - è in compenso sostenuto da una buona Charlotte Rampling. Andrea Rossi sullo schermo (e nella realtà) ha bisogno di un bastone di sostegno per poter camminare e reggersi in piedi, ma il peso del film, dal punto di vista recitativo, ricade completamente sulle sue spalle, ed è lui, a conti fatti, a tenerlo in piedi.
Vent'anni dopo Gianni Amelio continua a Colpire al cuore. Il regista adotta prima il fortunato romanzo di Giuseppe Pontiggia Nati due volte, poi l'esordiente Andrea Rossi, gli affianca un Kim Rossi Stuart impeccabile e registra con una regia trasparente ed essenziale la storia ben sceneggiata da Rulli e Petraglia. In pratica, non sbaglia un colpo. Un padre incontra per la prima volta il figlio disabile, evitato per quindici anni, per accompagnarlo a Berlino per una visita specialistica. Kim Rossi Stuart è una spalla perfetta, esprime con grande efficacia il disagio e l'imbarazzo del suo personaggio. Amelio, senza pietismi e finte consolazioni, mette in scena la diversità, la sua drammaticità, la sua bellezza, la sua imprevedibilità. L'estetica del film è tipicamente nordica. Negli spazi asettici della clinica si riconosce la gelida lucidità di certi episodi del Decalogo di Kieslowski. A ciò si aggiunge la dolente personalità del personaggio interpretato da Charlotte Rampling, che pare diretta da Ingmar Bergman. Ma alla fredda ambientazione non corrisponde una disperante glacialità emotiva: il merito è del giovanissimo protagonista, un autentico mattatore, un campione di umorismo e spontaneità, il vero gioiello del film.
LE CHIAVI DI CASA (IT/FR/GERM, 2004) diretto da GIANNI AMELIO. Interpretato da KIM ROSSI STUART, ANDREA ROSSI, CHARLOTTE RAMPLING, ALLA FAEROVICH, PIERFRANCESCO FAVINO, MANUEL KATZY, MICHAEL WEISS, THORSTEN SCHWARZ Gianni è un uomo ancora giovane che vive con la moglie che gli dà dato da poco un bambino, ma aveva già avuto un altro figlio, di nome Paolo e nato con un grave [...] Vai alla recensione »
Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, per quanto vagamente autobiografico, era un romanzo, con un suo inizio, una sua fine, dei suoi personaggi. Le chiavi di casa di Gianni Amelio, che a quel libro lontanamente si ispira, è un film, e non bisogna dimenticarlo, anche se l’intensità della storia e la veridicità del protagonista paiono cancellare ogni finzione.