Le chiavi di casa

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Un film di Gianni Amelio. Con Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Alla Faerovich, Pierfrancesco Favino, Manuel Katzy, Michael Weiss (II), Ingrid Appenroth, Dimitri Süsin, Thorsten Schwarz, Eric Neumann, Dirk Zippa, Barbara Koster-Chari, Anita Bardeleben, Ralf Schlesener, Andrea Rossi Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 105 min. - Italia, Francia, Germania 2004. - 01 Distribution uscita venerdì 10 settembre 2004. MYMONETRO Le chiavi di casa * * 1/2 - - valutazione media: 2,69 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Brunella Schisa

Il Venerdì di Repubblica

Quando mi hanno proposto di fare un film dal libro Nati due volte, di Giuseppe Pontiggia, mi sono subito reso conto che non ne ero capace. La storia era troppo personale, toccava un argomento drammatico nel quale non sarei riuscito a entrare con naturalezza. Avrei dovuto parlare di un’esperienza nella quale non potevo identificarmi. Un regista usa un linguaggio diverso rispetto a uno scrittore e deve permettersi delle libertà, ma poiché la storia di Pontiggia era autobiografica, mi sono sentito un intruso. L’unica chiave con cui avrei potuto affrontarla era mettere in scena la mia stessa impreparazione».
Così Gianni Amelio, per rispettare l’ultimo libro di Giuseppe Pontiggia se ne è allontanato. Le chiavi di casa, il film italiano più atteso della stagione, in concorso a Venezia il 9 settembre, farà piangere e sorridere, prenderà alla gola e al cuore.
Un giovane padre fugge il giorno della nascita del figlio disabile. Dopo quindici anni deciderà di incontrano su un treno diretto a Berlino, dove il ragazzo va regolarmente per una terapia in un ospedale specializzato. Un viaggio di poco più di una settimana. Pochi giorni per conoscersi e colmare un vuoto durato per tutta la vita del ragazzo.
«Un film che prende a tradimento. Un film di cuore», il regista ci mette in guardia: «Uscirete con i fazzoletti strizzati, ma avendo sorriso per tutto il tempo. La stona ha la leggerezza della seconda parte del Ladro di bambini. Il dramma, più che raccontato, viene scoperto dai piccoli gesti, dai contrattempi quotidiani».
Nel ruolo del padre, Kim Rossi Stuart, in quello del giovane Paolo, Andrea Rossi. Ma c’è anche una madre: non di Paolo, ma di una ragazza disabile, ed è Charlotte Rampling, l’indimenticabile protagonista del Portiere di notte. «In nessun film ho dato tanta importanza a un ruolo femminile. Non un personaggio decorativo, ma una figura complessa, complementare all’uomo, che svelerà quello che in tutto il film non siamo riusciti a capire. Sono stato fortunato, ho avuto gli attori che volevo. Con Charlotte Rampling ci sono voluti tre minuti per passare dal rapporto professionale a quello umano. Ci siamo conosciuti prima delle riprese, volevamo studiarci. Lei, come prima cosa, mi ha chiesto che cosa volevo dire in questo film e come pensavo lei dovesse inserirsi nel ruolo. Io le ho risposto: “Guardi, il desiderio di lavorare con lei è nato prima della scrittura del personaggio. Quindi vediamo se riusciamo ad avvicinarlo alla sua personalità”. Da allora abbiamo parlato d’altro».
La scoperta più emozionante è stata comunque quella del giovane Andrea Rossi, l’esperienza più difficile della carriera del regista. «Appena ho visto Andrea mi sono detto: “il film si può fare”. Ma per paura di fermarmi alla prima taverna ho continuato per mesi la ricerca. In realtà, volevo creare un rapporto con lui, Andrea non diventa amico di tutti, è il contrario del suo personaggio, difficilmente ti adotta».
Gianni Amelio è un professionista delle emozioni, da anni racconta senza retorica di bambinI e di innocenti, attraverso piccoli gesti e minute quotidianità. Mettere Andrea davanti alla macchina da presa è stata per lui una sfida esaltante. «Il problema era convincerlo che quello che doveva dire e fare era una finzione. Con lui non si poteva giocare con l’identificazione che è sempre necessaria per fare recitare i bambini. I piccoli devono giocare a un gioco che conoscono altrimenti sono delle macchinette. Per loro è facile, perché amano “fare finta che...”. Con Andrea era impossibile, dovevo sempre convincerlo che le cose che diceva non toccavano la sua vita personale. Doveva capire che Kim faceva finta di essere suo padre. A ogni inquadratura dovevo recuperare il suo ruolo e quello di Kim. Evitare che lo chiamasse Mm, per questo ho deciso di chiamare il protagonista Gianni, perché molte scene le avrebbe girate con me».
Amelio ha dovuto così reimparare il mestiere. E non soltanto lui. «È stato uno sforzo congiunto, mio e dell’attore. Sono molto grato a Kim, avrebbe potuto non avere la forza di resistere a una recitazione difficile e faticosa fino allo sfinimento. Arrivavamo a rifare la stessa inquadratura anche trenta volte, perché c’era la difficoltà di entrare nella finzione, dovendo fare cose estranee all’esperienza di Andrea. Questo lo metteva in imbarazzo. C’è una scena in cui doveva dare uno schiaffo al padre e non ci riusciva. Quando lo faceva, subito si giustificava: “È Gianni che me lo ha detto!”. oppure, se doveva chiedere qualcosa al padre, per esempio un bicchiere d’acqua e quello gli rispondeva “No, hai già bevuto”, lui perdeva la battuta scusandosi: “Melo ha detto Gianni!».
Una sfida impari, che si dimentica nel momento in cui il volto di Andrea appare sullo schermo e in pochi secondi ti seduce. «Avresti voglia di abbracciarlo e il ricordo della fatica, dello stress si dissolve. Queste sono le cose che mi fanno amare il mio mestiere. Adesso, guardando il film, mi sembra che sia stato tutto facile».
Anche Andrea ha visto il film finito. Come un attore guarda il suo personaggio. Lui e Gianni insieme. Andrea sorrideva, ricordando perfettamente la lavorazione. Compreso i rimproveri di Gianni, superati quando ha capito che non sgridava soltanto lui, ma anche Charlotte e Kim.
Padre e figlio si ritrovano in un Paese straniero, alle prese con una lingua sconosciuta. Amelio ha spesso usato Paesi stranieri, l’altrove. L’Albania, l’America, per il prossimo film, tratto dal romanzo di Ermanno Rea La dismissione si sposterà in Cina. In questo caso ha scelto Berlino, per mettere il padre in una situazione coatta e impedirgli di fuggire una seconda volta. «Dovevo fare come se i personaggi fossero su un tappeto volante, privandoli di qualsiasi aiuto. Quando sei in difficoltà, nel tuo Paese con una telefonata trovi sempre un amico, un parente che ti sostiene». I due, invece, dovevano cavarsela da soli.
Le chiavi di casa è un titolo molto evocativo. Segna li passaggIo dall’infanzia all’adolescenza, Per il nostro protagonista rappresentano il simbolo di un’autonomia che non ha, perché il semplice gesto di infilare la chiave in una serratura per lui è una fatica improba. «A quindici anni le possiede già, ma quando il padre gli promette di non lasciarlo più, si preoccupa, si chiede se quelle chiavi potranno aprire anche la porta della casa del padre e soprattutto quella del suo cuore».
Rivelare il finale, inatteso ed emotivo, sarebbe fare un torto agli spettatori. Si piangerà molto. «Ma è un film pieno di gioia e di ottimismo», assicura il regista. «Non si esce tristi, ma con la voglia di abbracciare mezzo mondo. Di questo sono contento, non c’ero mai riuscito con i film precedenti, tutti con finali aperti su un baratro che lasciavano disorientati». Il film si apre con la dedica «Ad Andrea e ad Andrea», Andrea Pontiggia e Andrea Rossi. E si chiude con un’altra: «In ricordo di Giuseppe Pontiggia».
Da Il Venerdì di Repubblica, 27 agosto 2004


di Brunella Schisa, 27 agosto 2004

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