Le chiavi di casa

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Un film di Gianni Amelio. Con Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Alla Faerovich, Pierfrancesco Favino, Manuel Katzy, Michael Weiss (II), Ingrid Appenroth, Dimitri Süsin, Thorsten Schwarz, Eric Neumann, Dirk Zippa, Barbara Koster-Chari, Anita Bardeleben, Ralf Schlesener, Andrea Rossi Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 105 min. - Italia, Francia, Germania 2004. - 01 Distribution uscita venerdì 10 settembre 2004. MYMONETRO Le chiavi di casa * * 1/2 - - valutazione media: 2,69 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Natalia Aspesi

La Repubblica

Nati due volte di Giuseppe Pontiggia, per quanto vagamente autobiografico, era un romanzo, con un suo inizio, una sua fine, dei suoi personaggi. Le chiavi di casa di Gianni Amelio, che a quel libro lontanamente si ispira, è un film, e non bisogna dimenticarlo, anche se l’intensità della storia e la veridicità del protagonista paiono cancellare ogni finzione. Ma il personaggio Andrea, adolescente disabile, non rappresenta il vero Andrea che lo interpreta: tetraplegico spastico, molto amato da genitori straordinari, lui ha fragilità, difficoltà, interruzioni, vuoti, chiusure, che neppure un grande regista come Amelio può sondare e raccontare. «Nel film si aggirava come in una stanza buia, e noi lo guidavamo passo per passo, parola per parola, espressione per espressione, attraverso un microfono nell’orecchio». Dire che dirigerlo è stato difficile «è un eufemismo. Abbiamo girato ogni ripresa almeno una trentina di volte e Kim Rossi Stuart, nel ruolo del padre, è stato eroico, oltre che molto bravo. Pure proprio per questa sua docilità sorda e impenetrabile, considero il ragazzino Andrea coautore del film, cui ha trasmesso la sua naturale spensieratezza e una specie dì saggezza innocente e incosciente».
Le chiavi di casa è la storia di un giovane padre che per la prima volta incontra il figlio ormai adolescente: al momento del parto disastroso, la mamma che aveva l9an-ni è morta, il bimbo è nato “con qualche problema” come hanno detto i medici, ed è stato allevato dai parenti materni. Adesso Gianni, il padre, ha una giovane moglie, un piccino stupendo di pochi mesi, e all’improvviso gli piomba addosso l’ingombro, l’angoscia di quello sconosciuto ragazzino disabile da accompagnare in un ospedale di Berlino per controlli e cure. E’ un approccio difficile, spaventato, amaro, insofferente, diffidente, e tra i due il più disinvolto è quel vispo quindicenne abituato a sopportare sofferenza e diversità. Dice Amelio: «Ci commuoviamo davanti alle difficoltà fisiche, motorie, ma siamo meno tolleranti verso quelle mentali, caratteriali, sociali. Il mio film costringe la gente a guardare per 105 minuti un ragazzino la cui fatica di vivere è un continuo atto di eroismo, come lo è quello di tutti quelli che vogliono, devono e non sempre riescono, amarlo». Nell’ospedale dove Andrea, nelle mani di una fisioterapista tedesca implacabile, marcia con le povere gambe sull’interminabile Everest della sua dolorosa, ondeggiante fatica, Gianni incontra Nicole (la desolata Charlotte Rampling) che assiste la figlia come altre opere adulta, intelligente e totalmente paralizzata: «I padri non ce la fanno, si tirano indietro. Sono le madri a fare il lavoro sporco. A non mollare. A prendersi tutta la disperazione.
Nadine sta leggendo, nell’edizione francese, il libro di Pontiggia, e lo passa a Gianni «perché parla di noi». Poi gli spezza il cuore: «Quando guardo gli occhi disperati di mia figlia penso, perché non muore?». Cresce l’amore nel cuore del padre per quella creatura sconosciuta e misteriosa che si sforza di scrivere, che conserva la foto di una bambina mai incontrata, che pare sentire diversi gli altri e non se stesso, che non piange mai, che non si lamenta mai, che non ha risentimenti. Gianni decide che sarà finalmente padre e lo terrà con sé nella sua nuova famiglia: via dalle cure torturatrici, gli regala un breve viaggio in Norvegia. In macchina l’idillio si interrompe, Andrea dal fondo dei suoi misteri si fa dispettoso,quasi violento, lo sguardo nemico, non è più il fragile simpatico ragazzino da coccolare e assecondare. «Ho fatto il film per questa scena», dice Amelio, «perché sarebbe stato offensivo rendere ipocritamente idilliaco un finale che resta aperto su un futuro incerto e difficile». Gianni finalmente piange di sperdimento, delusione, affanno, paura del futuro. Ed è Andrea, tornato dal suo breve viaggio nel buio, a consolarlo, a sentirsi per la prima volta figlio.
Si sa che la Rai, produttrice del film, lo ha mandato a Venezia per risarcirsi del mancato Leone d’oro, l’anno scorso, a Buongiorno, notte di Bellocchio, preteso con ogni mezzo. Le chiavi di casa è molto bello, commovente, intelligente e merita quel premio che è dato per scontato sin dall’inizio della Mostra. Lo merita però come un altro paio di film altrettanto ben fatti. Sarebbe giusto che lo vincesse, ma non sarebbe uno scandalo se non accadesse. Dipende, come è ovvio, dalla sensibilità e dai gusti della giuria, presidente il regista John Boorman. Si sa che uno dei favoriti è Mare dentro dello spagnolo Amenàbar, storia vera di un altro tetraplegico che non cerca di adattarsi alla vita come Andrea ma vuole solo morire e quasi vecchio ci riesce. Certo Javier Bardem è bravo, ma resta un attore che “fa” il paraplegico con tutti i limiti gigioneschi del mestiere. Amelio non ha pensato un solo momento di usare un attore, «anche se sapevo di andare incontro a un possibile fallimento tecnico, Ma avevo bisogno di capire, di avvicinarmi il più possibile a un mondo sconosciuto e forse inconoscibile. Senza il corpo di Andrea, i sorrisi di Andrea, la diversità di Andrea, il buio di Andrea, questo film non ci sarebbe». Il ragazzo ha presenziato alla serata di gaia con i genitori, alla fine lacrime e applausi sono stati interminabili.
Da La Repubblica, 10 settembre 2004


di Natalia Aspesi, 10 settembre 2004

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