| Titolo originale | Oldboy |
| Anno | 2003 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Corea del sud |
| Durata | 119 minuti |
| Regia di | Park Chan-wook |
| Attori | Choi Min-sik, Ji-tae Yu, Hye-jeong Kang, Dae-han Ji, Oh Dal-soo Byeong-ok Kim, Seung-Shin Lee, Jin-seo Yun, Dae-yeon Lee, Kwang-rok Oh, Oh Tae-kyung, Yeon-suk Ahn, Il-han Oo, Su-hyeon Kim, Seung-jin Lee. |
| Uscita | mercoledì 9 giugno 2021 |
| Tag | Da vedere 2003 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| MYmonetro | 3,96 su 16 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 26 maggio 2021
Dalla Corea un film teso, duro e visionario che è piaciuto molto a Tarantino, che lo ha premiato a Cannes 2004, dove era presidente. Forse perché, come dice Chan-wook, questo è il film che Tarantino sognava di fare. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha ottenuto 1 candidatura a Critics Choice Award, In Italia al Box Office Oldboy ha incassato 479 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Dae-su, sposato e con figlia piccola, è uomo dalle molte amanti e con il vizio dell'alcol. Una sera viene fermato dalla polizia per ubriachezza molesta. Non appena rilasciato, scompare nel nulla. Si risveglia in una squallida stanza, dove è tenuto prigioniero. Poco dopo, scopre che sua moglie è stata assassinata e lui è il principale sospettato. La sua prigionia dura quindici anni. Un tempo infinito, passato a covare un odio profondo verso il suo sconosciuto aguzzino e a prepararsi fisicamente alla vendetta.
Benvenuti nell'incubo visionario di Chan-wook Park, regista di spicco, al fianco di Kim Ki-duk, della Nouvelle Vague del cinema coreano. Che non ha nulla da invidiare, quanto a tensione e suspense, al cinema di genere americano, ma spesso e volentieri lo supera in profondità e torbidezza psicologica e in crudezza del racconto.
Un cinema di genere estremamente nero, quello firmato da Park, che sa farsi d'autore, seppur in maniera molto diversa dallo stile di Quentin Tarantino, che lo ha insignito a Cannes del Gran Premio della giuria da lui presieduta. È vero che il cuore di Oldboy è la vendetta, proprio come nella maggior parte dei film del regista di Pulp Fiction. Ma qui la violenza consumata nella corsa della vittima all'inseguimento del suo carnefice non lascia nessuna concessione al ludico. L'affannosa ricerca di Dae-su - interpretato dall'ottimo Choi Min-sik - a caccia della verità sul suo carceriere è faccenda estremamente seria per il regista, che ne lascia traboccare tutta la gravità, avvinghiando lo spettatore in un vortice di passioni malate sempre più livido e allucinato, con l'andamento lacerante di una tragedia greca alla "Edipo Re". Il salto nel vuoto dell'incubo torbido del protagonista - scandito da una musica che più adatta non poteva essere - toglie il fiato e lascia stremati. Sopraffatti da un mondo dominato dalla violenza e dalla follia di istinti bestiali, dove persino l'amore è sbagliato. Così, più Dae-su si avvicina al suo rapitore e alle ragioni delle sue azioni criminose, più la luce in fondo al tunnel si affievolisce.
Lo stile di ripresa e montaggio accentuano il senso di angoscia claustrofobica e asfissiante provata da un protagonista che, tornato libero, si rende conto di essere ancora prigioniero, solo in una stanza più grande. La sua fuga di uomo braccato, spiato e controllato non può che esplodere in una memorabile rissa in piano sequenza, in cui Dae-su affronta da solo, a calci, pugni e martellate, un fitto branco di aggressori. Ma l'incubo non è finito, i colpi di scena sono dietro l'angolo e mozzano il fiato.
L'unica concessione al colore, e alla vita, è quel rosso finale nel bianco della neve, simbolo di speranza e forse anche di riscatto, ma non di una nuova purezza, impossibile da raggiungere nel mondo sporco di Chan-wook Park. Autore di un cinema che si conficca nella pelle e nell'anima dei suoi protagonisti, come dei suoi spettatori.
Al Festival di Cannes del 2005, nel quale vinse il premio come miglior film straniero, Quentin Tarantino (che faceva parte della giuria) disse di questo film: “E’ il film che avrei voluto fare”. I presupposti c’erano tutti, poi quando appena all’inizio della pellicola un uomo, Dae-su, viene rapito e rinchiuso in una stanza senza sapere da chi e il perché, ecco che [...] Vai alla recensione »
A posteriori, è sempre stato Oldboy. Sono trascorsi un paio di decenni, strapieni di grandi successi, da quando il nuovo cinema coreano sorgeva all’improvviso grazie a una generazione di registi eclettici che con un nuovo linguaggio del blockbuster hanno conquistato le platee prima in patria e poi in tutto il mondo. Ma quando andiamo a cercare il titolo più simbolico di quegli anni, quello che più di tutti incarnò il cambiamento in arrivo, non possiamo che tornare a Oldboy di Park Chan-wook.
Mentre il film riappare nelle sale italiane il 9 giugno di quest’anno (restaurato in 4K) la mente corre al 2003, quando questa perversa e brutale tragedia di vendetta dai toni edipici arrivava per la prima volta sugli schermi, adattata da un manga giapponese. Avrebbe vinto nel 2004 il Gran Premio della giuria a Cannes, negli anni in cui l’Italia iniziava ad apprezzare il cinema diversissimo ma vicino di Kim Ki-Duk. Bong joon-ho, oggi il nome più noto di quel gruppo di registi grazie al trionfo di Parasite (guarda la video recensione), girava nello stesso anno un film che poi sarebbe stato anch’esso riscoperto, Memories of murder (guarda la video recensione). Eppure fu Oldboy a catturare l’immaginario come uno dei film più iconici dei primi duemila. Il polpo, il martello, la capigliatura scomposta di Oh Dae-su: sono alcuni degli elementi indimenticabili di un noir-thriller di rottura, che ha cresciuto una generazione e consegnato sequenze come quella del combattimento nel corridoio (che continua a essere omaggiata a vario titolo ancora oggi) alla cultura pop globale.
Talmente potente e longeva è l’eredità di Oldboy che l’inevitabile remake americano del 2013, di firma peraltro prestigiosa come quella di Spike Lee, non ha praticamente lasciato traccia. Troppo primordiale l’energia di un film che sembra emanare dall’interpretazione di Choi Min-sik. Vittima e carnefice, giustiziere e giustiziato, uomo qualunque che si ritrova imprigionato per anni e privato degli affetti, per poi credere di potersi arrogare il privilegio della vendetta. Meno si dice della storia e meglio è, considerando l’intrigo perfetto e sorprendente di un film che coglie sempre di sorpresa lo spettatore.
“Voglio qualcosa di vivo” proclama perentorio il protagonista Dae-su al ristorante, in un’altra delle scene più celebri; mentre Choi Min-sik mostra tutto il range di un personaggio che sa muoversi tra la plasticità comica dei gesti e la profondità dell’anima negli sguardi, la battuta sembra chiamare il film stesso, che irrompe sulla scena del cinema coreano e mondiale diventando da subito un classico contemporaneo di grande vitalità. La violenza di Oldboy e la riflessione sulla vendetta (Park completerà poi un’intera trilogia sul tema, con Mr. vendetta e Lady vendetta) sono facili da incastonare nel momento storico. Era del resto il periodo di Kill Bill, gli anni in cui il cinema d’azione usciva dal postmoderno anni novanta e cercava nuove ibridazioni. Eppure l’originalità di Oldboy non è mai apparsa derivativa, a dispetto delle sue mescolanze pop, che tirano in ballo il linguaggio dei fumetti e anche dei videogiochi.
Opera che racconta anche dell’uscita da un isolamento - e dei rischi che essa comporta - Oldboy è una vecchia conoscenza buona pure per il nostro tempo, da riscoprire ma anche da sperimentare per la prima volta tutta in un boccone, come il polpo del ristorante. Il fatto che non dimostri per nulla i suoi quasi vent’anni non fa che confermare la freschezza con cui ci colse di sorpresa al suo arrivo.
Entriamo subito in un microcosmo chiuso e ossessivo. Un uomo si risveglia prigioniero in una stanza; l'unico contatto con l'esterno è la tv: dalla quale il prigioniero apprende che sua moglie è stata assassinata e che è lui il sospettato. Poi, il protagonista di quella che sembra un'allucinazione si ritrova - d'un tratto - libero. Incerto su tutto, a partire dalla propria identità, di una sola cosa [...] Vai alla recensione »