| Anno | 1997 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 131 minuti |
| Regia di | Roberto Benigni |
| Attori | Horst Buchholz, Roberto Benigni, Giustino Durano, Nicoletta Braschi, Giuliana Lojodice Giorgio Cantarini, Gina Rovere, Lidia Alfonsi, Marisa Paredes, Franco Mescolini, Andrea Tidona, Massimo Salvianti, Nino Prester, Francesco Guzzo, Richard Sammel. |
| Uscita | giovedì 18 dicembre 1997 |
| Tag | Da vedere 1997 |
| Distribuzione | C.G.D - Cecchi Gori Distribuzione |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,32 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 21 settembre 2017
Argomenti: La zona d'interesse
Sei anni dopo il matrimonio di Guido e Dora, lui viene prelevato con lo zio Eliseo e il figlio Giosué e portato in un campo di concentramento. Lei, pur non essendo ebrea, decide di seguirli di sua iniziativa. Il film ha ottenuto 7 candidature e vinto 3 Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha vinto 5 Nastri d'Argento, 2 candidature e vinto un premio ai SAG Awards, Al Box Office Usa La vita è bella ha incassato 57,2 milioni di dollari .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Guido Orefice, ebreo romantico nell'Italia di Mussolini, raggiunge 'senza freni' Arezzo. Assunto come cameriere al Grand Hotel sposa Dora, la principessa precipitata dal cielo e promessa a un grigio funzionario di regime. Dal loro amore, più forte delle discriminazioni e della propaganda antisemita, nasce Giosuè. Cinque anni dopo la situazione precipita e Guido e Giosuè vengono deportati. Condannati all'inferno, Guido oppone instancabilmente la forza del sogno all'incubo troppo reale dei campi di concentramento. Giorno dopo giorno convince il figlio che quello a cui assiste è soltanto un immenso gioco di ruoli in fondo al quale si vince un tank. Guido traveste l'orrore, lo adatta, lo dirotta perché il suo bambino non smetta mai di sognare.
Guido ha un dono raro. È capace di ridisegnare la vita, di farla più bella con la forza dell'immaginazione. Guido è un mago, com'è permesso di esserlo solo nelle favole o in un film che si azzarda a sfidare le leggi del realismo. Come si comporterebbe allora questo funambolo allegro e generoso in faccia all'orrore indicibile dei campi nazisti? Con esuberanza. Un'esuberanza che lascia costantemente sbalorditi protagonisti e spettatori. Cameriere al Grand Hotel di Arezzo, Guido semina un trambusto sovversivo che confonde i burocrati fascisti che lo incrociano. Perché Guido il fascismo non lo combatte frontalmente, si accontenta di metterlo in ridicolo alla prima occasione e in ogni occasione, sostituendosi a un ispettore mandato da Roma per tenere una lezione sulla superiorità della razza o al fidanzato fascista della sua principessa. Guido è un personaggio felice e inafferrabile, uno schlemiel formidabilmente capace di piegare a suo favore gli scacchi della sorte, di farsi gioco dei cattivi.
L'impertinenza gli si addice come l'ardore. E infatti la sola idea fissa di Guido è Dora, la giovane istitutrice che cede sotto il suo charme e la sua poesia leggera. La sposa e cinque anni più tardi cammina con suo figlio sotto lo sguardo di un soldato tedesco e verso un treno coi vagoni di legno. "Dove andiamo?", domanda il bambino, e La vita e bella scivola nell'imponderabile. Come il destino di Guido, come l'ambizione di Benigni. Dove vanno, Guido non ne ha idea ma, precipitato nell'orrore concentrazionario, non si arrende. La favola volge al nero e Benigni introduce un'idea luminosa sulla quale costruisce la seconda parte del film: il suo eroe, abile a incantare la vita degli altri, inventa per suo figlio il gioco della sopravvivenza. Un gioco in cui i soldati tedeschi, "quelli cattivi, cattivi che urlano forte", dettano le regole, dove si guadagnano punti a nascondersi, dove si perdono piangendo, dove accumulandone mille si vince un carro armato, uno vero. Chiunque voglia sottrarsi al male non ha altra scelta, per Benigni, che recitare il folle.
Seguendo l'impronta delle comiche slapstick, l'autore fa del suo Guido l'erede più diretto del barbiere di Chaplin (Il grande dittatore). Come lui non perde mai la propria identità, prendendo la libertà di sostituirsi (in)consapevolmente agli avversari. Qualsiasi magia Guido compia non è che un piccolo tentativo di resistere alla grandezza del Male. Nell'incessante confronto tra i segni accumulati di una tragedia in marcia (il fumo nero che esce di continuo da un camino, la montagna di abiti smessi, la doccia dove vengono spediti vecchi e bambini) e i prodigi d'invenzione di un padre per dissimularli al proprio figlio, nasce la singolare pertinenza del film, che svela e denuncia progressivamente la crudele assurdità della loro situazione.
Tra l'infilmabile e il troppo filmato, Benigni prende la sola decisione possibile, elude il realismo e stilizza per non tradire. Questa scelta morale ed estetica insieme è decisiva. Il campo in cui è stato deportato Guido non esiste ma è un richiamo inconfutabile al male banale e assoluto che conosciamo. La vita è bella affronta la tragedia seguendo un sentiero puramente fantastico ma la fantasia subisce un terribile tracollo di fronte allo svelamento effettivo della realtà (il muro di cadaveri). Nondimeno Guido è l'unico personaggio in grado di incarnare l'elemento favolistico, di sfidare gli orchi, di giocare con un dio capriccioso e invisibile. Contro l'ineluttabile si difende con l'ironia, un'ironia che finisce per disfarsi quando gli eventi precipitano. Quando Lessing, il medico che Guido aveva servito anni prima al Grand Hotel, non vede la 'soluzione' che ha davanti agli occhi. Quando nel momento più critico, rispetto al quale le proprie dimensioni e le proprie magie cessano di 'funzionare', Guido trova la risorsa di una giulleria che spacca il cuore. Quando non c'è più niente da ridere e il male diventa un'evidenza tutta da piangere. È allora che misuriamo il bel trionfo di Benigni, la sua abilità a evitare la drammatizzazione a oltranza e la buona coscienza consensuale. Ma il racconto e la memoria della Shoah possono passare per la risata? Se lo è domandato una parte della critica accanita contro una commedia in due atti che rompe l'interdizione in maniera più significativa di Schindler's List. Benigni non ride di o con la Shoah. Benigni conferma piuttosto che la risata e l'orrore, lontani dall'escludersi, si attraggono naturalmente. Ridere salva la vita, è una reazione vitale contro il caos e la disperazione. Semplice e chiaro, La vita è bella laicizza la memoria senza mai dimenticare. La poesia dopo Auschwitz è possibile. Lo diceva Paul Celan, lo ribadisce Roberto Benigni, il clown che ha sbaragliato la barbarie nel tempo di una favola.
La vita è bella è un film sospeso tra comico e tragico, fantasia e realtà, magia e Storia. È diviso in 2 parti. La 1ª si svolge in città e si basa sull’amore di Guido e Dora. La 2ª si svolge nel lager e si basa sulla tragedia dell’Olocausto. Il film si lega all’opera Il mondo come volontà e rappresentazione, di Schopenauer. Secondo Schopenauer, il mondo è fenomeno, è una rappresentazione dell’individuo. Se si vuole risalire a ciò di cui il mondo è fenomeno, alla cosa in sé, bisogna cercare in noi, in ciò che vi è di più intimo nella nostra persona. La cosa in sé è la volontà, non come valore razionale, ma come tendenza istintiva, mossa dal desiderio, dal bisogno: è volontà di vita. Torniamo al film nell’ottica di Schopenauer. Nella 1ª parte, Guido, per conquistare Dora, trasfigura la realtà quotidiana, la fa diventare magica, comica, usa gli elementi della vita per allestire una rappresentazione magica, padroneggiando la causalità prevedibile della catena causa-effetto, e fa credere a Dora che ciò che accade sia frutto della sua volontà. Si ha così una rappresentazione magico-comica dettata da una volontà amorosa. Nella 2ª parte, Guido, per proteggere Giosuè, trasfigura la realtà tragica del lager, la fa diventare ludica, comica, usa gli elementi della vita nel lager per allestire una rappresentazione ludica, tentando di padroneggiare la casualità tragica e imprevedibile del lager. Si ha così una rappresentazione ludico-comica dettata da una volontà naturale di vita, la volontà del padre di far sopravvivere il figlio, di proteggerlo dall’orrore, di preservare la credenza del figlio nella bellezza della vita. Guido traduce la lingua tragica della realtà e della Storia nella lingua salvifica della fantasia comica. La frase finale di Giosuè, «Abbiamo vinto», attesta la riuscita del progetto educativo di Guido: Giosuè è sopravvissuto al lager, ha conservato la fantasia e la letizia, è salvo fisicamente e spiritualmente. Secondo Nietzsche, il mondo è segnato dal dolore, e chi arriva a vedere l’atrocità e l’assurdità dell’esistenza come verità raccapricciante, rischia di divenire incapace di agire: «Ed ecco, in questo estremo pericolo della volontà, si avvicina, come maga che salva e risana, l’arte; soltanto lei è capace di volgere quei pensieri di disgusto per l’atrocità o l’assurdità dell’esistenza in rappresentazioni con cui si possa vivere: queste sono il sublime come repressione artistica dell’atrocità e il comico come sfogo artistico del disgusto per l’assurdo».
Quando a Dumas père era mossa l'accusa di violentare la Storia, il sagace romanziere si scagionava obiettando che dai suoi atti di violenza nascevano dei bei bambini. Un'osservazione simile si potrebbe rivolgere ai puristi e a quanti storcono il naso di fronte a La vita è bella. Il film di Benigni infatti non è una pedante ricostruzione manualistica, ma una storia nella Storia, una favola moderna costruita sullo sfondo di una delle più drammatiche pagine che l'umanità ricordi.
Guido, un giovane ebreo amante della vita e della poesia, si reca ad Arezzo con l'amico Ferruccio in cerca di lavoro. Si fa assumere come cameriere dallo zio Eliseo, che gestisce il Grand Hotel, e s'innamora di Dora, un'insegnante promessa sposa all'antipatico fascista Rodolfo. Con l'esuberanza e l'allegria del suo carattere, riesce a vincere le reticenze della maestrina, e a sposarla. Sei anni dopo, probabilmente denunciato dalla suocera che non ha mai digerito il matrimonio, Guido è deportato in un campo di concentramento con lo zio Eliseo e col suo figlioletto, il piccolo Giosuè, mentre Dora, pur non essendo ebrea, decide di seguirli di sua iniziativa.
È l'inizio della tragica avventura di un padre che, per proteggere il figlio dalla realtà, maschera l'intero dramma della prigionia dietro la ridente facciata di un appassionante gioco a punti; di un marito che, vincendo la lontananza fisica, cerca di restare vicino all'amata moglie; di un uomo, che è disposto veramente a tutto, anche al personale sacrificio, pur di difendere ciò che ha di più caro. Sino alla prova conclusiva, che nella fantasia di Giosuè assume i connotati di una lunga partita a nascondino, prima dell'assegnazione dell'ambito premio finale.
Da un punto di vista strettamente razionale, La vita è bella è un film ricco di punti deboli: anacronismi a volontà (l'espediente del gioco a punti, per dirne uno, somiglia molto alla più recente logica del videogame), inverosimiglianze che sfociano nell'assurdo, situazioni melense e semplicistiche che mettono a dura prova la credibilità del racconto. Per tacere il sotteso buonismo e la retorica che trapela in alcune sequenze. Ma l'insidia di uno sciropposo melodramma è superata da un'insolita carica emotiva. L'intera storia è attraversata dalla forza di una poesia, sorretta dall'incantevole commento musicale di Nicola Piovani, che trascende le incoerenze dello script, spingendo lo spettatore a guardare ben oltre le apparenze, e persino oltre la spesso sopravvalutata sfera del pensiero.
È un poema sulla vita, sull'amore, sulla famiglia, e profonda in questo senso è l'intesa umana, oltre che professionale, tra Benigni e il piccolo Cantarini, non dimenticando quella altrettanto notevole tra il protagonista e la Braschi, che portano sul set l'autenticità di un rapporto collaudato dalla vita stessa. Deciso è anche il tratteggio di alcune figure di contorno, come il già ricordato zio Eliseo, interpretato da un convincente Giustino Durano, e il curioso dottor Lessing, deus ex machina ridicolo e tragico, che da apparente angelo custode di Guido si rivela in tutta la sua impotenza, vittima non tanto del sistema, quanto di un cieco solipsismo che sospinge la vicenda nel suo risvolto più spiccatamente drammatico. Ma la grande rivelazione è proprio lui, Benigni, attore, regista, e uomo. Il film segna un solido spartiacque e insieme un momento di felice connubio tra il "comico puro" della prima produzione e "l'artista impegnato" della successiva, non solo sul piano strettamente cinematografico, ma su quello più generale di uomo di spettacolo.
Rivela compiutamente un talento soltanto incubato nei lavori precedenti, e qui pienamente espresso, con eleganza e con un esuberante citazionismo, che va da Chaplin al collega e grande amico Massimo Troisi, cui deve tantissimo, e che ricalca soprattutto nell'esasperato "girotondo" messo a punto per incontrare Dora, memore dell'originale, ma meno appariscente, in Ricomincio da tre.
Nel complesso emerge una vivace macchina narrativa, emozionante e divertente (la scena dell'interpretariato, da sola, è un piccolo capolavoro di comicità), sino all'inatteso finale, un po' pretenzioso, ma che scalda il cuore e zittisce anche i cinismi più accaniti. E' la magia di una storia che ci ricorda come, nonostante tutto, la vita meriti di essere vissuta. Magari con un pizzico della salutare follia di questo piccolo grande diavolo del cinema!
E' uno dei capolavori italiani che rimarranno nella storia del nuovo millennio. Benigni ha fatto trasudare al 100% ciò che il film vuole trasmettere. L'inizio è tipico dei film con Troisi, ma riesce quasi subito a trascinarti nel film con dolcezza e originalità. La coppia Braschi-Benigni non delude, anzi, dà ancora di più in questo film che risulta avere una [...] Vai alla recensione »
Il regno delle tenebre è il luogo dove manca, per definizione, la possibilità di ridere. Auschwitz ne è il paradigma assoluto: inferno sulla Terra, territorio di Satana, assenza di Dio. Luogo in cui ogni umanità è spenta, deserto radicale dello spirito. Eppure, come ci ricorda uno dei sopravvissuti nel film Memoria, di Ruggero Gabbai, fra i prigionieri, talvolta, riusciva a sopravvivere un barlume [...] Vai alla recensione »