L’ultima busta della serata è finita nelle mani di Matthew McConaughey e Woody Harrelson, riuniti a distanza di anni da True Detective con un compito accessorio rispetto a quello ufficiale: allungare il brodo.
La cerimonia stava correndo troppo, i due hanno improvvisato a lungo prima di annunciare la miglior commedia e la 78ª edizione dei Primetime Emmy Awards si è chiusa lo stesso con tre minuti di anticipo. Fatto non secondario, perché due mesi prima la Television Academy aveva tolto cinque premi dalla diretta motivando la scelta con la necessità di fare spazio a numeri musicali e siparietti comici. La serata si è tenuta nella notte (ora italiana) tra il 14 e il 15 settembre al Peacock Theater di Los Angeles, su NBC e in streaming su Peacock, con la conduzione di Mariska Hargitay: dal 1993 il timone non era affidato a qualcuno che non fosse un comico o un volto da intrattenimento e una donna non conduceva dal 2011. Il tutto dentro il centenario di NBC, che ospita l’evento e lo ha spostato al lunedì per non entrare in collisione con il football domenicale. Ma diamo un’occhiata più da vicino a cosa è successo.
Gli Emmy 2026 raccontano un’industria che continua a scommettere sugli esordi, con esiti però opposti a seconda del comparto. Lato commedia Apple TV supera il proprio record dell’anno precedente: dopo The Studio, è Widow’s Bay – horror-comedy di prima stagione creata da Katie Dippold, ambientata su un’isola del New England che convive con una maledizione secolare – a fissare il primato assoluto per una comedy in una singola annata, quattordici premi contro tredici. Il titolo vale soprattutto per come tiene insieme materiali incompatibili senza risolverli: la paura non disinnesca la battuta e la battuta non sdrammatizza la paura. Lato drama accade l’inverso e la concentrazione lascia il posto alla dispersione: The Pitt (HBO Max) si conferma miglior serie drammatica per il secondo anno di fila, ma gli altri premi della categoria si distribuiscono su quattro titoli diversi, con Pluribus (Apple TV) di Vince Gilligan a raccogliere interpretazione femminile e sceneggiatura. Sul fronte miniserie domina DTF St. Louis (HBO), firmata in regia e scrittura dal creatore Steven Conrad, che però incassa sei dei suoi sette premi fuori dalla diretta televisiva. Sul versante intrattenimento si confermano l’impostazione whodunit di The Traitors (Peacock) e, nella nuova categoria variety, che accorpa scripted e talk, The Late Show with Stephen Colbert (CBS) proprio nella sua ultima stagione, mentre l’evento live più premiato dell’anno è lo show dell’intervallo del Super Bowl LX con Bad Bunny.
Il quadro d’insieme è quello di una filiera che chiude cicli lunghi mentre concentra il prestigio su titoli di prima stagione e che riconosce come formato premium non più solo la serie ma l’evento dal vivo. Sullo sfondo, un’Academy che prova a rendere spettacolare la propria vetrina restringendola – diciannove categorie in diretta contro le ventisei dell’anno scorso, con una protesta congiunta di DGA, WGA e SAG-AFTRA – mentre l’industria che dovrebbe rappresentare continua ad allargarsi.
I vincitori chiave
Drama
Un caso da manuale di dispersione del voto interno, con sette candidati tra i non protagonisti e nessuna vittoria: è il paradosso di The Pitt (HBO Max), che pure si porta a casa la miglior serie drammatica e il bis di Noah Wyle come attore protagonista, riconoscimento a una tenuta interpretativa che attraversa trent’anni di medical drama. Quelle due caselle vanno rispettivamente ad Allison Janney (The West Wing, Mom) per The Diplomat (Netflix), ottava statuetta in carriera, e a Tom Pelphrey (Ozark, Banshee) per Task (HBO Max), al primo Emmy. Il resto si distribuisce su titoli Apple TV: Rhea Seehorn vince come protagonista per Pluribus, primo Emmy dopo il lungo apprendistato di Better Call Saul, e allo stesso titolo va la sceneggiatura firmata da Vince Gilligan; la regia premia Saul Metzstein per l’episodio “Scars” di Slow Horses, terzo riconoscimento autoriale consecutivo per la serie dopo la sceneggiatura nel 2024 e la regia lo scorso anno.
Comedy
Il dato dell’anno arriva da qui. Widow’s Bay (Apple TV) conquista sei delle sette categorie comedy in diretta: miglior serie, protagonista a Matthew Rhys, non protagonisti a Stephen Root e Kate O’Flynn, regia a Hiro Murai – primo regista di origini asiatiche a vincere in questa categoria – e sceneggiatura a Katie Dippold. Sommati agli otto Creative Arts, fanno quattordici premi in una stagione: record assoluto per una serie comedy, uno in più di quanti ne aveva raccolti The Studio dodici mesi fa. L’unica breccia la apre Jean Smart come miglior attrice protagonista, quinto Emmy per Hacks (HBO Max), uno per ogni stagione della serie, in un congedo che chiude un ciclo interpretativo più che premiare una singola prova.
Limited/Anthology
DTF St. Louis (HBO) si impone come miglior miniserie completando un percorso da sette statuette, sei delle quali già incassate ai Creative Arts: David Harbour e Linda Cardellini tra i non protagonisti, e la doppietta regia-sceneggiatura per il creatore Steven Conrad. La categoria protagonisti riserva invece i due scarti più interessanti della serata: Matthew Rhys vince anche qui, per The Beast in Me (Netflix), diventando il primo interprete maschile a conquistare due Emmy da protagonista nello stesso anno, e Sally Field supera i pronostici che davano favorita Carey Mulligan di Beef (Netflix), imponendosi per Remarkably Bright Creatures (Netflix), premiato anche come miglior film per la televisione.
Se il 2025 aveva distribuito il prestigio su più poli, il 2026 lo fa in due direzioni opposte e simultanee. Nella commedia il sistema concentra tutto su un esordio, premiando un oggetto ibrido che tiene insieme horror e commedia senza sciogliere la tensione tra i due registri: è la conferma che il cosiddetto “tono” – la capacità di governare materiali incompatibili dentro un’unica grammatica visiva – è diventato il vero criterio autoriale riconosciuto dall’industria; non a caso l’unica categoria comedy sfuggita a Widow’s Bay è quella in cui non aveva un candidato. Nel drama accade l’inverso: sette premi a cinque titoli diversi, con il capofila che perde tutte le sue sette candidature non protagonista. A incorniciare il tutto, una cerimonia che si è auto-ridotta, proprio nell’anno in cui il premio più pesante va a una prima stagione. Un’industria che continua a produrre eventi premium e stagioni corte, dentro una vetrina istituzionale sempre più stretta.