Wes Anderson, i fratelli Dardenne, Jafar Panahi e tanti altri grandi nomi del cinema mondiale in questa 78.ma edizione del festival.
di Paola Casella
Come sempre il Festival di Cannes, giunto quest’anno alla sua 78esima edizione e in corso dal 13 al 24 maggio, si presenta come “il migliore del mondo”, con il suo direttore artistico Thierry Frémaux intento a raccontarlo in pompa magna. Quest’anno Frémaux ha uno spin specifico: le frecciatine all’America di Donald Trump, sottoforma di lodi sperticate alla libertà di pensiero e di espressione della kermesse francese.
Frémaux sottolinea anche la presenza femminile “con un terzo dei film in gara firmato da registe”, evidenzia la presenza di titoli “provenienti da ben 56 Paesi”, e rassicura che il cinema mondiale nel 2025 è “vivo e vegeto”, dopo essere sopravvissuto alla pandemia (che, lo ricordiamo, costrinse il festival a mancare un’edizione). Tracciamo qui le novità del concorso, con un’attenzione più ampia agli italiani in gara anche nelle altre sezioni.
GLI ITALIANI
L’unico italiano in concorso è Mario Martone con Fuori, il film sulla scrittrice Goliarda Sapienza e le difficoltà da lei incontrate per ottenere la pubblicazione di "L’arte della gioia" Fuori è interpretato dalla stessa Valeria Golino che ha diretto la miniserie su quel romanzo fiume: Golino è da sempre una beniamina di Frémaux, che non perde l’occasione per sottolineare che “il romanzo di Sapienza è stato scoperto dagli editori francesi e solo dopo è stato pubblicato in Italia”. Nel cast anche Matilda De Angelis ed Elodie. Spiace invece l’assenza in concorso di Duse, il film di Pietro Marcello con Valeria Bruni Tedeschi nei panni della divina del palcoscenico Eleonora Duse.
Frémaux si produce in un encomio del nuovo cinema italiano che, secondo lui, per un certo periodo “sembrava aver perso la sua gloria e la capacità di produrre grandi film dopo la grande generazione degli anni ‘50 e ’70”, ma che ora risorge con due (anzi tre) nuovi autori, entrambi presenti nella sezione Un Certain Regard: si tratta del duo Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, già presenti in passato alla Semaine con il loro film d’esordio Re granchio, e ora a Cannes con Testa o croce?, resoconto del periodo italiano di Buffalo Bill che vede John C. Reilly nel ruolo del protagonista a fianco dell’attrice francese Nadia Tereszkiewicz e di Alessandro Borghi. Mentre Francesco Sossai, nato nelle Dolomiti bellunesi e già presente alla Quinzaine des Cineastes nel 2023 con il corto Il compleanno di Enrico, è in gara, sempre in Un Certain Regard, con Le città di pianura, road movie di coproduzione italo-tedesca ambientato nella pianura veneta, con protagonisti due cinquantenni in viaggio tra un bar all’altro. Frémaux si è sbilanciato a dire che questi nuovi talenti italiani tardotrentenni possono essere considerati “gli eredi di Scola, Antonioni o Visconti”.
I FRANCESI
C’è il duo a femminile di Julia Ducournau, reduce dalla Palma d’oro con Titane, che porta in concorso il suo Alpha, “un film di genere con protagonista l’attrice iraniana Golshifteh Farahan, che secondo Frémaux sarà “irriconoscibile nel film”; e Hafsia Herzi, l’attrice franco-tunisina alla sua terza regia con La petite dernière, “adattamento di un romanzo che vede protagonista una ragazza dei sobborghi di Marsiglia e che racconta le difficoltà della generazione giovane di emanciparsi dalle periferie”. Amélie Bonnin aprirà invece il festival con l’opera prima fuori concorso Partir un jour.
Paradossalmente il film più francese di tutti rischia però di essere Nouvelle Vague di Richard Linklater, che ripercorre il “making of" di Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard e i primi anni del nuovo cinema dei critici dei Cahiers du Cinéma. Frémaux ne approfitta per ricordare “quanto la libertà sia importante nel processo creativo di un film che ha rivoluzionato la storia del cinema”.
GLI AMERICANI
Oltre a Anderson e Linklater ci sono Ari Aster con l’atteso Eddington, con protagonista Joaquin Phoenix, che Frémaux descrive come un “resoconto di ciò che l’America sta diventando ambientato durante la campagna elettorale di un sindaco…anche se la realtà sta andando più veloce della finzione”; Kelly Reichardt con The Mastermind “che rilegge il genere dei film anni ’70 sulla piccola criminalità”, e Dominik Moll con Dossier 137, che vede “Lea Drucker nei panni di un'investigatrice dell'IGPN, l'organismo disciplinare della polizia francese, che deve investigare sui suoi colleghi” . Frémaux considera “americano” anche The History of Sound del regista sudafricano Oliver Hermanus, protagonisti Paul Mescal e Josh O’Connor, un drama romantico queer ambientato fra il 1916 e il 1919.