Carla Simón è una di quelle cineaste che arrivano senza clamore e finiscono per ridefinire il paesaggio, come accade nei festival che, per dirla con le parole di Tricia Tuttle, cercano autori capaci di "tenere vivo il cinema indipendente" e di correre ancora dei rischi.
Il suo cinema nasce proprio da lì: dal rischio di esporsi, di trasformare la memoria in racconto, la vita in forma, l'intimità in gesto politico.
Con Alcarràs, Orso d'oro alla Berlinale, ha compiuto un passo storico per il cinema catalano, ma soprattutto ha confermato la forza di uno sguardo che parte dalla famiglia per arrivare al mondo. Il film, un'elegia contadina che racconta l'ultimo raccolto di una famiglia di agricoltori costretta a cedere la terra ai pannelli solari, è un omaggio alla vita rurale e un atto d'amore verso le proprie radici. Non è un caso che la regista abbia ringraziato la sua famiglia di coltivatori, riconoscendo che senza di loro non avrebbe potuto raccontare con tanta verità quel microcosmo di affetti, rituali e fragilità.
Appartenente a quella linea di autori che affrontano la realtà attraverso il filtro dell'emozione, come ha scritto la critica, non è lo sguardo politico a guidare Carla Simón, ma quello umano, capace di cogliere "la luce dell'estate e la sua ritualità", la malinconia dei giorni che cambiano, la precarietà dei legami.
Il suo stile è fatto di dettagli, di silenzi, di sguardi in una misura umana. E quando sceglie di lavorare con attori non professionisti (come i 9.000 volti incontrati per Alcarràs, fino a trovare una famiglia vera prima ancora che cinematografica) lo fa per restituire un'autenticità impossibile da imitare: dialetti, gesti, idiosincrasie, la verità di chi la terra la vive davvero. È un metodo che richiede tempo, fiducia, un lungo lavoro di costruzione del gruppo, quasi una "seconda famiglia", come gli interpreti stessi hanno raccontato.
Ma la sua forza non nasce solo da questo realismo rurale, perché è radicata nella sua biografia, nella capacità di trasformare il dolore in altro, come è avvenuto per Estate 1993, il suo esordio, che è la storia della bambina segnata dalla perdita della madre per AIDS, o come Born Positive, dove indaga lo stigma dell'HIV attraverso tre giovani londinesi, ma anche Lipstick, che esplora il primo incontro dei bambini con la morte, e Romería, un viaggio nelle origini, un pellegrinaggio identitario che intreccia archivi familiari, segreti e rivelazioni, confermando la sua vocazione a un cinema che scava nelle radici per comprendere il presente. Ogni film è un tassello di un mosaico coerente: infanzia, memoria, lutto, famiglia, identità.
In uno stile pudico, impressionista, luminoso, ricorda quella "macchina da presa impugnata come una stilografica" evocata dalla critica, un modo di filmare che sembra scrivere più che riprendere, che cattura la vita senza addomesticarla, che osserva con la delicatezza di chi sa che ogni movimento contiene un mondo. È un cinema che si colloca nella tradizione umanista, da Renoir a Rohmer, da Olmi a Bertolucci, ma che parla con una voce contemporanea, personale, inconfondibile. Rivelazione continua, ha trasformato il privato in universale e, film dopo film, ci ricorda che la verità nasce sempre da ciò che abbiamo il coraggio di raccontare.
Studi
Nata nel 1986 a Barcellona, ma cresciuta nella piccola città catalana di Las Planes d'Hostoles, Carla Simón perde entrambi i suoi genitori a causa dell'AIDS quando aveva sei anni. Cresce quindi con gli zii a La Garrotxa, e da loro sarà spinta fortemente verso il cinema, arte che tanto la appassionava.
Laureata in Comunicazione audiovisiva presso l'Università Autonoma di Barcellona nel 2009, consegue due master, uno dei quali alla London Film School, grazie a una borsa di studio di Obra Social "La Caixa".
I cortometraggi
Già nel 2006, è dietro la cinepresa a dirigere i suoi primi cortometraggi, Women (2009) e Lovers (2010), ma è con Born Positive del 2012 che si fa conoscere veramente dalla critica mondiale. Il documentario breve viene infatti apprezzato per aver affrontato l'HIV dalla prospettiva rara e poco rappresentata dei giovani nati con il retrovirus, mettendo al centro della narrazione lo stigma, il segreto e il peso emotivo dell'eredità familiare, elementi che la critica ha riconosciuto come potenti e necessari.
L'opera segue tre giovani londinesi nati con l'HIV, costretti a convivere con un segreto che è stato loro nascosto durante l'infanzia e che, una volta scoperto, hanno dovuto continuare a nasconderlo agli altri, esplorando sentimenti complessi come la colpa, la rabbia, l'ignoranza e la paura, tutti legati allo stigma sociale che circonda questo tipo di infezione. La critica nazionale e internazionale plaude al suo approccio intimo e rispettoso, che ha come scopo unico quello di mostrare come la stigmatizzazione continui a influenzare profondamente la vita di chi è nato con un virus "impopolare", anche in un contesto come quello britannico, dove l'accesso alle cure è garantito ma il giudizio sociale rimane un ostacolo significativo.
L'anno seguente, dirige Lipstick che mette in scena, con grande delicatezza e realismo, il primo incontro dei due fratellini con la morte, costruendo un racconto semplice ma emotivamente potentissimo dove gli sguardi infantili, gli spazi domestici e i micro-eventi quotidiani si trasformano in momenti di crescita. Il corto è girato in bianco e nero, scelta che accentua il tono sospeso e intimo della storia e che contribuisce alla sua atmosfera di innocenza incrinata, portando un buon riscontro nei festival e tra gli addetti ai lavori.
Non meno importante sarà Las pequeñas cosas (2015), dove si concentra sulla relazione complessa tra una madre e la propria figlia, evitando melodrammi e stereotipi, preferendo un ritratto intimo e silenzioso. La forza del corto, secondo molte letture critiche europee, risiede innanzitutto nella scrittura asciutta e rigorosa della Simón, che mette al centro una relazione segnata da un amore inesprimibile, ma anche da frustrazioni e tabù mai affrontati apertamente. La storia di Anita, una donna con acondroplasia, e della madre Maria, elegante e incapace di accettare la condizione della figlia, viene raccontata senza compiacimenti né pietismo perché la regista preferisce osservare i gesti quotidiani e le tensioni sotterranee, lasciando che siano i dettagli a rivelare il rapporto, anche grazie alla fotografia di Juan Carlos Lausín e al montaggio di Álvaro Gago, che permettono allo spettatore di entrare nella casa delle due protagoniste e nella dinamica familiare come un testimone discreto dell'incapacità di comunicare, dell'amore trattenuto e delle aspettative sociali interiorizzate.
Uno sguardo empatico ma non indulgente che anticipa già i temi che diventeranno centrali nel suo cinema successivo e che si arricchirà di altri corti come Llacunes (2016) e Después también (2019), dove tornerà sul tema dell'HIV, anche qui palpitando sotto la superficie delle relazioni personali. Con quest'ultimo cortometraggio, raffinato, inondato da una luce estiva e da un uso del suono particolarmente curato, la Simón crea un'atmosfera apparentemente idilliaca che contrasta con l'angoscia interiore del protagonista, che segue con delicatezza nei giorni in cui la sua vita cambia direzione, mostrando come la paura possa convivere con momenti di distrazione, gioco, desiderio e normalità.
In seguito, arriverà Correspondencia (2020), dove un semplice scambio epistolare filmato con la regista cilena Dominga Sotomayor diventa un dispositivo narrativo di rara sincerità, capace di intrecciare memoria familiare, identità politica e riflessione sul cinema stesso. La forma diaristica, costruita attraverso materiali d'archivio, restituisce un senso di vulnerabilità autentica che molti critici hanno letto come un atto di resistenza affettiva. La dimensione politica radicata nelle biografie delle due autrici (la Catalogna post referendum per Simón e il Cile post Pinochet per Sotomayor) conferisce al film una densità che supera la brevità del formato. Una riflessione universale sul passaggio generazionale, sulla responsabilità di chi filma e sulla possibilità di trasformare la propria storia privata in un discorso collettivo, rendendo il cortometraggio un piccolo ma potentissimo esercizio di onestà artistica.
Altrettanto ottimo sarà Carta a mi madre para mi hijo (2022), dove intreccia lutto, maternità e memoria attraverso la forma di una lettera che è puro cinema, anche qui costruendo un ponte emotivo tra tre generazioni (la madre scomparsa, lei stessa e il figlio che sta per nascere) mescolate insieme fra Super 8, fotografie, immagini contemporanee e voce narrante in un "album di famiglia che prende vita". La capacità della Simón di usare l'autobiografia non come esibizione del trauma ma come gesto di cura e ricomposizione identitaria, riconoscendo nel corto un tassello fondamentale della sua poetica e una chiave per comprendere i temi che attraversano tutto il suo cinema, dall'infanzia alla memoria, dalla fragilità dei legami alla necessità di dare forma al passato per poter andare avanti, sarà definitivamente riconosciuta come un segno distintivo che si protenderà anche nei suoi lungometraggi.
I lungometraggi
Il debutto nel lungometraggio sarà segnato da Estate 1993 (2017), girato interamente in catalano, e presentato al Festival di Berlino, dove otterrà il premio per la migliore opera prima, accompagnato da un Goya alla migliore regista esordiente. Riprendendo la sua vita in mano, la Simón torna alla bambina di sei anni che era, affrontando la prima estate della sua vita in compagnia della sua famiglia adottiva.
Percepito come un esordio sorprendentemente maturo, nel film si privilegiano riprese lunghe e un approccio osservativo per catturare il realismo della sua esperienza, elementi che hanno poi portato il titolo a essere selezionato per rappresentare la Spagna agli Oscar 2018 nella categoria miglior film straniero, ulteriore conferma del suo impatto culturale e critico.
Dopo molti anni di assenza dal grande schermo, dove si fa più laboriosa la produzione di corti, ritornerà al cinema nel 2022 con Alcarràs - L'ultimo raccolto, ottenendo l'Orso d'Oro. La giuria di Berlino ha infatti convenuto nel riconoscerle una forza rara. La storia di una famiglia di agricoltori catalani immersi nel conflitto tra tradizione contadina e progresso industriale, resta sullo sfondo come pressione costante. Non è un didascalico compito cinematografico nel quale la malinconia di un mondo rurale in via di scomparsa si alza contro la modernità. La regista e sceneggiatrice sceglie di andare più a fondo e bazzica in un microcosmo familiare protagonista di un'elegia universale sul lavoro della terra, senza retorica né sentimentalismi.
A quest'opera segue Romería (2025), in concorso a Cannes, che esplora con una ritrovata delicatezza, ma non senza qualche sbavatura, il legame tra identità e memoria in un film irrisolto ma sincero. Forse il suo film più rischioso e più stratificato, Romería è un pellegrinaggio emotivo e cinematografico, interiore e liturgico allo stesso tempo. Una genealogia dei sentimenti, dove si abbandonano le compattezze realiste dei due film precedenti, per lasciarsi sospendere in una struttura di trama più frastagliata, colta in un "tempo dell'attesa" evocativo (anche grazie all'uso di Hi8, digitale, flashback immaginati, diari materni).
Televisione
Anche regista televisiva, nel 2020 ha diretto un episodio della prima stagione di Escenario 0.
Vita privata
Carla Simón ha due figli ed è legata a un compagno che lavora nel mondo del cinema come tecnico.
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