L'autrice di Alcarràs torna al cinema con Romería, un film che riflette sul legame tra identità e memoria. Dall'11 giugno al cinema.
di Fabio Secchi Frau
Carla Simón è una di quelle cineaste che arrivano senza clamore e finiscono per ridefinire il paesaggio, come accade nei festival che, per dirla con le parole di Tricia Tuttle, cercano autori capaci di "tenere vivo il cinema indipendente" e di correre ancora dei rischi.
Il suo cinema nasce proprio da lì: dal rischio di esporsi, di trasformare la memoria in racconto, la vita in forma, l'intimità in gesto politico.
Con Alcarràs, Orso d'oro alla Berlinale, ha compiuto un passo storico per il cinema catalano, ma soprattutto ha confermato la forza di uno sguardo che parte dalla famiglia per arrivare al mondo. Il film, un'elegia contadina che racconta l'ultimo raccolto di una famiglia di agricoltori costretta a cedere la terra ai pannelli solari, è un omaggio alla vita rurale e un atto d'amore verso le proprie radici. Non è un caso che la regista abbia ringraziato la sua famiglia di coltivatori, riconoscendo che senza di loro non avrebbe potuto raccontare con tanta verità quel microcosmo di affetti, rituali e fragilità.
Appartenente a quella linea di autori che affrontano la realtà attraverso il filtro dell'emozione, come ha scritto la critica, non è lo sguardo politico a guidare Carla Simón, ma quello umano, capace di cogliere "la luce dell'estate e la sua ritualità", la malinconia dei giorni che cambiano, la precarietà dei legami.
Dall'11 giugno torna al cinema con Romería, presentato in concorso al Festival di Cannes 2025.