Un destino nel nome per la giovane attrice, in questi giorni nelle sale in Margini e Acqua e anice.
di Fabio Secchi Frau
Fin da quando ha memoria, Silvia D'Amico sapeva che sarebbe diventata attrice.
Fin da quando la madre la soprannominava "Eleonora Duse" per la sua passione di "fare le sceneggiate", ma ancora prima, fin dal suo nome, che richiama quello del celebre critico teatrale, Silvio D'Amico, cui venne affidata la direzione della Regia Scuola di Recitazione, poi diventata sotto le sue mani l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, a lui intitolata dopo la sua morte e che lei peraltro ha frequentato.
Con una filmografia incredibile, sospesa tra il dramma (Non essere cattivo di Claudio Caligari) e la commedia (Brave ragazze (guarda la video recensione) di Michela Andreozzi e Il Regno di Francesco Fanuele e accanto a Stefano Fresi), si fa forte di una formazione precoce (ha meno di quattordici anni quando inizia i primi corsi di teatro), totalmente impregnata dalle lezioni di Carlo Cecchi, grazie alle quali ha assimilato che il ruolo di attrice è quello di colei che trasforma se stessa per diventare "Altra", spesso addirittura il suo opposto, con una versatilità piena e imprenata di sapiente arte del convincimento.
In questi giorni è nelle sale nei film indipendenti Margini e Acqua e anice.