Possiamo fuggire dall’altra parte del mondo ma il nostro passato finirà sempre per riprenderci. Era vero per Mads Mikkelsen nel film di Susanne Bier del 2006 (Dopo il matrimonio), è vero per Michelle Williams che occupa la medesima posizione (esistenziale) nel remake firmato da Bart Freundlich. Per nessuno dei due l’India è abbastanza grande o abbastanza popolata perché possano nascondersi, cancellare tutto e ricominciare da zero.
Lo scambio di genere costituisce certamente il cambiamento più forte ed evidente di questa nuova versione americana che ha al centro la coppia Julianne Moore e Billy Crudup, un duo di attori la cui complicità è palpabile fin dalle prime battute. Nel film interpretano rispettivamente una ricca imprenditrice newyorkese e un artista di incerto successo. ‘Distinti’ nella professione ma uniti nella passione, hanno due gemelli di pochi anni e una figlia alla vigilia del matrimonio, momento cardine di questo racconto di redenzione. Alla cerimonia partecipa ‘per caso’ Isabel (Michelle Williams), una giovane donna che dirige un orfanotrofio in India e a cui la madre della sposa è pronta a fare una generosa offerta.
Per chi non avesse visto il film di Susanne Bier, non andremo più lontano. Ci accontenteremo di un’osservazione, le motivazioni dei protagonisti sono più complesse di quanto appaiano e i due film illustrano in fondo la stessa verità: gli errori del passato finiscono immancabilmente per presentare il conto al presente.
La ‘dimostrazione’ diretta da Bart Freundlich appare meno viscerale di quella di Susanne Bier, particolarmente nei passaggi indiani, così splendidi e luminosi che fatichiamo a credere che l’orfanotrofio di Isabel sia sull’orlo dell’abisso. Ma è sufficiente la presenza bionda e malinconica di Michelle Williams a superare l’impasse e a trasferirsi a New York.
Il capitolo newyorkese, governato dal regista con più destrezza, diventa la celebrazione di tre grandi attori e l’occasione di esplorarne il rilievo.