Perché guardiamo - o meglio, continuiamo a guardare - Dark? Qual è la misteriosa luce verde al di là del lago che ci spinge verso gli oscuri meandri della foresta di Winden per seguire ancora una volta le peregrinazioni temporali di Jonas Kahnwald, Ulrich Nielsen, Claudia Tiedemann, e degli altri abitanti della fittizia (ma reale: esiste davvero sulla carta) cittadina tedesca? Quale l'elemento che ci risolleva dalla noia del già visto e fa sì che la serie creata nel 2017 da Baran bo Odar per Netflix possa competere nei nostri cuori - e nelle nostre menti - con cult della risma di Ritorno al futuro, sofisticati labirinti cognitivi come Westworld, o scanzonati prodotti narrativi come Stranger Things? Per provare a darci una risposta, potremmo partire dalla mente stessa del suo creatore. Regista e sceneggiatore, di origine turche per parte di madre e russe da parte di padre, bo Odar è, in realtà, nato in Svizzera. E gli svizzeri, oltre che per la setosa cioccolata e la precisione degli orologi (sarà un caso che H. G. Tannhaus, uno dei personaggi-chiave della serie, sia proprio un provetto costruttore di macchine misura-tempo?), sono famosi per lo sguardo aspro, ma compassato, che sanno rivolgere a se stessi (si leggano, per averne prova, i lavori di Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt). Come segugi, gli autori elvetici si infilano tra le curve a gomito di una vita quotidiana a prova di censura. Le torchiano, le psicanalizzano. Ne mettono in luce i meccanismi labirintici più sepolti. Eppure, ciò non vuol dire che, una volta esposti, i nodi della matassa possano essere ravviati. E Dark, in questo senso, ne è l'ennesima prova.