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Caro Scorsese, ti scrive un amico...di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

In foto una scena del film The Wolf of Wall Street.
Leonardo DiCaprio (Leonardo Wilhelm DiCaprio) (45 anni) 11 novembre 1974, Los Angeles (California - USA) - Scorpione. Interpreta Jordan Belfort nel film di Martin Scorsese The Wolf of Wall Street.

domenica 26 gennaio 2014 - Focus

Caro Scorsese,
è un amico che le scrive. C'è un attestato "ufficiale" in questo senso: in un mio libro "I cento film della nostra vita", un testo adottato da alcune università, ho inserito due suoi titoli, New York New York e Toro scatenato. E spesso ho indicato il suo L'età dell'innocenza come un modello perfetto di collaborazione fra cinema e letteratura. E quando mi sono sentito domandare un nome, di getto, che rappresentasse l'assoluto del cinema contemporaneo, ne facevo due: Martin Scorsese e Wim Wenders. Quando arriva un suo film è sempre una notizia, lei è un autore che "va visto", un happening di preconcetta qualità: assisteremo comunque a un'opera, grande. E qui vale quel "comunque", perché il suo The Wolf of Wall Street, non mi ha sconcertato, perché il cinema è una disciplina che tutto si può permettere, dunque non può sconcertare, però mi ha portato un piccolo dolore. Ho reperito segnali. Ho intuito, in quell'eccesso di tutto, in quell'intenzione febbrile di vendere al più alto prezzo lo spettacolo, uno sforzo sproporzionato, una dichiarazione della quale lei non ha bisogno: "ho più di settant'anni, ma la mia energia è sempre la stessa, anzi, è maggiore. Sono in grado si stupirvi, più di prima".
Lei non potrà mai fare qualcosa che non sia di qualità. Possiede quella dotazione e quella mano. Faccio una citazione facile e arbitraria: un Picasso, o un Kandinsky, magari potevano, verso la fine, perdere creatività, ma la mano era sempre la stessa, appunto.
Nel film lei presenta un personaggio estremo, dedito a tutto, dipendente da ventidue sostanze di droga, dalle orge, dal bisogno parossistico di denaro e di successo, un grande magnifico imbroglione. Questa leva, fornitale dallo stesso Jordan Belfort, col suo libro autobiografico, l'ha portata, Scorsese, in un paese delle meraviglie, che erano squisitamente "sue". Anche se non è facile meravigliare un artista come lei. Così si è trovato su un terreno che conosce benissimo, perfetto per il suo percorso di autore e di uomo, vissuto alla sua maniera, in chiave di invenzione e stupore febbrile.

Una dichiarazione interessante, magari strumentale, la fa Jordan/Leonardo: "non capisco come ci si possa divertire se non si è strafatti".
Il film trabocca di scene di sesso, anche collettive, nudi integrali maschili e femminili, cosce, natiche, seni, "cespugli" che passano continuamente, episodi reiterati, dunque superflui. E poi amplessi che si fermano a un millimetro dall'hard.
E ancora cocaina, pillole peggiori e più evolute, strisce bianche assunte continuamente. Momenti di sballo lunghissimi e invasivi. Tutta roba "facile", maestro. Ripeto, lei non ne ha bisogno. E poi quella verbosità, una spirale che non racconta niente, gira solo su se stessa. Se lei decide di riprodurre Tarantino riesce ad essere più bravo dell'originale, ma sempre di (ri)produzione trattasi. Così come tutte quelle accelerazioni, compulsive, urlate, da effetti speciali. Come se il suo protagonista DiCaprio le avesse indicato certi momenti del linguaggio "Gatsby/Luhrmann".
Lo confesso, preferisco lo Scorsese dei titoli detti sopra, quel rigore, quella sintesi, quella verità, quelle invenzioni che erano una legislatura. Qualità se non smarrite, certo compromesse nei suoi ultimi film. Alludo all'ipertrofia, per esempio, del "meccanico" ridondante Hugo Cabret, dove il 3D l'ha forse costretta a un linguaggio e a un'estetica che hanno tolto invece di completare. Tutto questo forse fa parte di una fase matura, avanzata, di un autore, cercare ancora degli estremi, porre l'asticella sempre più alta. Le dico, per la terza volta: lei non ne ha bisogno.

Concludo ricordandole il nome al quale l'ho omologata all'inizio, Wim Wenders, che ha pochi anni meno di lei e si troverebbe in quella fase. Ma che non ha dilatato la sua poetica, anzi l'ha evoluta e perfezionata "togliendo", e firmando con Pina 3D, probabilmente il suo capolavoro più completo e onesto. Attendo il suo prossimo film, e attendo il Martin Scorsese a un ritorno, evoluto, alle grandi opere che abbiamo conosciuto.

Suo Pino Farinotti

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