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La politica degli autori: Michael Haneke

Torna al cinema con Amour un regista controverso e mai accondiscendente.
di Mauro Gervasini

In foto il regista Michael Haneke.
Michael Haneke (78 anni) 23 marzo 1942, Monaco di Baviera (Germania) - Ariete. Regista del film Amour.

mercoledì 24 ottobre 2012 - Approfondimenti

Un cineasta controverso si aggira per l'Europa. Realizza film in Austria e Francia, vince premi ai festival, spacca la critica. Tutto si può dire di Michael Haneke (nato a Monaco di Baviera il 23 marzo 1942, ma di nazionalità austriaca) fuorché sia accondiscendente. Non ha mai lisciato il pelo al pubblico, neppure al suo. Chi scrive, ad esempio, folgorato dalle prime tre regie (Il settimo continente nel 1989, Benny's Video nel 1992 e 71 frammenti di una cronologia del caso, 1994) e dal film Testa di moro di Paulus Manker, da lui sceneggiato nel 1995, rimase spiazzato dalla svolta francese (Storie - Racconto incompleto di diversi viaggi, nel 2000, e La pianista nel 2001) più prevedibile e manierista. Ma andiamo con ordine. Ex critico cinematografico, una breve esperienza con il Living Theatre, alla fine degli anni '80 il regista esordisce con il primo capitolo di una trilogia dedicata all'apatia sociale austriaca (detta "trilogia della glaciazione"). Il settimo continente racconta di una famiglia borghese docilmente succube delle proprie abitudini che a un certo punto, senza apparente motivo, si blinda in casa e comincia a distruggere tutto, con meticolosità scientifica. Secondo capitolo: Benny's Video. Un ragazzino ammazza una amica mentre le mostra il video dell'uccisione di un porco. I genitori, a tavola, affrontano il problema come si trattasse di una nota a scuola. Epilogo: 71 frammenti di una cronologia di un caso. Mentre nella vicina ex Jugoslavia imperversa la pulizia etnica, le traiettorie di vari personaggi confluiscono in una banca dove un ragazzo farà una strage. L'impatto di questi tre film è fortissimo. Haneke descrive un mondo dominato da immagini che hanno desacralizzato la morte con conseguenze antropologiche. Uomini e donne indifferenti a tutto, anche alla propria rovina. Il suo stile è algido come le storie e i personaggi. Nessuna concessione emotiva, nessuna empatia, fino a rischiare l'accusa di cinismo da parte della critica più superficiale.

Il successo della trilogia permette al regista austriaco di trasferirsi a Parigi, dove può lavorare con ben altre risorse. Ma sarà forse la presenza di attori importanti (Juliette Binoche in Storie; Isabelle Huppert in La pianista, tratto dal romanzo di Elfriede Jelinek; Daniel Auteuil in Niente da nascondere, del 2005) a non permettere ai personaggi di risultare ordinari quindi esemplari, e il passo del cineasta cambia, diventa programmatico fino a sfiorare il rischio di voler "epater les bourgeois" senz'altro fine. Fa eccezione, in questa fase, lo strabiliante e fantascientifico Il tempo dei lupi (2003), nel quale si racconta della necessità di un ritorno al mito come sola salvezza dall'ecatombe della civiltà. A parte Funny Games (1997), dal regista replicato anche a Hollywood in una operazione discutibile, sembra soprattutto Il nastro bianco (2009) a convincere finalmente anche i detrattori. Il film racconta con la glaciale cupezza delle origini (forse è complementare a Il tempo dei lupi, ma il paragone ci porterebbe lontano) di una comunità protestante nella Germania del 1913 dove accadono "incidenti" drammatici. I colpevoli paiono i ragazzini del villaggio, ma in una società rigidamente ancorata a valori cristiano-borghesi, con gerarchie ferree e punizioni esemplari, forse sono loro le vere vittime. Il film vince la Palma d'oro a Cannes. Premio che il regista riconquista quest'anno con Amour, storia dell'amore terminale tra una coppia di anziani, lei (Emmanuelle Riva) colpita da un ictus tremendo, lui (Jean-Louis Trintignant) che sopravvive per entrambi. Amour, nelle sale italiane dal 25 ottobre, ha di nuovo diviso la critica tra i pro-Haneke, che continuano a sottolineare come sia profondamente morale il suo sguardo all'apparenza anaffettivo, e i contro-Haneke, convinti invece che si tratti di uno stile ai limiti del sadismo.

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