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Storia "poconormale" del cinema: puntata 111

Una rilettura non convenzionale della storia del cinema. Di Pino Farinotti.
di Pino Farinotti

In foto il bacio tra Burt Lancaster e Deborah Kerr in Da qui all'eternità

venerdì 8 aprile 2011 - Focus

Da qui all'eternità è uno dei titoli eroici del cinema. Qualità, spettacolo, regia, "attori", tutto al massimo livello. E, naturalmente, una base letteraria. Ecco, questa base è qualcosa di assolutamente esemplare rispetto al rapporto "amoreodio" fra libro e film. Il "caso" è di questi giorni e si inserisce alla perfezione nel quadro della storia poconormale, nel capitolo letteratura&cinema, appunto.
Le regole dei film, sono a ribadirlo, sono molto diverse da quelle dei romanzi. Non basta aderire alla storia. Classifico i codici delle due discipline. La fase del romanzo può essere tradotta con questa formula: impegno&ricerca&cultura&verità. Quella del film: spettacolo&evasione&divulgazione&lieto fine. Il nodo più difficile è il lieto fine. L'eroe disperato dell'happy end è Hemingway, che si è visto trasformare alcuni dei suoi romanzi, dal finale letterario opportunamente drammatico, magari tragico, col quadretto finale di lui e di lei che se ne vanno felici per mano. Due titoli: Le nevi del Kilimangiaro e Avere non avere. L'altro nodo è la verità. Ed ecco entrare in gioco Da qui all'eternità. Kaylie Jones, figlia di James, autore del romanzo, pubblicherà, sessant'anni dopo, la versione digitale del libro del padre, reinserendo episodi che la rigorosa censura dell'epoca aveva tagliato.

Oscar
Digressione. Il film è del 1953, forse l'anno più felice del cinema del mondo, col 1939. I titoli che si giocarono l'Oscar assoluto erano: Giulio Cesare, Vacanze romane, La tunica, Il cavaliere della valle solitaria, Da qui all'eternità. Una cinquina imperiale che rappresenta, al livello più alto, tutte le opzioni del cinema. Un concentrato strepitoso e fortunato. Cinque lati armonici del poligono. Non esiste cartello più completo, per spettacolo, qualità, ricerca, talenti, gradimento di pubblico e di critica. E ci metto anche "leggenda". Prevalse Da qui all'eternità. Vinse otto Oscar. Era diretto da Fred Zinnemann, un viennese adottato a Hollywood, grande autore. Portava la cultura di lingua tedesca derivata da Weimar e dall'espressionismo, e la integrò al meglio con quella americana. Un europeo a Hollywood, altro segnale importante.

Pearl
Alle Hawaii, nei giorni dell'attacco a Pearl Harbor si intrecciano le storie di tre militari. Performance indimenticabili di Clift e Lancaster, e anche di Sinatra, che ebbe l'Oscar, che aveva mosso tutte le sue conoscenze, di tutti gli ambienti, per ottenere la parte di Maggio. La memoria del cinema registra una delle più intense sequenze d'amore e di erotismo, un unicum non ricostruibile: Lancaster e Deborah Kerr che si baciano, avvinghiati nella risacca. Fra le otto statuette c'era anche quella al migliore regista.
L'autore, James Jones, raccontò di Pearl Harbor con cognizione di causa, il 7 dicembre del '41 lui era là. E fu la sua fortuna. Scrisse "From here to Eternity" nel '51. Pose nella vicenda dei militari americani di stanza alle Hawaii molti dei sentimenti e dei vizi della società americana. Quando la Columbia acquisì i diritti del romanzo mise però delle condizioni. Alcune parti dovevano essere tolte. E Jones, malvolentieri naturalmente, accettò. Le parti incriminate sarebbero rimaste clandestine fino ad oggi.

Gay
Gli episodi raccontano momenti gay. Si parla di un'indagine su episodi omosessuali di un gruppo di militari. Lo stesso Maggio accetta un rapporto orale con un ricco trafficante del posto, per dieci dollari. Nel film naturalmente l'argomento non è neppure sfiorato. Ed è singolare, e paradossale, immaginare Sinatra, che faceva appunto Maggio, impegnato in qualcosa del genere. Frank, il supermacho per eccellenza, al quale vennero attribuite 1.200 seduzioni, e che seduzioni, tutte femminili. Va detto che nel cast un omosessuale c'era, e senza incertezze, Montgomery Clift. L'ambiente certo ne era al corrente ma il grande pubblico attribuiva all'attore un appeal più raffinato, delicato, magari "da proteggere", ma certo non gay. Chi ha letto la versione integrale del romanzo ha detto che si tratta di un'esperienza molto diversa, che cambia tutto.

Timbro
Come ho detto sopra, questa vicenda determina, come un timbro ufficiale, la differenza fa libro e film. Cambiano caratteri e indicazioni. Cambiano i mondi. Nello scritto l'eroe si ridimensiona e tralascia il suo compito. In pellicola questa azione non può reggere. Il cinema, quello di allora, quello grande, il "cinema eroe", non lo permetteva, e nemmeno il pubblico. Certo, chi leggerà il romanzo digitale e poi guarderà il film di Zinnemann magari proverà qualche disagio.
Presumo che l'intento di Kayle Jones sia filologico e culturale, in questa chiave trattasi di recupero dovuto, anzi, benemerito. Ed è certo che l'erede ci guadagnerà un sacco di dollari. Da parte mia –e ho davvero scritto molto in questo senso- privilegio sempre, per principio, il libro. Ma adesso non sono contento. Da qui all'eternità, film, è un modello che non andrebbe toccato. Dico che forse Kayle doveva lasciar perdere.

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