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Storia "poconormale" del cinema: puntata 90

Una rilettura non convenzionale della storia del cinema.
di Pino Farinotti

Anna Magnani in una scena di Roma città aperta, di Roberto Rossellini.
Anna Magnani 7 marzo 1908, Roma (Italia) - 26 Settembre 1973, Roma (Italia). Interpreta Pina nel film di Roberto Rossellini Roma città aperta.

venerdì 12 novembre 2010 - Focus

Il sociale
Una didascalia che mi appartiene, anche reiterata negli ultimi tempi, è "c'è sociale e sociale": parlo di cinema naturalmente. La partenza è ancora il cinema sociale che ha caratterizzato il festival di Roma: contenuti, instant, richiami al momento storico, in chiave di impatto spesso esasperato, urlato. Proprio com'è il momento, con un paio di aggettivi a definire: difficile e triste. Ma ci sono stati momenti più difficili, più tristi, tuttavia si faceva del cinema, grande cinema, anzi, grandissimo. Intendo, per questo percorso, partire dal dopoguerra, diciamo dall'era moderna del cinema. Soprattutto da noi, ma anche altrove.
1945. Anno fondamentale, storico, anno del grande sortilegio che si chiama realismo. La guerra è finita, le ferite sono aperte, occorre rappresentare, ricordare, e avere speranza. Il cinema italiano rilegge e nobilita, in chiave artistica generale, una regola e un concetto che l'arte figurativa aveva reinventato, o trasformato, o stravolto, all'inizio del novecento, con la pittura astratta. Da quel momento, chi vuole il reale, la figura e il paesaggio, sì chi vuole il "figurativo", deve guardare al cinema. Il cinema, di fatto, sostituisce la pittura. Noi siamo bravi a farlo nella stagione dopo la guerra. Certo c'erano state correnti importanti, che equivalevano la nostra, come l'espressionismo tedesco, o il cinema del Fronte popolare. Ma la realtà, la verità, sarebbe stata soprattutto nostra. E si chiamava, ufficialmente, Neorealismo. Cinema magnifico, che tutti, per stagioni e stagioni, avrebbero cercato di rifare, senza riuscirci.

Sconfitto
Nel '45 siamo un Paese sconfitto, per di più non simpatico alle nazioni. Nel settembre di due anni prima avevamo cambiato alleato. L'Italia, Roma soprattutto è piena di americani, che voglio rassicurarsi dello status futuro, tenere d'occhio il pericolo che arriva dall'est. Certo il contesto è ardente e interessante, e non è un caso che nasca qualcosa di... ardente. La leggenda narra che Vittorio De Sica, seduto sui gradini di Trinità dei monti veda passare sotto Roberto Rossellini. "Che stai facendo?" gli domanda. "Un film con la Magnani e Fabrizi, una storia quasi vera, di una donna che ha affrontato i tedeschi... ma ho problemi a trovare la pellicola".
Nasce così Roma città aperta e nasce, a detta di molti, il Neorealismo. Si capisce subito che trattasi di opera eccezionale, anche se la censura lo blocca, per ragioni strane, pretestuose. Rossellini deve ringraziare il figlio di un produttore americano, che si innamora del film e lo porta in America. Dove avviene la prima. L'avvallo del grande, potente Paese, apre la strada anche all'Europa e all'Italia.
Nel '46 si inaugura il Festival di Cannes. I francesi, questa volta davvero ecumenici, trovano una formula astuta ma corretta, dividono la Palma d'oro secondo tante culture, e tanti alleati. C'è l'inglese Breve incontro, l'americano Giorni perduti, il russo La grande svolta, l'indiano Neecha Nagar, il francese Sinfonia pastorale, lo svizzero L'ultima speranza, il cecoslovacco Uomini senz'ali, il messicano La vergine indiana. E c'è anche Roma città aperta, di fatto, artisticamente, moralmente, il vincitore assoluto.

Principio
Il '45 era ancora un anno di guerra, il '46, primo di pace è quello del principio, e della speranza. Col referendum del 2 giugno diventiamo repubblica. Un'istantanea di quella vicenda, così importante, la dà Dino Risi nel suo Una vita difficile (1961), con quella strepitosa sequenza di Alberto Sordi che, con Lea Massari, mangia il pasticcio preparato dai principi, convinti che la monarchia avrebbe vinto.
Cinema, cultura, dico anche quella parte di cultura che è lo sport. Il '46 è l'anno della ripresa, dei ritorni. Coppi e Bartali fanno parte di quel momento e di quella cultura. Sono eroi autentici, decisivi, in quelle stagioni di dividono quasi tutti i traguardi, la Milano-Sanremo, il Giro di Lombardia e il Giro d'Italia. Nel '48 Bartali vince il Tour e compie, si disse allora e probabilmente è vero, un'azione politica, di controrivoluzione.

Tragico
Accade che il 14 luglio del '48 Antonio Pallante attenti alla vita di Palmiro Togliatti. Il momento è tragico e sospeso. Lo stesso Bartali racconterà di aver ricevuto una telefonata da Giulio Andreotti: "Gino, lei deve vincere il Tour. È indispensabile che gli italiani abbiano qualcosa su cui distrarsi". E Bartali conquista la maglia e poi il Tour. Chi ama enfatizzare, dice "faremmo parte del Patto di Varsavia, senza Bartali". I personaggi dei film di De Sica e Rossellini avevano molto di Bartali, e avevano molto degli italiani. È notorio infatti che spesso i nostri grandi autori ricorressero a gente della strada. Lamberto Maggiorani, il "ladro di biciclette" è davvero uno qualunque fra la gente di allora. Realismo, appunto. I cinegiornali di quei primissimi anni del dopoguerra mostrano i tram zeppi del mattino, con passeggeri sul predellino che impedivano la chiusura delle porte. Poi la gente scendeva e si disperdeva. Si lavorava alla giornata, ma il peggio era alle spalle. Un sociale povero ma, dopo, lo sarebbe stato di meno. E magari, più avanti, si sarebbe intravisto un po' di benessere. I film di allora, di Rossellini e De Sica, fai davvero fatica nell'estetica a distinguerli dai documentari. Realismo, appunto.

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