Hoka Hey - A Good Day To Die

Un film di Harlod Monfils. Con Roger Arnold, Connie Booth, Seamus Conlan, David Eades, Hector Emanuel.
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Documentario, durata 87 min. - Malesia 2016. MYMONETRO Hoka Hey - A Good Day To Die * * * - - valutazione media: 3,00 su 1 recensione.
Consigliato sì!
3,00/5
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Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
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La vita di Jason P. Howe, a contatto con i soldati nelle loro zone d'azione, con una macchina fotografica in mano.
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primo piano
Un documentario sulla carriera di un reporter di guerra che colpisce senza cadere in facili sensazionalismi
Tommaso Moscati     * * * - -

Il film si apre sullo scenario della guerra in Afghanistan, precisamente l'11.11.11. Jason P. Howe è un fotografo specializzato in foto di guerra. In quell'occasione Jason riesce a immortalare il momento in cui Steven, un soldato dell'esercito inglese, finisce su una mina e perde le gambe. Quegli scatti segnano l'inizio dei suoi guai: verrà messo in condizione di non lavorare più perché il Ministero della Difesa non autorizza la pubblicazione di immagini esplicite di guerra, per evitare che si ripetano episodi come quelli di trent'anni prima per le isole Falkland.
Le vicende raccontate nel documentario vedono il reporter prima impegnato in Colombia, dove segue le FALC; poi, la sua relazione amorosa con Marylin, un'assassina di Putumayo; ed è poi la volta dell'Iraq, passando per il Libano, per ritornare in una sorta di circolarità al recente Afghanistan. Nella parte conclusiva di questo approfondito ritratto, Monfils si concentra sul racconto dello stato psichico ed emotivo del reporter, traferitosi in Andalusia, dove vive fino a oggi, curando il suo disturbo post-traumatico da stress. Hoka Hey è il grido di guerra degli indiani d'America il cui significato è esplicitato proprio dal sottotitolo del film: "è un buon giorno per morire". Titolo che, oltre a essere un chiaro riferimento all'indole spericolata del fotoreporter, trova un ulteriore nesso col protagonista chiarito dalla scena finale del film.
Diretto e prodotto dallo stesso Harold Monfils in un lavoro che è costato 6 anni di tempo (le riprese sono iniziate precisamente nel giugno del 2010), il documentario si struttura di sequenze girate sul campo affiancando il fotografo, alternate a momenti in cui il regista malese interpella in un dialogo frontale molti colleghi reporter che come Jason si dedicano ai reportage di guerra. Fra questi Tim Page e Seamus Conlan (il manager del protagonista). Nelle parole dei vari fotografi via via interrogati la vena di follia è l'elemento che torna più spesso quando si tratta di definire Jason; ma anche l'accuratezza, la passione e la dedizione con cui si prodiga alla ricerca smodata dello scatto giusto.
C'è un punto cruciale in cui questi capisce che se vuole intraprendere un percorso professionale deve tenere l'occhio sempre attento e il dito pronto a premere sul "grilletto" per catturare tutti gli istanti anche quelli più terrificanti (come quando il compagno vicino a te finisce su una mina e in fin di vita ti guarda chiedendo aiuto). Senza remore e senza esitazione. Pena la perdita di uno scatto unico e irripetibile che andrebbe perso per sempre. Sei sul campo di guerra, hai solo un colpo a disposizione e questo colpo deve andare a segno.
Monfils dimostra un approccio distaccato, che non si compromette e che guarda dalla giusta distanza, seppur immerso nel contesto, le situazioni talvolta anche crudeli che vediamo scorrere davanti ai nostri occhi. L'obiettivo non manca di inquadrare anche i momenti più sanguinosi e drammatici (la sequenza del cimitero dei neonati, ne è un esempio), ma non eccede nel mostrare. Quelle che vediamo sono immagini asciutte, crude, ma lo sguardo sulla violenza e le atrocità non è mai calcato, insistito. La decisione del regista è quella di non accompagnare le scene più scioccanti con musica (salvo rari casi), ma di affidare alla voce del reporter il compito di raccontare le immagini, rifuggendo così da un facile sensazionalismo che una musica dalle sfumature emotive avrebbe potuto apportare. Cosicché, il film risulta godibile a un pubblico, certamente maturo, ma variegato.

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