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johnny1988
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venerdì 23 marzo 2012
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se tutto non è un fast food
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SOMEWHERE – The sound of silence
La storia di sicuro non preme mai sull'acceleratore. E di tempo, oggi, si sa, ce n'è troppo poco. Viviamo a lungo il doppio dei nostri progenitori, abbiamo il privilegio rispetto al passato di avere maggiori possibilità di coltivarci, ma se tutto, anche l'arte, non è un fast food, è meglio lasciar perdere film come questi. Alla faccia del racconto complesso, qui pare non esserci nemmeno una trama, non c'è nemmeno un finale risolutivo! E poi, dalla Coppola ci si aspettava ben altro! Ma vedere il film da soli cambia già molto la prospettiva rispetto a quando si viene distratti dalla compagnia.
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SOMEWHERE – The sound of silence
La storia di sicuro non preme mai sull'acceleratore. E di tempo, oggi, si sa, ce n'è troppo poco. Viviamo a lungo il doppio dei nostri progenitori, abbiamo il privilegio rispetto al passato di avere maggiori possibilità di coltivarci, ma se tutto, anche l'arte, non è un fast food, è meglio lasciar perdere film come questi. Alla faccia del racconto complesso, qui pare non esserci nemmeno una trama, non c'è nemmeno un finale risolutivo! E poi, dalla Coppola ci si aspettava ben altro! Ma vedere il film da soli cambia già molto la prospettiva rispetto a quando si viene distratti dalla compagnia. Sofia Coppola è, e si sa, una delle poche promesse del cinema indipendente americano contemporaneo, non solo è figlia di un papà abbondante (!) di genio, ma è anche erede diretta di quella corrente intellettuale ormai al tramonto che un tempo amava tanto definirsi anti-hollywoodiana. Nel cinema, quello americano in primis, si usa dire che esistano due categorie di registi, quelli che hanno davvero qualcosa da dire e quelli che, con lo stesso zelo dei primi, hanno bisogno di far soldi. Non è facile giudicare Sofia Coppola, è indubbiamente un'attenta osservatrice dei rapporti umani, ma bisogna anche dire, in controbattuta, che anche lei, come molti altri della sua generazione, si lascia sedurre spesso e volentieri dalle opportunità del guadagno facile. Le Vergini suicide e Maria Antonietta, così raffinate nelle musiche, nel montaggio, nei costumi, nella fotografia, hanno avuto gran successo e hanno emozionato il pubblico, specie quello giovane, un po' alternativo e intellettualoide, ma non sembrano offrire troppi spunti di riflessione. Oggi, con Somewhere, la regista punta in alto, e in buona parte si ispira alla sua biografia; torna ai tempi migliori di Lost in Translation, recuperando con relativo successo (più personale che di pubblico!!) ciò che sa raccontare meglio, il confronto dell’uomo coi lussi e i disagi dell'esistenza. La trama è ridotta all'osso: Johnny è un ricco attore, ozioso e solo, fedele alla bottiglia e al fumo, passa i giorni, cioè infiniti tempi morti, dentro la sua Ferrari o sul lettino dei massaggi, fra una conferenza assurda e una lap dance domestica. Per vedere sconvolta la sua routine con l'arrivo della figlia adolescente. Ecco qui lo spunto per l'analisi sulla comunicazione e sui sentimenti, sui rumori della quotidianità e sui silenzi della solitudine. Nulla di nuovo sotto il sole, pare, ma l'originalità del film sta nella maturità della regista, che non prende le parti di nessuno dei personaggi e limita l'estetica concentrando l'occhio sugli sguardi, che dicono molto di più di quanto non mostrano. I protagonisti infatti parlano poco e non si dicono quasi mai niente di interessante, sono l'obiettivo e le immagini a tradurre i loro pensieri. Siamo quindi noi del pubblico a interpretare le vite di padre e figlia, come fra le pagine di un testo semplice e diretto. E' curioso, e non banale, infatti, come Johnny Marco sospetti spesso di essere seguito da fotografi indiscreti e non se ne veda apparire neanche uno, oppure come la Ferrari sfrecci libera e sicura in una strada chiusa, facendoci intuire fin dall'inizio come vanno le cose. Uno che conosce il cinema riconosce presto le allusioni, non si riesce a non pensare ai temi preferiti di Bergman, a Un'Altra Donna di Woody Allen, così come al Buffalo '66 di Vincent Gallo: la crisi di autocoscienza, la desolazione filtrano, lì e qui, attraverso una lucida malinconia che sconfina nella speranza. Difatti, la Rowlands di Allen trova il riscatto nell'autobiografia; l'Elle Fanning della Coppola, con un garbo fiabesco, sveglia il papà e gli prepara la colazione, danza dolce per lui come Christina Ricci si esibiva per Gallo, o come la fata Turchina trasformava un burattino di legno in essere umano. Così il film a poco a poco si illumina, uno studio freddo e grigio del trucco in cui Johnny si sottopone a una maschera di cera che gli lascia scoperte soltanto le narici per respirare, all'inizio, quindi uno spazio aperto e assolato, alla fine; Johnny, abbandona l'auto sul ciglio della strada e cammina, con un sorriso di speranza. La Coppola presenta l'esitazione che precede il viaggio, senza (troppe) lacune e senza eccessi, e per la prima volta, i suoi personaggi, una volta smontati, li ricompone, lasciandoci un sospiro di buon auspicio. Alla faccia dei critici più esigenti e ostili della Mostra di Venezia, come Tarantino ha sottolineato, dimostrando una finezza più da osteria che da spaghetti western.
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amyblue
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mercoledì 29 febbraio 2012
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una meravigliosa scena da antologia, nient'altro.
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Buon sangue non mente dicevano ai tempi delle ‘vergini suicide’ peccato che la cineasta americana surclassi abbondantemente il sopravvalutato genitore in quanto ad efficacia comunicativa, al di là della spesso sterile tecnica. La premessa fondamentale: Somewhere non è Lost in Translation. Non ne possiede la stoffa del capolavoro, l’ambientazione mistica, la fotografia elegante, tantomeno la freschezza epocale della sceneggiatura; inoltre Dorff/Fanning non sono Murray/Johansson, il rapporto tra i due è anche profondamente differente, laddove una storia d’amore fatta di cenni e silenzi ci trasportava in una Tokyo straniante, qui il rapporto padre-figlia si consuma nella scialba atmosfera dello Chateau Marmont tra lapdancer da due soldi e battaglie a Guitar Hero.
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Buon sangue non mente dicevano ai tempi delle ‘vergini suicide’ peccato che la cineasta americana surclassi abbondantemente il sopravvalutato genitore in quanto ad efficacia comunicativa, al di là della spesso sterile tecnica. La premessa fondamentale: Somewhere non è Lost in Translation. Non ne possiede la stoffa del capolavoro, l’ambientazione mistica, la fotografia elegante, tantomeno la freschezza epocale della sceneggiatura; inoltre Dorff/Fanning non sono Murray/Johansson, il rapporto tra i due è anche profondamente differente, laddove una storia d’amore fatta di cenni e silenzi ci trasportava in una Tokyo straniante, qui il rapporto padre-figlia si consuma nella scialba atmosfera dello Chateau Marmont tra lapdancer da due soldi e battaglie a Guitar Hero. Qui non troverete cavalcate notturne sognanti sulle note di Sometimes o le spumeggianti danze dell’ottimo Marie Antoinette ma riconoscerente istintivamente quel filo conduttore che ha percorso tutta la “breve” carriera della Coppola, vale a dire quel minimalismo esasperato, quel cinema in funzione del solo cinema, il sublime nel nulla. E’ un film che si ferma a metà strada ma che svetta in una stagione comunque piena di sorprese e prodotti validi (un miracolo?). No comment sul sacrosanto ma impietoso ritratto del 'bel paese'. C'è però una breve, singola e splendida scena che va incorniciata e tramandata ai posteri: l'allenamento di pattinaggio, sostenuto da 'Cool'. La Coppola è stata probabilmente l'unico essere vivente in grado di comprendere e valorizzare la tragicità occulta ed il valore generazionale nella voce (e nei testi) di Gwen Stefani, qualche minuto di intensità insostenibile che vale il biglietto. Menzione speciale alla colonna sonora quindi, very very 80/90’s come sempre, eternamente adolescenziale e sintomo di una genuinità e umiltà registica fuori dal comune. La recensione è purtroppo tendenziosa e disturbata da presenze dal decennio passato, forse non adatta a chi ha lasciato un pezzo di cuore (cinematografico) al Park Hyatt Hotel di Tokyo e che, da allora, ordina solo vodka tonic.
Il genio c'è ancora ma fa il verso a se stesso; la magia del 2003 è irripetibile, Sofia, smettila di provarci.
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tommy906
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lunedì 13 febbraio 2012
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riflessivo e rilassante
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Lo trovo un ottimo film, molto rilassante per via delle sue interminabili scene e molto riflessivo, perchè dietro a tutto ciò c'è sicuramente un significato. Trovo inoltre fantastico il fatto di non dare molte risposte (per esempio sapere dove và la moglie), e focalizzarsi di più su altro. Un finale molto bello che conclude un ottimo film.
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angelo48
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venerdì 30 dicembre 2011
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leone d'oro a vemezia?
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Scrivo questo commento solo per comunicare tutta la mia perplessità dopo aver visto questo film: perplessità sulla giuria del festival, perplessità sui critici cinematografici, perplessità sulla regista. Per fortuna che esiste Mymovies dove numerose persone hanno lasciato recensioni assolutamente condivisibili nella stroncatura di questo inutile ed assurdo film. La Coppola ha fatto il compitino su un tema potenzialmente interessante: lo star system ed il vuoto di idee,Cultura (con la C maiuscola) e sentimenti che lo pervade. L' impressione finale é che questo vuoto abbia fagocitato anche lei! Papà Coppola dovrebbe vigilare maggiormente sulla figlia ed evitare che produca altri danni al buon nome di famiglia.
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Scrivo questo commento solo per comunicare tutta la mia perplessità dopo aver visto questo film: perplessità sulla giuria del festival, perplessità sui critici cinematografici, perplessità sulla regista. Per fortuna che esiste Mymovies dove numerose persone hanno lasciato recensioni assolutamente condivisibili nella stroncatura di questo inutile ed assurdo film. La Coppola ha fatto il compitino su un tema potenzialmente interessante: lo star system ed il vuoto di idee,Cultura (con la C maiuscola) e sentimenti che lo pervade. L' impressione finale é che questo vuoto abbia fagocitato anche lei! Papà Coppola dovrebbe vigilare maggiormente sulla figlia ed evitare che produca altri danni al buon nome di famiglia. P.S. Marini, Ventura e Frassica forse pensavano di arrecare lustro alla loro fama partecipando, si fa per dire, ad un film della Coppola...mi sono apparsi francamente patetici.
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flaviex
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giovedì 29 dicembre 2011
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l'insesatezza della vita sotto i riflettori
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Somewhere è un film che predilige silenzi e vuoto a parole e azioni. Questo metodo espressivo, già mostrato con altri scopi in "Lost in translation", viene in questo quarto film della Coppola ripreso per evidenziare la solitudine di Johnny Marco, un attore trentenne vittima del suo successo in un sistema senza anima. La Ferrari che sfreccia su una desolata pista, le lap dancer che ballano mostrando una sensualità finta, il sesso ricercato per inerzia, mostrano la noia e il "non sense di vivere" del personaggio principale. Johnny Marco ha perso la strada e gira e rigira intorno agli stessi schemi, cerca qualcosa che non troverà mai all'interno della sua vita solitaria fatta di apparenze e posizione sociale.
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Somewhere è un film che predilige silenzi e vuoto a parole e azioni. Questo metodo espressivo, già mostrato con altri scopi in "Lost in translation", viene in questo quarto film della Coppola ripreso per evidenziare la solitudine di Johnny Marco, un attore trentenne vittima del suo successo in un sistema senza anima. La Ferrari che sfreccia su una desolata pista, le lap dancer che ballano mostrando una sensualità finta, il sesso ricercato per inerzia, mostrano la noia e il "non sense di vivere" del personaggio principale. Johnny Marco ha perso la strada e gira e rigira intorno agli stessi schemi, cerca qualcosa che non troverà mai all'interno della sua vita solitaria fatta di apparenze e posizione sociale. La noia e l'apatia pervadono la sua vita. Lasciare tutto è l'unica salvezza, Johnny questo lo capisce osservando l'unica cosa di umano che c'è nella sua vita: sua figlia. Lei balla, ama il padre, lei è presente, è la speranza, ed è contagiosa, la sua bellezza è semplice come la sua danza. Johnny ne rimane conquistato, pur nella sua assenza, nella smemoratezza di un padre confuso e bambino, Johnny ritrova un segno, qualcosa si accende in lui. Ecco l'accettazione del disagio, l'accorgersi di non essere una persona, come dice al telefono alla ex moglie, è un allarme che porterà alla liberazione. La scena finale, seppur la più importante in realtà è la più breve, questo perchè la compulsività non c'è più, adesso c'è la vita con la sua imprevedibilità, così il ritmo ritorna normale..proprio sui titoli di coda.
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brian77
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martedì 27 dicembre 2011
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chiudiamo i festival
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Chiudiamo tutti i festival per dieci anni, e vedrete che si torneranno a fare i film per il pubblico anziché per il circolo vizioso di addetti ai lavori e per sale d'essai semideserte ma sostenute da finanziamenti pubblici nazionali ed europei... Certo, un po' di organizzatori di festival dovranno trovarsi un lavoro vero, ma nel frattempo il cinema potrà rinascere.
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mickeulogy
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lunedì 19 dicembre 2011
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uno dei più bei film degli ultimi anni.
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Un film che necessita di una buona conoscenza cinematografica a posteriori, da parte di un principiante può sembrare un film lento e noioso ( Es. Qualsiasi principiante vi dirà che Barry Lyndon è lento e noioso..). Si possono percepire leggeri rimandi al cinema di Antonioni ma con profonda ed intima interpretazione da parte di Sofia, che lo rende un film elitario, per pochi. Un film che dimostra maturità stilistica, che non vuole corrompere con le immagini ma con suoni ripetitivi e sensazioni spaesanti.
Il mare di nulla in cui si trova Johnny è equivalente allo schiaffo in faccia che hanno ricevuto tutti coloro che credevano in un film allegro e divertente perchè non sapendo cosa fare si sono recati al cinema per passare il tempo.
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Un film che necessita di una buona conoscenza cinematografica a posteriori, da parte di un principiante può sembrare un film lento e noioso ( Es. Qualsiasi principiante vi dirà che Barry Lyndon è lento e noioso..). Si possono percepire leggeri rimandi al cinema di Antonioni ma con profonda ed intima interpretazione da parte di Sofia, che lo rende un film elitario, per pochi. Un film che dimostra maturità stilistica, che non vuole corrompere con le immagini ma con suoni ripetitivi e sensazioni spaesanti.
Il mare di nulla in cui si trova Johnny è equivalente allo schiaffo in faccia che hanno ricevuto tutti coloro che credevano in un film allegro e divertente perchè non sapendo cosa fare si sono recati al cinema per passare il tempo.
Sarebbe meglio che coloro che danno una o due stelle di voto ad un film d'autore, si riducano a valutare ere glaciali e quant'altro. Forse sta tornando un grande cinema e io sono dalla parte di Sofia Coppola.
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abigeil
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giovedì 8 dicembre 2011
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troppo silenzio
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Film con lunghi momenti di silenzio, con immagini fisse e monotone come quella finale della macchina che corre lungo l'autostrada;dopo che il padre ha salutato la figlia diretta al campo estivo.Trama praticamente inesistente:una attore di successo con una vita da star hollywodiana, raggiunto dalla figlia vivono insieme in un motel, tra un viaggio in italia per i telegatti presentati da Simona Ventura,durante il quale la Valeriona nazionale fa un balletto da bagaglino( in pratica l'Italia da il meglio di se) e poi tanto sole sulle sdraio bordo piscina...Il premio la Coppola per questo film l'avrà ricevuto perchè in giuria c'era l'ex fidanzato......
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dark is white
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domenica 20 novembre 2011
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ritrovare se stessi, lentamente.
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Leggo che a tanti Somewhere non ha dato grande soddisfazioni... mi spiace, perchè a mio vedere quello di Somewhere, così come tutto il bel cinema di Sofia Coppola, parla la lingua dei silenzi, dei ritmi lenti e anche un pò vuoti, che regalano l'opportunità allo spettatore di ascoltare il respiro del protagonista, respirarne le sue emozioni...cogliere l'essenza delle situazioni e dei drammi che sperimenta.
In Somewhere c'è un uomo, in quello che si potrebbe definire, uno dei tanti momenti di transizione, che tutti viviamo nella nostra vita, ovviamente in forme e circostanze diverse.
Dov'è la transizione? E' nel sapersi ascoltare, nelle tante giornate vuote e semivuote, vivacizzate da passatempi artificiali che si consumano in una notte,sta nel non violentare se stessi, ma lasciarsi travolgere dolcemente e lentamente da un rapporto padre-figlia che ha quel potere straordinario di scardinare qualunque pessimismo e desolazione.
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Leggo che a tanti Somewhere non ha dato grande soddisfazioni... mi spiace, perchè a mio vedere quello di Somewhere, così come tutto il bel cinema di Sofia Coppola, parla la lingua dei silenzi, dei ritmi lenti e anche un pò vuoti, che regalano l'opportunità allo spettatore di ascoltare il respiro del protagonista, respirarne le sue emozioni...cogliere l'essenza delle situazioni e dei drammi che sperimenta.
In Somewhere c'è un uomo, in quello che si potrebbe definire, uno dei tanti momenti di transizione, che tutti viviamo nella nostra vita, ovviamente in forme e circostanze diverse.
Dov'è la transizione? E' nel sapersi ascoltare, nelle tante giornate vuote e semivuote, vivacizzate da passatempi artificiali che si consumano in una notte,sta nel non violentare se stessi, ma lasciarsi travolgere dolcemente e lentamente da un rapporto padre-figlia che ha quel potere straordinario di scardinare qualunque pessimismo e desolazione. Somewhere non è il film delle emozioni, una dietro l'altra, dei colpi di scena o dalla suoluzioni rivoluzionare.
In Somewhere ritrovi 98 min, in cui riflettere lentamente su cosa significhi ritrovare se stessi... e quel che di più bello c'è, è che riesci a farlo con quella maniera raffinata e gustosa tipica del cinema di Sofia Coppola. Buona Visione.
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ultimoboyscout
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domenica 16 ottobre 2011
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svegliatemi quando finisce.
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Una Feerari gira in tondo senza senso e la noia prende piede immediatamente. Dorff, nonostante sia un attore alla moda e sia considerato un sex symbol, guida e si muove con la massima indifferenza. Subisce senza fiatare una seduta di trucco e alla stessa maniera reagisce alle due lap dancer gemelle a domicilio. Come se non bastasse, con la medesima indifferenza, fa sesso e si addormenta. L'idea di Sofia Coppola di farci assorbire l'uomo annoiato è quella di annoiarci, riuscendoci alla perfezione. Ogni azione dell'uomo annoiato è finto movimento in scoloriti non-luoghi, come il glorioso Hotel Chateau Marmont (dove morì Belushi, quello con DelToro in ascensore) sembra un hotel di quart'ordine sperduto in qualche polverosa statale frequentata da camionisti.
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Una Feerari gira in tondo senza senso e la noia prende piede immediatamente. Dorff, nonostante sia un attore alla moda e sia considerato un sex symbol, guida e si muove con la massima indifferenza. Subisce senza fiatare una seduta di trucco e alla stessa maniera reagisce alle due lap dancer gemelle a domicilio. Come se non bastasse, con la medesima indifferenza, fa sesso e si addormenta. L'idea di Sofia Coppola di farci assorbire l'uomo annoiato è quella di annoiarci, riuscendoci alla perfezione. Ogni azione dell'uomo annoiato è finto movimento in scoloriti non-luoghi, come il glorioso Hotel Chateau Marmont (dove morì Belushi, quello con DelToro in ascensore) sembra un hotel di quart'ordine sperduto in qualche polverosa statale frequentata da camionisti. Di colpo sconfina a Milano, dove la trama ha la (s)Ventura di svolgersi per qualche minuto. Film esistenziale, molto supponente, snervante e spossante, in cui persino quella splendida Ferrari ne esce male. Discreta l'interpretazione dello scazzatone da parte di Stephen Dorff, bravissima Elle Fanning, sorellina di Dakota, che si spera non diventi onnipresente come la sorella maggiore. Lo schema di "Lost in translation" viene riproposto (in fondo si parlava di due solitudini a confronto) ma stavolta non funziona. Lo spaesamento del protagonista è ben inquadrato, questa è l'unica cosa che riesce bene alla Coppola. Gode di una buona stampa e non ne capisco il motivo, oltre ad aver vinto un ingiustificatissimo Leone d'Oro a Venezia.
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