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La politica degli autori: Gianni Amelio

Il regista conferma la complicità con i personaggi quale specifico del suo cinema.
di Mauro Gervasini

In foto Gianni Amelio.
Gianni Amelio (Gianni Amèlio) (72 anni) 20 gennaio 1945, Catanzaro (Italia) - Capricorno. Regista del film Felice chi è diverso.

mercoledì 5 marzo 2014 - Approfondimenti

Penetra per noi nella «giungla dei morbidi» Gianni Amelio, autore del documentario Felice chi è diverso nelle sale dal prossimo 6 marzo distribuito da Istituto Luce e Rai Cinema. Dove per «giungla dei morbidi» si intende(va) quella parte di Villa Borghese a Roma teatro secondo un cinegiornale scandalistico di inizio anni 70 di incontri tra maschi, altrimenti definiti "invertiti", "diversi", "finocchi", "pin up boy" o "capovolti", da cui la definizione delle pratiche omosessuali come "vizio capovolto". Piccola parentesi: Felice chi è diverso, presentato fuori concorso al Festival di Berlino, è il terzo documentario, dopo il Leone d'oro veneziano Sacro Gra e TIR di Alberto Fasulo premiato a Roma, a rivendicare lo spazio autonomo di una forma espressiva che la realtà non la vuole solo raccontare ma la morde, senza finzioni. Amelio se ne intende. Ha il documentario nel DNA fin da quando giovanissimo realizzava "film sperimentali per la Tv", dal titolo di una vecchia serie Rai che proprio di questo si occupava. Docu sperimentali. Diversi. Poi altri percorsi, molto personali, votati a un genere di riferimento che ha avuto nel suo cinema una declinazione originale, anzi unica. Il melodramma. Spesso raccontato attraverso conflitti tra uomini incatenati a legami di sangue tanto indissolubili quanto "traditori". I padri e i figli di Colpire al cuore e Le chiavi di casa ma anche, in parte, del recente L'intrepido, o i fratelli di Così ridevano. Con le figure femminili più sullo sfondo, ma quando centrali destinate a illuminare la strada degli uomini perduti e soli, come Charlotte Rampling in Le chiavi di casa o l'interprete Tai Ling di La stella che non c'è, senza dimenticare la più importante di tutte, Rosetta (Valentina Scalici) di Il ladro di bambini.

Felice chi è diverso è un documentario più tradizionale rispetto a quelli di narrazione o creativi di Rosi e Fasulo (quest'ultimo poi sconfina volutamente nel "falso" chiamando a recitare un attore professionista). Nulla di convenzionale, però. Pur utilizzando una struttura didattica che ha il punto di forza nel montaggio tra interviste ex novo e reperti (spezzoni di film - memorabile l'incontro tra Gassman, Trintignant e Occhiofino nel Sorpasso - cinegiornali, spot, sketch tv), Amelio conferma quale specifico del suo cinema la complicità con i personaggi, senza distinzioni; come se a mettersi in gioco fosse prima di tutto lo sguardo, e il regista di conseguenza. Altrove Amelio ha dato l'impressione di essere posseduto dalle proprie storie, nelle quali riverberano con una potenza fassbinderiana esperienze traslate, dalle "migrazioni" di Così ridevano e Lamerica ai rapporti tormentati con le figure paterne (anche putative). In Felice chi è diverso si alternano anziani signori che vissero la propria "diversità" chi con ostentata tenacia, chi con composto riservo (si pensi al militante DC), sottolineando come per certi versi si stesse meglio quando si stava peggio, senza conformismi e potendo dribblare, almeno nel privato, le ipocrisie pubbliche. Lo stupore che il documentario coglie è proprio questo: a parte chi subì censure allucinanti come Umberto Bindi, o i "ricoverati" in strutture sanitarie, molti intervistati non si lamentano delle discriminazioni e dello spirito del tempo (l'Italia bigotta del secondo dopoguerra, anni 70 compresi) perché la memoria è rivolta a vite vissute con intrepida intensità. E proprio questa è la materia prima del cinema di Gianni Amelio.

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