| Anno | 1962 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Italia |
| Durata | 108 minuti |
| Regia di | Dino Risi |
| Attori | Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Claudio Gora, Luciana Angiolillo Luigi Zerbinati, Franca Polesello, Linda Sini, Mila Stanic, Bruna Simionato, John Francis Lane, Annette Stroyberg, Nando Angelini, Edda Ferronao, Barbara Simon, Lilly Darelli. |
| Tag | Da vedere 1962 |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,71 su 4 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 9 maggio 2016
Due occasionali amici passano insieme una giornata di vacanza destinata a finire in tragedia. Ha vinto un premio ai Nastri d'Argento, ha vinto un premio ai David di Donatello, In Italia al Box Office Il sorpasso ha incassato 2,9 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Il giorno di Ferragosto due occasionali amici, uno studente universitario un po' timido e un quarantenne immaturo, passano assieme la giornata spostandosi con l'auto. Le ore passano veloci in un susseguirsi di episodi tragicomici, fino all'epilogo inatteso e drammatico: la morte dello studente causata dall'incoscienza dell'altro. Si tratta di un autentico cult movie, tra i pochi che può vantare il cinema italiano del dopoguerra. Un'intuizione geniale è all'origine del film, che può essere definito un road movie; il confronto di due generazioni nel territorio neutro di una giornata di vacanza. La complementarietà dei caratteri dei due protagonisti è un supporto dalle solide basi. La sceneggiatura di Scola, Risi e Maccari è in perfetto equilibrio tra la commedia all'italiana e il dramma sociale, questo appena accennato con alcune allarmanti sequenze disseminate nel film e concluso nell'impietoso finale. Il cialtronesco Gassman, finalmente libero, come lui stesso ammette, dai vincoli delle caratterizzazioni, dai ghigni classicheggianti, esprime in alcune sequenze la sua dirompente fisicità. Distrugge con l'intuizione del superficiale i luoghi comuni che lo studente Trintignant si era costruito in un'intera vita, sui suoi parenti. Libera lo charme opaco di una zia del suo amico. In ogni spostamento, dalla Roma deserta del mattino di Ferragosto e lungo le strade della Versilia fino alla Costa Azzurra, si gioca la sua dignità e persino la figura di padre. La partita a ping-pong con Gora è al riguardo esemplare. L'attonito Trintignant in quesa scuola dei dritti è infatti l'unico a soccombere, emblematicamente. Non pochi hanno lamentato il cambio di rotta mostrato all'epilogo. Un risveglio dalla partitura scoppiettante di una pellicola che sembrava dover dispensare un eclettico piacere a fior di pelle. Come ne La grande guerra e Una vita difficile il cinema italiano aveva trovato, se non un vero e proprio stile, un equilibrio che poggiava su una precisa rappresentazione della società italiana, senza dover ricorrere ai macchiettoni che il depravato cinema d'oggi mostra con lugubre allegria. Il rimpianto di quel cinema è presente in ogni spettatore che abbia solo visto quei film pur non facendo parte di quella generazione. Ed ecco allora la Lancia Aurelia Sport diventare un oggetto mitico. Così come alcune battute di questi film vengono tramandate con puntuale approssimazione, ma con sincera partecipazione. Il sorpasso, al suo apparire quasi snobbato dalla critica, si è ritagliato col tempo uno spazio che appartiene di diritto alle grandi memorie del cinema centenario.
Bruno Cortona, quarantenne romano, trova nel correre in macchina e nel sorridere alla vita l'unico modo per non abbattersi e non pensare ai fallimenti a cui è sempre andato incontro. Nella calda giornata di ferragosto, coinvolge nelle sue avventure un timido studente di legge, Roberto. Il contatto con Bruno e con la sua voglia di vivere lo cambieranno per sempre, fino all'ultima curva, [...] Vai alla recensione »
Jean-Louis Trintignant è stato adeguatamente celebrato. Lo meritava. Rete4 ha trasmesso Il sorpasso, capolavoro del nostro cinema di tutte le epoche e magnifica istantanea di quel grande attore francese. Come molti ho rivisto il film di Dino Risi, e, come tutti, non l’ho abbandonato per tutta la proiezione, sopportando l’“insopportabile” pubblicità pur di non perdere neppure un secondo.
É più che doveroso, quel promemoria: “riraccontare” Il sorpasso, che in sessant’anni non ha perso niente della sua vedibilità.
La regia è di Risi, gli attori sono Vittorio Gassman, Claudio Gora, Catherine Spaak, Jean-Louis Trintignant. Ma lo sappiamo. Il giorno di Ferragosto due occasionali amici, uno studente universitario un po’ timido e un quarantenne immaturo, passano assieme la giornata spostandosi con l’auto. Le ore passano veloci in un susseguirsi di episodi tragicomici, fino all’epilogo inatteso e drammatico: la morte dello studente causata da un incidente causato dall’incoscienza dell’altro. Si tratta di un autentico cult movie, tra i pochi che può vantare il cinema italiano del dopoguerra.
Un’intuizione geniale è all’origine del film, che può essere definito un road movie; il confronto di due generazioni nel territorio neutro di una giornata di vacanza. La complementarietà dei caratteri dei due protagonisti è un supporto dalle solide basi. La sceneggiatura di Scola, Risi e Maccari è in perfetto equilibrio tra la commedia all’italiana e il dramma sociale, questo appena accennato con alcune allarmanti sequenze disseminate nel film e concluso nell’impietoso finale. Il cialtronesco Gassman, finalmente libero, come lui stesso ammette, dai vincoli delle caratterizzazioni, dai ghigni classicheggianti, esprime in alcune sequenze la sua dirompente fisicità. Distrugge con l’intuizione del superficiale i luoghi comuni che lo studente Trintignant si era costruito in un’intera vita, sui suoi parenti. Libera lo charme opaco di una zia del suo amico.
In ogni spostamento, dalla Roma deserta del mattino di Ferragosto e lungo le strade della Versilia fino alla Costa Azzurra, si gioca la sua dignità e persino la figura di padre. La partita a ping-pong con Gora è al riguardo esemplare. L’attonito Trintignant in questa scuola dei dritti è infatti l’unico a soccombere, emblematicamente. Non pochi hanno lamentato il cambio di atmosfera dell’epilogo: un brusco risveglio dalla partitura scoppiettante di una pellicola che sembrava dover dispensare un eclettico piacere a fior di pelle.
Come in La grande guerra e Una vita difficile il cinema italiano aveva trovato, se non un vero e proprio stile, un equilibrio basato su una precisa rappresentazione della società italiana, senza dover ricorrere ai macchiettoni che il depravato cinema d’oggi mostra con lugubre allegria. Il rimpianto di quel cinema è presente in ogni spettatore che abbia solo visto quei film pur non facendo parte di quella generazione. Ed ecco allora la Lancia Aurelia Sport diventare un oggetto mitico. Così come alcune battute di questi film vengono tramandate con puntuale approssimazione, ma con sincera partecipazione. Il sorpasso, al suo apparire quasi snobbato dalla critica, si è ritagliato col tempo uno spazio che appartiene di diritto alle grandi memorie del cinema.
Qualche giorno fa il canale Iris ha proposto Il sorpasso, del 1962, di Dino Risi, con Vittorio Gassman. È un film eterno e grande. Fa parte della cosiddetta "Commedia all'italiana", la magnifica corrente che prese il testimone del neorealismo. E che testimone. Sopra ho scritto "eterno". Ci sono film storicizzati, che hanno segnato una stagione, ma passata quella stagione hanno perso molto, a volte tutto, della loro "vedibilità". Ho spesso fatto l'esempio di Jules e Jim, casualmente del 1962, manifesto della famosa, sopravvalutata Nouvelle Vague, per estetica e contenti. Adesso vale la pena di guardarlo se sei allievo di una scuola di cinema. Ma il Sorpasso non ti lascia un momento. Cominci e rimani fino alla fine. In quell'epoca i cineasti possedevano qualità e coraggio, prendevano posizione, alludo, fra gli altri, a titoli come La grande guerra (Monicelli), I mostri (Risi), Il Boom (De Sica), Tutti a casa (Comencini). C'era il coraggio dell'amarezza, del dramma e del finale non felice, ma raccontati con leggerezza e col sorriso. Grande cinema davvero. E ai registi aggiungo gli sceneggiatori, gente come Age e Scarpelli, Sonego, Scola e Maccari, che hanno saputo raccontare l'Italia, con un'efficacia che non riscontri nella letteratura nobile degli scrittori loro contemporanei.
Anche il Sorpasso ti diverte ma la chiusura è... crudele. Tutti ricordano la storia. Il quarantenne Bruno (Gassman) conosce per caso lo studente Roberto (Trintignant) a Ferragosto. La città è vuota e Bruno, affascinante e simpaticamente prepotente, "costringe" il giovane a passare due giorni con lui. Bruno guida un'Aurelia sport supercompressa, che all'epoca divenne di moda, come la Aston Martin DB 6 di Bond in Goldfinger, - fatte le debite ...sproporzioni - e siamo sempre nel '62, e la Mustang di Trintignant di Un uomo, una donna, pochi anni dopo. Gassman suona quel maledetto clacson e dispensa la sua filosofia spicciola. Accompagna Roberto nel posto delle sue vacanze da bambino, gli distrugge il ricordo della famiglia dimostrandogli il cugino non è figlio di suo zio, ma del fattore. Incontrano un domestico, Occhio fino, visibilmente gay. Gassman dice "Così avete anche la checca di campagna... non lo avevi capito? Occhio fino... finocchio." Nemmeno Risi, e nessun'altro, potrebbe permettersi un passaggio del genere in questa epoca.
Poi eccoli sulle spiagge della Versilia. E lì, quel genio di Risi sostiene il racconto con gli inserti irresistibili delle canzoni di allora, "L'uomo in frac" di Modugno, "Saint Tropez" di Peppino di Capri, "Quando calienta el sol" dei Marcellos Ferial, "Con le pinne fucile ed occhiali" di Vianello. Roberto, all'inizio imbarazzato e infastidito, a poco a poco sta al gioco. Si lascia sedurre dalla personalità di Bruno. Alla fine, in macchina è lui a premere il clacson, a incitare Bruno ad andare più forte. Tanto che hanno un incidente. Bruno resta illeso, Roberto muore.
Sia chiaro, Dino Risi è una della mie passioni, scontato che le sue scelte fossero corrette. L'ho detto più volte, niente è più discrezionale del cinema. Però una "discrezione" può essere quella di (ri)considerare, magari per puro esercizio, gli equilibri drammaturgici di una storia. Non c'è dubbio, che dopo aver seguito Gassman e Trintignant nel loro road, dopo la partecipazione, l'identificazione, l'assunzione, soprattutto il divertimento e il sorriso, quel finale cada come una mannaia. Ci resti male. Ti eri troppo affezionato. Ecco una proposta di alternativa. Il film iniziava con Roberto alla finestra che vede Bruno lì sotto, si parlano e nasce il rapporto. Roberto sta preparando un esame di giurisprudenza. Bruno vede il volume "mamma mia, che noia", poi fa la telefonata che doveva fare. E poi comincia il loro viaggio. Nuovo finale: Bruno riporta a casa Roberto, che dalla finestra vede Bruno che lo saluta dall'"Aurelia" e riparte strombazzando. Non c'è dubbio che Risi avrebbe dettato l'espressione e le mosse giuste a Trintignant, che si risiede davanti al testo di legge, con un sorriso vagamente amaro: ha toccato un'esperienza di vita che non sarà la sua. Migliore o peggiore, chissà. Ci poteva stare.
Come eravamo. O come erano: i solitari di un tempo, i timidi, i prepotenti, gli sbruffoni, gli esibizionisti, le ragazze in fiore di quarant'anni fa, o giù di lì. Come eravamo in agosto, nell'Italia del boom, in una Roma deserta, così diversa, così vuota, così metafisica. Ë a Ferragosto che inizia il capolavoro di Dino Risi, protagonista una Aurelia «decappottabile e supercompressa», simbolo del ritrovato [...] Vai alla recensione »