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sabato 30 maggio 2020

Articoli e news Lorenzo K. Stanzani

La Resistenza di Bologna vista attraverso immagini e documenti storici. Gli autori Lorenzo K. Stanzani e Paolo Soglia raccontano il loro nuovo film. Dal 21 al 25 aprile in streaming nella Sala virtuale di MYmovies. Acquista €3,00 »

The Forgotten Front: «che emozione trovare e restituire allo sguardo quelle immagini!»

mercoledì 22 aprile 2020 - Paola Casella da MYMOVIESLIVE

The Forgotten Front: «che emozione trovare e restituire allo sguardo quelle immagini!» Hanno lavorato a lungo fianco a fianco, per raccontare nel documentario The Forgotten Front la storia della Resistenza a Bologna negli anni fra il ’43 e il ’45, in occasione del 75esimo anniversario della Liberazione che cadrà questo 25 aprile. Lorenzo K. Stanzani è regista, montatore e coautore e si è occupato del reperimento dei filmati d’archivio; Paolo Soglia, giornalista e fotografo, si è occupato dei testi e del reperimento del materiale fotografico.


Il risultato è una ricostruzione rigorosa, con interventi di storici come Luca Alessandrini, Luca Baldissara e Toni Rovatti, che riesce a raccontare la Resistenza bolognese con immediatezza e ci fa vivere la sensazione di essere lì, nel momento, a vivere la Storia in prima persona.

Come è nata l’idea del documentario?
Lorenzo K. Stanzani: Da oltre vent’anni realizzo documentari storici e di recente mi sono sempre più incentrato sul territorio emiliano e romagnolo, cercando però di raccontare storie locali con uno sguardo più ampio. Il 75esimo anniversario della Liberazione era un’occasione da non perdere: ero stanco di sentire le ricostruzioni della Resistenza attraverso ricordi personali tramandati di generazione in generazione che però non riescono a tenere insieme lo sguardo complessivo della vicenda storica, sia nei toni di chi continua a screditare la Resistenza, che in quelli eccessivamente epici della retorica partigiana. E ho accettato la sfida di raccontare la vicenda bolognese solo attraverso immagini e documenti storici.


Come ha funzionato il lavoro di squadra fra lei e Paolo Soglia?
LS: È stato un piacere lavorare con Paolo, compagno di squadra molto attivo. Insieme abbiano scartabellato tutti gli archivi possibili e immaginabili della città, cercando anche negli archivi privati, tramite conoscenze e passaparola. Abbiamo trovato materiali inediti, anche in archivi stranieri. Ed è stato emozionante, dopo 75 anni, restituire allo sguardo immagini che nessuno ha mai visto.

Paolo Soglia: Lorenzo ha più l’occhio per i materiali di archivio cinematografici, e possedeva già una sua library molto folta. Va a lui il merito di aver instaurato un rapporto con Edo Ansaloni, un cineamatore dilettante che negli anni ’40 ha filmato gran parte dei materiali inediti che presentiamo nel film. A questi si aggiungono tante altre foto recuperate da album di famiglia, come la meravigliosa sequenza fotografica in cui Piazza Maggiore da vuota si riempie mano a mano dei carrarmati americani il 21 aprile.


Si vedono molti ragazzi nel vostro documentario, e l’impressione è che abbiate voluto restituire al pubblico giovane la freschezza di un’esperienza vissuta in tempo reale.
LS: La Resistenza è qualcosa che a un certo punto accade, c’è l’esigenza di resistere ma nessuno ha la più pallida idea di come farlo. Quindi da un lato volevamo restituire quel senso di improvvisazione continua e di incessante lotta, dall’altro lato volevamo ricordare che la Resistenza è stata fatta soprattutto dai giovani. Spesso purtroppo i documentari li vedono solo gli anziani e invece io voglio fare documentari per giovani: mi esalto quando scopro certe storie, e vorrei che anche loro potessero capire quanta bellezza c’è nell’essere vitali, qualcosa che si muove, che crea, che fa. Allo stesso tempo penso che sia un errore enorme parlare ai giovani usando il linguaggio “giovanilista” dei media: a scuola si mostrano video che sembrano fatti da Youtuber! Noi abbiamo cercato di mantenere la forma rigorosa del documentario storico, ma anche di darle un ritmo veloce, di spezzettare il racconto in capitoli brevi, di inserire cambi di passo inaspettati, per dare l’impressione di lasciare il discorso in sospeso.

PS: Da una parte volevamo mantenere un rigore storico, dall’altra abbiamo cercato di restituire un sapore di contemporaneità a quella vicenda, anche attraverso le voci che interpretano le testimonianze di allora, che sono voci giovani. A fare la guerra e la Resistenza sono stati i ragazzi: come dice lo storico Alessandrini nel film, i giovani maschi non avevano scelta, o erano negli eserciti fascisti o erano in clandestinità. Sono stati buttati all’interno della Storia. E questo andava ricordato, in modo che anche chi oggi ha 18 o 20 anni possa immedesimarsi.


Nel documentario è molto forte anche la presenza femminile.
PS: È un aspetto che abbiamo curato con passione, non per una volontà di politicamente corretto ma perché la presenza delle donne nella Resistenza, in particolare  bolognese, è stata determinante. Ma per ragioni anche culturali è stata sottodimensionata: si pensa alla donna solo come staffetta - ruolo peraltro importantissimo - mentre nel bolognese e nelle campagne tutte le manifestazioni anche violente, con repressioni e fucilazioni, hanno visto una partecipazione femminile molto attiva, con donne che assaltavano comuni e bruciavano i registri di leva. Anche dal punto di vista militare le donne hanno avuto ruoli importanti, ed erano considerate partigiane a tutti gli effetti, non gregarie. È importante dirlo con le prove storiche, non con una sorta di compiacimento per aver inserito anche loro nel doc: sono state un asse portante della Resistenza.

LS: La Resistenza è stata fatta prevalentemente da uomini, ma il contributo femminile è stato fondamentale sia come supporto logistico che nella parte che nessuno ricorda mai, e alla quale invece io sono molto affezionato, ovvero quella delle proteste femminili: a Bologna e dintorni ci furono le prime manifestazioni contro il podestà e le donne avevano una consapevolezza maggiore. Si sente ancora, nelle donne di una certa età in quella zona, qualcosa di più forte.
Siete stati anche molto attenti a non fare della Resistenza un santino, evidenziando tanto le luci quanto le ombre.
PS: Abbiamo cercato di non farne un racconto agiografico: era una guerra, e in guerra si uccide. In particolare quella dei GAP era una guerriglia cittadina di attentati, dinamitardi o mirati, di azioni di contrasto. È uno scenario violento che va raccontato come tale. Raccontiamo anche l’ingenuità o gli errori commessi durante la Resistenza, non abbiamo omesso alcun periodo, compreso quello dopo la Liberazione con la cattura e l’esecuzione dei fascisti, per dare un quadro storico completo.

LS: Io non ho mai avuto nessun tipo di simpatie verso il fascismo, ma capisco anche che il santino che è stato fatto della Resistenza non è stato utile, anzi, ha dato adito alle critiche da parte di chi si trova dall’altra parte. Bisogna dire però che gli storici, anche di sinistra, da sempre hanno parlato dei crimini e della malefatte commesse da partigiani o sedicenti partigiani. È ovvio che, essendo quello un esercito improvvisato, dentro c’era di tutto, compresi quelli che procedevano a tentoni e i farabutti. Ma da parte di chi organizzava la Resistenza c’era una consapevolezza al millimetro di quello che stavano facendo. Dunque hanno cercato di arginare ogni forma di delinquenza per mantenere elevato il valore delle loro azioni. Ci sono state condanne a morte per i partigiani che sgarravano, non ce lo si poteva permettere. E questo i documenti storici che evidenziamo nel film lo attestano chiaramente.


Nel documentario non nascondete nemmeno le immagini più forti di quella guerra. C’è stata qualche esitazione al proposito?
PS: È stata una discussione delicata. Avevamo a disposizione un documento straordinario, proveniente dall’archivio di un medico che lavorava per la Resistenza e di nascosto riuscì a fotografare tutte le vittime partigiane a mano a mano che arrivavano negli obitori. È un documento mai mostrato prima al grande pubblico. Da un lato c’era la sua importanza storica, dall’altro l’esigenza di evitare il compiacimento della morte esposta in primo piano. Ci è sembrato che questa carrellata muta sui cadaveri composti in obitorio potesse rendere la gravità di quella situazione senza cadere nel compiacimento.

LS: Abbiamo cercato di usare quelle immagini in maniera sobria e lucida. Ma poiché non facciamo il santino della Resistenza era anche giusto raccontare quello che era successo in questi termini. E se avessimo avuto a disposizione le foto di fascisti uccisi dai partigiani le avremmo inserite tranquillamente. Ma è già una fortuna aver trovato quelle dei cadaveri all’obitorio, e dei partigiani appesi ai pali e ai cancelli.


Che messaggio è contenuto nel vostro lavoro, soprattutto per i giovani?
PS: Non abbiamo mai ragionato in termini di una tesi da proporre e in qualche modo imporre. Volevamo ragionare su quel periodo storico, a 75 anni di distanza, col rigore della storia e l’analisi dei i documenti, non in forma di conflitto ideologico, e raccontarlo in modo che anche i giovani possano entrarci dentro appieno, comprendendo quel protagonismo giovanile che potrebbe essere il loro. Forse l’attuale fase di quarantena può essere propedeutica a questo tentativo di valorizzazione del protagonismo giovanile.

LS: Tutti sappiamo fin da bambini dov’è il bene e dov’è il male, forse il nostro lavoro può aiutare a capire che bisogna lottare per ciò in cui si crede. Ma spero vivamente che oggi si possa imparare a lottare senza violenza, di nessun genere: è la mia ambizione più grande.


The Forgotten Front però si chiude su una nota amara.
PS: Generalmente i documentari sulla Resistenza e sulla Liberazione finiscono su immagini rassicuranti. La festa ci fu, ma la realtà è più complessa e più conflittuale di quello che ci si attendeva.

LS: Il nostro documentario ha due finali, uno storico e uno emotivo, che collimano e sono entrambi amari. Paolo ed io ci interrogavamo su come chiudere e lui ha trovato una lettera perfetta, da grande sceneggiatura.

PS: Giovanni Gianni Palmieri era uno studente di medicina di 23 anni che si aggregò alla Brigata Garibaldi, sui monti dell’Imolese. Nel settembre del ’44 scrisse all’amico Luciano Bergonzini una bellissima lettera che ci ha consentito quel doppio finale: il documentario conclude la fase cronologica, poi però si riapre con le parole di un ragazzo che immaginava la Resistenza ma non è riuscito a vederne l’esito, perché pochi giorni dopo averla scritta fu catturato e fucilato dalle SS.

LS: E la Resistenza è stata tradita, come anticipa la lettera di Palmieri, perché il cambiamento tra uomini e donne, di partecipazione democratica cui aspiravano i partigiani non c’è stato. E questo sarà il tema del mio prossimo documentario.


   
   
   


The Forgotten Front - La Resistenza a Bologna

La resistenza nella città emiliana
Regia di Paolo Soglia, Lorenzo K. Stanzani. Genere Documentario, produzione Italia, 2020.

Un documentario sulla Resistenza a Bologna, la più grande città del nord Italia sulla linea del fronte.
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