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giovedì 18 luglio 2019

Articoli e news Pedro Almodóvar

Nome: Pedro Almodóvar Caballero
69 anni, 25 Settembre 1949 (Bilancia), Ciudad Real (Spagna)

Il regista a Roma con Banderas ed Elena Anaya per presentare il suo nuovo film.

Nella pelle di Almodóvar

Nella pelle di Almodóvar Metti una mattina con Pedro Almodóvar. Caffè e pasticcini in terrazza, un affaccio mozzafiato su Roma, una giornata calda, pigra e clemente. Lui, il Maestro, si presenta puntuale in camicia a fantasia maculata e grandi occhiali da sole che, educatamente, si toglie per salutare la stampa. Lo seguono i suoi attori, il figliol prodigo Antonio Banderas tornato a recitare per lui dopo 20 anni, e la minuta Elena Anaya: ma gli applausi sono tutti per il regista spagnolo. In sala c’è un clima conviviale, quasi familiare, Almodóvar parla a ruota libera: «Fatemi domande in italiano, tanto lo capisco», dice. E poi ci ripensa: «Italiani e spagnoli sono sempre stati sicuri di potersi capire perfettamente, pur parlando lingue diverse. In effetti penso che le relazioni tra i nostri popoli si basino su questo, un eterno misunderstanding». È allegro Almodóvar, anche se il suo La pelle che abito, pellicola inaspettatamente dark passata al Festival di Cannes e al cinema dal 23 settembre, ha diviso la critica. Tanti vorrebbero vederlo tornare alla commedia. Lui ci sta pensando. Ma prima, si capisce, vorrebbe lasciare al pubblico il tempo di «metabolizzare», come dice Banderas, la sua ultima creatura. Che presto arriverà anche in America: «So che questo è un film che sconcerta. Non giudicatelo appena usciti dalla sala. Portatevelo a casa, dormiteci sopra e vedrete che il giorno dopo ne avrete un’impressione diversa. E se non sarà così, non importa. Siate felici lo stesso». Continua »

Il regista spagnolo presenta a Cannes il suo La pelle che abito.

Almodovar e Banderas, la coppia più bella del mondo

Almodovar e Banderas, la coppia più bella del mondo «No nazi, claro que no». A Pedro Almodovar, a Cannes due anni dopo Gli abbracci spezzati, tocca il difficile compito di restituire serenità a un Festival in agitazione da 24 ore per le dichiarazioni su Hitler del collega Von Trier. Anche se in concorso ha portato un thriller, La pelle che abito, «una storia di sopravvivenza in una situazione estrema», la presenza in sala del regista spagnolo è calda e rassicurante, amabile, lontana anni luce dal protagonismo oscuro di molti dei suoi illustri colleghi. Applaudito e amato, è l’autore che mette d’accordo tutti: non scatena tifoserie da stadio, ma nemmeno reazioni violente. Eccentrico quanto basta, con i capelli raccolti in un ciuffo spettinato e una camicia verde pisello, Almodovar è arrivato a Cannes con la “sua” star Antonio Banderas, incantevole cinquantaduenne scoperto negli anni ’80 proprio dal regista spagnolo, che lo volle in pellicole come La legge del desiderio, Donne sull'orlo di una crisi di nervi e Legami!. Era dal 1989 che i due non lavoravano più insieme: «Pedro fa parte della mia vita – dice Banderas - non rappresenta solo l’inizio della mia carriera». L’emozione di ritrovarsi dopo più di vent’anni è tutta nella voce che trema di Banderas, nelle sue parole che suonano autentiche, negli occhi lucidi del regista di nuovo insieme alla sua creatura. Per quanto stucchevole, il trionfo dei buoni sentimenti pare l’unica medicina in grado di salvare il festival dall’avvelenamento.


PEDRO ALMODOVAR

Come è nata l’idea di questa storia?
Dieci anni fa lessi il libro da cui ho tratto il film, uno di quei romanzi che di solito sfogli in aereo e che ti dimentichi quasi subito. E invece in quelle pagine c’era qualcosa che aveva attirato la mia attenzione: il tema della terribile vendetta di un medico. Non tutti gli elementi erano chiari nel libro, per questo nel film ho finito per allontanarmi parecchio dalle pagine scritte.

Perché nel film i suoi personaggi hanno origini brasiliane, e non spagnole?
Perché la loro moralità, selvaggia e priva di etica, non poteva appartenere alla cultura spagnola nella quale io stesso sono cresciuto, tutta basata sui concetti di castigo e peccato.

Si identifica in personaggi così a tinte forti?
No. L’unica cosa che posso avere in comune con il personaggio di Antonio è l’amore per la creazione. Lui in qualche modo è un creatore di vita: crea nuova pelle, nuovi corpi, nuovi organi che possono identificarci e separarci dagli altri. Certo, poi è un personaggio che dal principio si mostra senza scrupoli, un estremo, uno psicotico incapace di calarsi nei panni degli altri. Io non sono cosi. Però amo la creazione, come lui: un regista è quanto c’è di più simile a un dio, può realizzare le proprie fantasie, dare forma alla propria immaginazione. È il massimo del potere che un uomo possa avere. E mi piace.

Perché un thriller?
Nel mio percorso cinematografico ho attraversato generi diversi, e in questo momento il thriller mi pare la chiave migliore per abitare un genere senza per forza escludere gli altri. Per me è fondamentale, visto che sono completamente incapace di rispettare i canoni dei generi. Ma forse non dipende solo da me: non credo che musical, thriller e commedia oggi si possano fare con la stessa innocenza degli anni ‘50. Non so ancora come sarà il mio prossimo film, ma è possibile che sia ancora un thriller.

Si è preparato sul genere? A chi si è ispirato?
Ho studiato tutto quel che è il terrore al cinema. E l’ambito che più mi ha interessato è il thriller anni ’40, alla Fritz Lang; in un primo momento sono stato tentato di far qualcosa di quel tipo, magari un film in bianco e nero e muto, ma la sceneggiatura non si prestava. Ci ho pensato a lungo, però, ed è la prima volta che lo confesso. Chissà se nel futuro....

Altre ispirazioni al di fuori del genere thriller?
Sicuramente Occhi senza volto di Georges Franju, con Alida Valli e Pierre Brasseu. È stato fin dall’inizio nei miei pensieri, mi ha indirizzato verso un terrore senza sangue, escludendo la possibilità di finire nel gore o nello spettacolo brutale.

Nessun riferimento a Frankenstein, quindi?
Sì certo, anche Frankenstein. Ma solo quando ho finito il film mi sono reso conto di debiti e influenze: c’è anche la mitologia greca, il mito di Prometeo, il titano che rubò la luce agli dei per donarla agli uomini, che è anche all’origine di Frankenstein. Nel caso del mio film la luce di Prometeo è la transgenetica: è questa la tecnica che converte Antonio in un titano.

Come si è documentato sulla transgenetica?
Molto mi ha aiutato mio fratello, che per questo motivo compare nei titoli di coda. La transgenetica è qualcosa di cui si parlava molto mentre scrivevo: è una possibilità proibita per la sperimentazione umana ma sviluppata in altri campi, come quello alimentare. Non è realtà, ma nemmeno fantascienza visto che proprio mentre giravamo mi è capitato di leggere un articolo su un laboratorio che lavora alla creazione di pelle artificiale.

Scienza e arte possono comunicare?
Seguono cammini diversi. La scienza può totalmente trasformarci, e un giorno farà sì che quel che oggi intendiamo come umanità diventi un’altra cosa. La scienza ci fa avanzare su una strada di cui non possiamo intuire la fine, anche se io spero che sia una buona fine... La scienza ci aiuta, ma può portarci anche in un abisso di cui nessuno sa nulla. L’arte invece credo che continuerà sempre ad aiutarci, a darci piacere, a farci sopravvivere.


ANTONIO BANDERAS

Com'è stato tornare a lavorare con Almodovar?
Un riconoscimento unico, sono orgoglioso di far parte del suo universo. È come tornare in un paese che conosci, con tutti suoi difetti e le sue qualità, come tornare nella casa dove sei cresciuto. Ho ritrovato con lui anche tanti attori, come Marisa Paredes con la quale ho condiviso tante esperienze e superato barriere, magari senza esserne del tutto coscienti, in film che sono oggi diventati classici del cinema spagnolo. Attori come lei oggi sono diventati modelli per una generazione di interpreti, cresciuti con i loro film: è una grande soddisfazione sapere che anche grazie a loro il nostro cinema ha un futuro roseo davanti a sé.

È cambiato il modo di fare cinema di Almodovar?
Dopo 20 anni, ritrovo la sua stessa capacità di rimanere ostinatamente attaccato al percorso interiore dei suoi personaggi. L’atto creativo per lui non consiste nei trucchi di scena o in artifici pirotecnici, ma nel saper costruire complessi cammini psicologici. È una lezione di cinema fondamentale.

Come hai lavorato a un personaggio così crudele?
Ho fatto un lavoro di grande economia, soprattutto gestuale, interiorizzando tutto il mondo del protagonista. Mai un gesto eclatante davanti alla macchina da presa, come credo di aver fatto spesso in altri film. Qui mi interessava l’apatia del mio personaggio, la sua incapacità di condividere empaticamente il dolore altrui. Ho dovuto lavorare molto sulla sua mostruosa freddezza: stiamo parlando di uno che dice di aver praticato una vaginoplastica come se stesse prescrivendo un’aspirina. Credo che Pedro cercasse questo orrore freddo, la paura che non ti fa saltare sulla sedia, ma ti entra dentro e ti rimane addosso, ti fa riflettere.

Scienza o arte, cos’è più importante per l’uomo?
Credo siano valide entrambe. La scienza sostiene i nostri corpi, l’arte le nostre anime, il cuore. Sono complementari.

   

Almodóvar confeziona un film in cui dichiara tutto il suo amore per la settima arte.

Gli abbracci spezzati: cinema nel cinema

Gli abbracci spezzati: cinema nel cinema Se non fosse stato per l'emicrania, probabilmente Pedro Almodóvar non avrebbe mai iniziato a scrivere Gli abbracci spezzati. "Ho sempre sofferto di forti mal di testa ma sono peggiorato nel 2006 mentre promuovevo Volver", ha raccontato il regista spagnolo che per molto tempo è stato costretto a prendere ogni giorno un cocktail di analgesici per attenuare il dolore. "Sono sicuro che il mio mal di testa sia diventato cronico perché per un lungo periodo ne ho abusato. L'emicrania dà dei segnali prima di irrompere in maniera irrefrenabile, questi segnali io li chiamo 'rumore'. Ho provato a studiarlo per vedere come si sviluppava e il risultato è sempre lo stesso, un dolore acuto che quando diventa insopportabile ti costringe a stare al buio. È una condizione fisica che ti rende particolarmente sensibile e non ti permette di leggere, scrivere o stare al computer o davanti alla tv. Però, nonostante l'emicrania, nell'oscurità potevo pensare e viaggiare con la mente ed è stato nei momenti di maggiore sofferenza che ho iniziato a immaginare la trama di Gli abbracci spezzati.

Tra dramma e commedia, un regista che sullo stupore ha costruito una poetica.

La politica degli autori: Pedro Almodóvar

mercoledì 20 marzo 2013 - Mauro Gervasini da APPROFONDIMENTI

La politica degli autori: Pedro Almodóvar ome ritrovare un vecchio amico che mai più avresti pensato di incontrare ancora. Succede così quando un artista amato in passato, dopo anni di delusioni, rifila un'opera all'altezza della propria storia e per questo sorprende. Il primo sentimento che suscita Gli amanti passeggeri di Pedro Almodóvar, dal 21 marzo nelle sale italiane, è proprio la sorpresa. Niente male per un regista che sullo stupore ha costruito una poetica, e persino uno stile visivo (ammesso che i due concetti non coincidano). Non originalissimo lo spunto narrativo (aereo con a bordo un campionario di varia umanità costretto a girare a vuoto sopra un aeroporto perché in avaria) e forse neanche la metafora (la compagnia di bandiera si chiama Peninsula, e viene da pensare che quel microcosmo forzatamente sospeso nel nulla sia la Spagna stessa) ma l'orchestrazione è di gran classe. Per il ritmo, i dialoghi, le situazioni. Torna folle e bravo il nostro Pedro, dopo il rischio corso con pellicole di pura epidermide ma senza anima, come il recente La pelle che abito (2011), o autoreferenziali e persino un po' statiche come La mala educacion (2004) e Gli abbracci spezzati (2009). Continua »

   

Il quesito è pertinente. Di Pino Farinotti.

L'ultimo Almodóvar: pausa, confusione o declino?

lunedì 26 settembre 2011 - Pino Farinotti da FOCUS

L'ultimo Almodóvar: pausa, confusione o declino? Pedro Almodóvar ha sessant'anni. È un momento decisivo per un artista. Meglio, può esserlo, perché c'è artista e artista, c'è evoluzione e maturazione. Costringere il regista di Calzada de Calatrava nel quadro di qualche definizione, o nel concetto di giudizio più o meno finale, è impossibile e anche avventuroso. Niente e nessuno riuscirà mai a imbrigliarlo. Tuttavia la sua "pelle che abito" –le virgolette sono il piccolo artificio a identificare la vicenda del film con quella dell'autore, meccanismo, in questo caso, naturale, visibile e legittimo- offre la sensazione di una carriera in stallo, ad essere prudenti e generosi. Trattandosi di uno dei più grandi autori del cinema contemporaneo, ecco il perché della prudenza: puoi aspettarti, il mese dopo, un altro scatto da fuoriclasse. Da queste righe emerge preventivamente che l'ultimo film di Almodóvar, presentato a Cannes, non è un ... intoccabile. La critica lo ha accolto in modo diseguale, ci ha chiacchierato sopra naturalmente, dividendosi, felice di dividersi, senza arrivare a una definizione univoca. È un grande film, è buono, è diverso... è brutto? Eccetera. Tuttavia un segnale arriva quando devi stringere, esporti con una sintesi. Nessuna testata ha attribuito alla "pelle" un numero alto di stellette. Grandi chiacchiere del recensore, passi e contrappassi, citazioni e letture, astrazioni, pubblici ministeri e difese e poi... due stellette. La pelle che abito non è un film ricordabile. Spero non venga ricordato, in futuro, come un segnale di declino. Penso a titoli come Tutto su mia madre e Parla con lei. Questo ultimo è molto lontano da quella qualità, non c'è alcun dubbio. Almodóvar naturalmente c'è, ma non nella sua parte migliore e garante. Prevale un eccesso scioccante e morboso. Mancano gli elementi vitali e felici dei momenti belli, la solidarietà, la comprensione, l'indulgenza sempre e comunque. Lo spagnolo si concede la parte meno nobile della sua dotazione. Una caduta.

   

Il cinema autoriale contro l'industria americana e i suoi fragorosi blockbuster.

Quante sorprese sugli schermi europei!

martedì 1 febbraio 2011 - Marzia Gandolfi da APPROFONDIMENTI

Quante sorprese sugli schermi europei! Capitani coraggiosi d’America, autobot allunati, pirati oltre i confini del mare, vampiri all’ultimo atto, piranha e panda in 3D, cowboys e alieni sbarcano sul Vecchio Continente e ‘dichiarano guerra’ al cinema europeo. Quello che nel 2011 imbocca la strada squisitamente autoriale e si fa fortino difensivo contro l’industria americana e i suoi fragorosi blockbuster. A guidarlo con orgoglio e fino all’ultimo respiro sarà Jean-Luc Godard che con Film Socialisme, sinfonia in tre movimenti presentato a Cannes nel 2010 e prossimamente in sala, continua ad interrogarsi su ciò che avviene sullo schermo.

Sir Mike Leigh contro il conformismo americano
L’autorialismo, promosso ieri dalla Nouvelle Vague e incoraggiato oggi da uno dei suoi più celebri e (in)discussi rappresentanti, resiste in Europa contro il conformismo feroce dei prodotti americani e debutta in sala il 4 febbraio con Another Year di sir Mike Leigh. Interpretata da un cast in stato di grazia e capace di esprimere una visione del mondo riconoscibile e commossa, la commedia umana del regista inglese riprende ‘le bugie’, quelle dietro alle quali si nasconde da sempre Mary, segretaria in una clinica, e da cui prova a emanciparla Gerri, psicologa amorevole sposata a un premuroso geologo. Gli affetti speciali di Leigh colmano la solitudine con l’amore e replicano gli effetti speciali di Hollywood, mettendo in schermo relazioni interpersonali con pochi soldi e tanta classe.

L'autorialismo di Almodóvar, Lars von Trier e Wim Wenders
A tornare è poi il (melo)dramma di Almodóvar, che con La piel que habito ritrova Banderas e i suoi topoi (colori, ambienti, personaggi e attori). Liberamente tratto dal romanzo francese “Mygale”, il nuovo film del regista madrileno è, come Volver, una storia tragica e grottesca, abitata e governata questa volta da un eminente chirurgo deciso a vendicare lo stupro della figlia. Archiviato per un attimo lungo un film il potere rigenerativo del femminile, spetterà a un uomo lenire, elaborare, nutrire e ricucire. A minacciare la terra e i filmetti è pure la Melancholia di Lars von Trier, thriller psicologico e catastrofico interpretato da un cast stellare che riconferma Charlotte Gainsbourg e assolda la lunare Kirsten Dunst e l’eroe ‘in tempo reale’ di Kiefer Sutherland. Ostinato da sempre a trasgredire le regole autoimpostesi, l’autore danese immagina un pianeta in rotta di collisione con la terra, che non mancherà di influenzare gli animi dei suoi abitanti. Chiude ‘il sipario’ e debutta sotto il cielo di Berlino (Fuori concorso) Pina di Wim Wenders, film in 3D dedicato alla coreografa tedesca Pina Bausch. A passo di danza, Wenders prova a contrastare i coloni di un cinema dilettantesco e balbettante, riconfermando la produzione europea come luogo di elaborazione complessa del linguaggio cinematografico.

Uno sguardo sul cinema più lieve e popolare
Non di solo autorialismo vive però il cinema europeo che nel rispetto della ‘santità autoriale’ produce un cinema più accessibile, magari senza punte e senza scoperte, magari più lieve e popolare, che non mancherà di trovare un’audience appassionata. Si comincia l’undici febbraio con la commedia sentimentale e francese di Pascal Chaumeil (Il truffacuori), che in una sola settimana dovrà innamorare l’incantevole Vanessa Paradis, sabotando il suo imminente matrimonio. Truffatore di cuori è pure il Bel ami di Robert Pattinson, arrampicatore sociale nel dramma di Declan Donnellan e Nick Ormerod, ispirato al romanzo realista di Guy de Maupassant.

Un'inesauribile riflessione sugli affanni umani
Molte allora le sorprese sugli schermi europei e nel cinema europeo, che inesauribile continua a riflettere sulla malinconica transitorietà degli affanni umani e invece di complicarsi la vita comprando i diritti dell’ultima novità editoriale va direttamente all’origine delle storie e della sua Storia. Vedere per credere.

Numerose star alla premiere di You Wll Meet a Tall Dark Stranger.

Il nuovo film di Woody Allen: il red carpet

lunedì 17 maggio 2010 - Valeria Filippi da GALLERY

Il nuovo film di Woody Allen: il red carpet Sabato sera il tappeto rosso del Festival di Cannes si è popolato di star più o meno luminose per la premiere dell'appludita nuova commedia di Woody Allen, You Will Meet a Tall Dark Stranger. Il cast del film fuori concorso sulla Croisette annovera Naomi Watts, Anthony Hopkins, Antonio Banderas, Josh Brolin, Freida Pinto (lanciata da The Millionaire), la rivelazione Lucy Punch e Gemma Jones.
L'accoglienza è stata positiva sia dentro che fuori la sala, e un contorno di grandi personalità del cinema (su tutti l'affiatata coppia di tante pellicole, Pedro Almodovar e Marisa Paredes) ha impreziosito il red carpet. Dopo la proiezione del film, i divi si sono trasferiti all'ambita festa di Chopard sulla terrazza dell' Hotel Martinez.

Sfilano sul tappeto rosso il cast di Marco Bellocchio e Pedro Almodóvar.

Vincere e Los Abrazos Rotos, il red carpet

mercoledì 20 maggio 2009 - Lisa Meacci da GALLERY

Vincere e Los Abrazos Rotos, il red carpet Ecco alcuni dei personaggi che hanno segnato questa edizione del Festival francese sfilare per l'anteprima dei loro film.
Bellissima e solare come sempre, Penelope Cruz rimane la musa incondizionata di Pedro Almodóvar (e non solo), il quale torna sul red carpet francese per l'ennesima volta portando il film più costoso della sua carriera (dodici milioni di euro). "M'accorgo di fare per la prima volta una dichiarazione d'amore al cinema" ha dichiarato, "E non in una sequenza, ma in tutto il film. Alle sue componenti materiali, alle figure che si agitano sotto o intorno ai riflettori, attori, montatori, narratori, sceneggiatori, per dare vita a intrighi ed emozioni. Ai film come sono fatti, nel momento in cui sono fatti. Un mestiere che dà da vivere non è solo una professione, ma è anche una passione irrazionale».
E poi ci sono loro, Marco Bellocchio e il resto del suo italianissimo cast che comincia un po' a crederci nella vittoria. Accolto da una standing ovation e da lunghissimi applausi alla proiezione di ieri sera, il film pare che abbia conquistato la stampa straniera.

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Dolor y Gloria

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Data uscita: 17/05/2019
Regia di Pedro Almodóvar. Genere Drammatico, produzione Spagna, 2019.

Un regista che non potrà più fare il suo lavoro ripensa al suo passato.

Snow in Benidorm

Regia di Isabel Coixet. Genere Drammatico, produzione Spagna, 2020.
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