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Pedro Almodóvar, la gloria di un Leone d'Oro e i dolori del suo cinema

Il regista spagnolo riceverà un premio alla carriera alla 76. Mostra del Cinema di Venezia, nell'anno dello straordinario Dolor y Gloria.
di Tommaso Tocci

Pedro Almodóvar (Pedro Almodóvar Caballero) (69 anni) 25 settembre 1949, Ciudad Real (Spagna) - Bilancia.
martedì 18 giugno 2019 - Celebrities

L'annuncio della Biennale di Venezia, che in occasione della 76. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica conferirà a Pedro Almodóvar il Leone d'Oro alla carriera, arriva a suggello di un anno speciale per uno dei decani del cinema europeo. Dolor y gloria, il suo ventunesimo film, ha acceso il 2019 e ri-acceso la stella del regista con un'intensità che si credeva perduta.

E il corpo almodovariano, la pelle che abita, rappresenta anche il trofeo conteso, come sempre, tra Cannes e Venezia. La presenza di Dolor y gloria all'ultimo festival francese aveva il sapore dell'inevitabile, più forte anche dei mesi di limbo tra l'uscita sul territorio spagnolo e l'arrivo sulla Croisette - mesi che non hanno fatto altro che gonfiare le aspettative in ottica Palma d'Oro di un film che si raccontava, non a torto, risplendente. Ma la Palma non è arrivata, e ora il pallino è tornato in mano ad Alberto Barbera, le cui mosse sono spesso tracciabili in una danza aggraziata con Thierry Fremaux: uno lascia e l'altro prende, uno chiude e l'altro apre.

In un 2019 marchiato così a fondo dai colori pastello di Almodóvar, l'omaggio di un Leone dorato del Lido rappresenta l'ennesimo correttivo in una dialettica senza fine tra i due festival.
Tommaso Tocci

Pedro, dal canto suo, è mutabile e sornione; il volto è ormai da parecchio associato a Cannes, fin dai tempi dello spartiacque Tutto su mia madre, per arrivare infine ai titoli dell'ultimo decennio, da reticente e venerato maestro, da Volver a Julieta. La sua storia veneziana però corre profonda lungo le radici del primo cinema, quello anni Ottanta e sovversivo di L'indiscreto fascino del peccato e Donne sull'orlo di una crisi di nervi. Per questo motivo il premio alla carriera che riceverà a Settembre trova delle ragioni più sincere nel legarsi a Dolor y gloria, forse anche più sincere di quanto lo sarebbe stato il riconoscimento massimo a Cannes.

Mai come in questo film il regista è riuscito a parlare di sé con tanta disarmante dolcezza. Niente manierismi, niente filtri: è un'opera concava, che si piega docile, ad accusare i colpi del dolore fisico ma anche ad abbracciarsi in una gloria che è più che mai auto-terapeutica piuttosto che effimera. Il Salvador Mallo di Banderas, regista sofferente e in vena di rimembranze, è una simbiosi levigata del suo attore e del suo autore, che comprende gli infiniti livelli della loro storia rimanendo però un corpo unico.

È quindi, forse, la migliore sintesi che potremo mai avere dell'intero universo Almodóvar, e quale momento migliore per celebrarlo con un premio dalla medesima portata storica? Si sa che nulla evoca i timori crepuscolari di un artista come i premi alla carriera e come le sintesi definitive; ma per Pedro che ha imparato a sublimare il dolore, non è più tempo di timori.


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