| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia, Libano, Canada |
| Durata | 102 minuti |
| Regia di | Joana Hadjithomas, Khalil Joreige |
| Attori | Rim Turkhi, Manal Issa, Paloma Vauthier, Clémence Sabbagh, Hassan Akil Isabelle Zighondi. |
| Uscita | giovedì 14 aprile 2022 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Movies Inspired |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,56 su 19 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento mercoledì 13 aprile 2022
Una ragazza scopre l'adolescenza della madre tramite una misteriosa scatola di ricordi. In Italia al Box Office Memory Box ha incassato 25,2 mila euro .
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Alex, ragazza adolescente, vive a Montréal e si appresta a festeggiare la vigilia di Natale con la madre e la nonna. Prima che la serata abbia inizio, un corriere consegna uno scatolone che proviene da Beirut, in Libano, luogo da cui la famiglia di Maia era emigrata decenni prima. Alex è l'unica a mostrarsi curiosa del contenuto, mentre sia la madre che la nonna sembrano non voler scoperchiare questo particolare vaso di Pandora. La curiosità di Alex è però troppo forte e la porterà a scoprire i diari, le registrazioni e le lettere che la madre stessa aveva scritto da ragazza, mentre Beirut veniva dilaniata da una guerra civile e una generazione di ragazzi cercava ugualmente di crescere, divertirsi e amarsi.
Il passato è una terra straniera, ma a volte capita che da quella terra torni indietro qualcosa. L'appassionante melodramma al femminile Memory Box mescola tematiche di nostalgia, memoria e narrazione del sé in una storia che celebra le possibilità di scambio inter-generazionale.
Lo firmano Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, due nomi non noti al grande pubblico ma che garantiscono che Memory Box vada aldilà di un pur ben realizzato racconto a due prospettive tra una madre e una figlia. Nativi anche loro di Beirut, e cresciuti durante il periodo della guerra civile, i due artisti hanno basato un'intera carriera sul mettere insieme i pezzi e i retaggi culturali di un paese attraverso i decenni, utilizzando tecniche sperimentali e documentarie che abbracciano l'intero spettro dell'audiovisivo. Ora finalmente convogliate in un'opera di finzione d'alto profilo, queste esperienze donano ai ricordi di Maia vissuti attraverso gli sguardi furtivi di Alex una dimensione tattile e caleidoscopica oltre che commovente. La giovane Maia (interpretata nella versione anni ottanta da Manal Issa) è costretta a vivere le amicizie spensierate, i balli sulle note di una hit dell'epoca e le prime infatuazioni degli anni adolescenziali con il doppio dell'intensità, affinché reggano il peso di un ambiente familiare gravemente segnato (un fratello già scomparso e un padre che vive nell'angoscia) e di una violenza che invade la città così come lo schermo, che spesso adotta le tecniche del collage per restituire la sensazione di un patchwork emotivo instabile e contraddittorio.
Beirut, luogo che ha fatto dell'instabilità e della contraddizione il suo genius loci, emerge naturalmente tra le pieghe della storia come un'entità quasi spirituale, debitamente omaggiata sul finale di una calda luce solare e di una visione finalmente ritrovata a distanza di decenni. Un elemento ancora più pregnante alla luce dell'esplosione del 2020, a cui è impossibile non pensare durante la sequenza con vista sul porto. Reclamare un passato perduto, mettendo ordine nella memoria pezzo dopo pezzo, diventa un esercizio terapeutico proprio come nel curiosamente coevo Sous le ciel d'Alice di Chloé Mazlo. In entrambi i film c'è un Libano troppo magico per essere catturato da un solo tipo di immagine; serve piuttosto unire le tecniche cinematografiche e raggruppare i ricordi, dei figli scappati come dei genitori che ritornano.
ben riuscito ed emotivamente presente in tutte le scene,riporta alla mente i fatti accaduti ma testimonia al contempo che la vita continua anche nei crocevia impervi delle catastrofi (reali ed emozionali).
I luoghi, la memoria, la distanza. Una scatola proveniente da Beirut ricrea un legame strettissimo tra il presente e il passato. Lì dentro ci sono frammenti della vita di Maia, una donna libanese che è emigrata da molti anni a Montréal assieme alla madre e che ha una figlia adolescente, Alex. Ci sono diari, libri, foto, lettere, nastri registrati.
Non è solo un lungometraggio di finzione ma non è neanche un documentario. Memory Box, attraverso quegli oggetti, rimette a fuoco i ricordi: quelli più felici, quelli più tragici, quelli faticosamente soffocati che però poi ritornano anche dopo molti anni. La componente autobiografica è determinante; il film è infatti è liberamente ispirato alla corrispondenza che Joana Hadjithomas ha avuto dal 1982 (anno in cui è scoppiata la prima guerra del Libano) al 1988 con un’amica che è partita dopo l’inizio del conflitto.
Quando l’ha cominciata, aveva 13 anni. La materia del passato diventa essenziale; ci sono infatti anche i quaderni scritti dalla regista che ha diretto il film assieme al marito Khalil Joreige. I due cineasti libanesi, a cui lo scorso Torino Film Festival ha dedicato una personale completa, hanno spesso fatto un viaggio nel passato della storia del proprio paese e in quella personale nei loro quattro lungometraggi. Ci sono cicatrici mai rimarginate, la sofferenza della lontananza ma anche il legame sanguigno che li riporta dentro Beirut. Alcuni luoghi diventano simboli, come il palazzo che sta per essere demolito del loro primo film, Autour de la maison rose del 1999. Oppure come nella parte finale di Memory Box, c’è il bisogno, fisico ed emotivo insieme, del ritorno a casa come in Je veux voir del 2008 dove i due registi, dopo l’inizio della seconda guerra del Libano del 2006 decidono di partire per Beirut assieme a Catherine Deneuve (che per entrambi rappresenta l’icona del cinema) che incontra il loro attore feticcio, Rabih Mroué.
Memory Box usa il cinema per rimettere a fuoco frammenti della propria vita. Un’immersione che porta dalle parti di Richard Linklater in cui, anche le parti ricostruite, partono sempre da una fortissima componente di vissuto. Se nello straordinario Apollo 10 e mezzo il cineasta statunitense usa l’animazione, i due registi libanesi, come in tutto il loro lavoro, utilizzano tecniche sperimentali, mescolano i formati, creano sovrimpressioni e illusioni visive come quelle delle persone che camminano sul mare. C’è il cinema prima delle origini di Étienne Jules Marey e la fotografia che è una componente decisiva. Dentro ogni scatto, ogni istantanea, come in Antonioni, possono esserci dietro altri dettagli che possono emergere una volta messi in evidenza come in quelle foto sviluppate dal negativo che travolgono di nuovo la vita di Maia.
Memory Box racconta insieme tante storie. Un amore unico e tormentato che esplode in tutta la sua passione in quella scena in moto tra Maia e il suo ragazzo di allora che sembrano fuggire da tutto sullo sfondo dei bombardamenti e degli spari.
Ma soprattutto, lì dentro quella scatola, c’è tutto il film. I flashback arrivano prima dagli oggetti e poi dalle immagini. Ogni cosa che c’è lì dentro ha una vita e si porta i segni del tempo che però è anche una fondamentale testimonianza degli anni ’80 in Libano e dell’adolescenza vissuta da Joana Hadjithomas e Khalil Joreige. Ci sono tutte le passioni. I biglietti del cinema, l’elenco dei film segnati sul diario, da Arancia meccanica a Flashdance, Ghostbusters, Il fantasma del palcoscenico e Laguna blu. E poi le canzoni: Fade to Grey dei Visage e One Way Or Another di Blondie.
Uno spaccato lacerante, soggettivo: la casa, il volto della madre. Un cinema di desideri e tradimenti che usa le immagini e le voci come possibile terapia. Già nella parte iniziale, parla già di legami interrotti, con le chat di Alex separata dalle amiche. Forse non è solo un film. È una confessione che potrebbe anche essere lunghissima ma non ci fa più staccare dallo schermo perché (ci) parla direttamente come se ci si conoscesse da anni.
La questione della memoria è una cosa molto concreta nel cinema di Joana Hadjithomas e Khalil Joreige: non si tratta di sfumature di nostalgia o di languori da tempo perduto, questa coppia di autori libanesi ha costruito la propria identità artistica ed esistenziale sulla ridefinizione del rapporto tra le tracce del tempo e lo stare al mondo, facendone l'obiettivo di una militanza politica ed estetica [...] Vai alla recensione »