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Ultimo aggiornamento lunedì 20 settembre 2021
Nell'agosto del 1961, i giovani membri del Gruppo Speleologico Piemontese, già esploratori di tutte le cavità del Nord Italia, cambiano rotta e puntano al Sud. Il film ha ottenuto 2 candidature e vinto un premio ai Nastri d'Argento, Il film è stato premiato a Venezia, agli European Film Awards, In Italia al Box Office Il buco ha incassato 124 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Nel 1961 un gruppo di speleologi si è addentrato all'interno dell'Abisso di Bifurto, un buco lungo 683 metri nel Parco del Pollino. L'anno prima, al Nord, si completava la costruzione avveniristica del grattacielo Pirelli di Milano, vista dagli abitanti del sud raggruppati davanti allo schermo dell'unico televisore del paese. A quel movimento verticale e ambizioso verso l'alto, poi simbolo del boom economico anni Sessanta, è corrisposto il movimento speculare e contrario verso le viscere della terra compiuto dal gruppo degli speleologi, la cui impresa ha avuto un'eco anch'essa speculare e contraria a quella dei costruttori milanesi: ovvero quasi nulla.
Un decennio dopo Le quattro volte, Michelangelo Frammartino estrae dall'oscurità quell'evento, effettuando un'operazione a lui familiare: quella di far emergere dal buio le immagini.
Fin dalla prima inquadratura de Il buco figure umane e animali si fanno strada conquistando la luce, ovvero il diritto ad esistere cinematograficamente. Per Frammartino l'entrata in scena di uomini e cose è un momento di fondamentale importanza (basti ricordare il parto della capra ne Le quattro volte, che introduceva un personaggio nell'inquadratura senza alcuna intromissione registica), e le anse dell'Abisso si rivelano a noi a poco a poco, lasciando e ritrovando le tenebre.
La profondità cava e il suo vuoto vertiginoso sono evidenziati dall'eco di un richiamo o dalla luce di un foglio che brucia, altrimenti negate alla nostra vista. La cinepresa di Frammartino, che si intrufola all'interno del buco e ci mostra la grana di ogni parete, e il Dolby Atmos, che ci fa percepire ogni respiro degli speleologi in discesa, ci regalano un'esperienza immersiva rendendoci tutt'uno con l'eroica impresa.
Ma non c'è solo l'interno del buco: ci sono anche i grandi spazi esterni, filmati senza alcuna tentazione da National Geographic. Non è infatti l'estetica fine a se stessa a interessare Frammartino, ma la relazione autentica fra gli spazi e gli esseri viventi. Nel pascolo aperto un mandriano governa le sue mucche con richiami che fanno il paio con quelli degli speleologi verso la profondità, e il racconto che lo riguarda è anch'esso speculare (e per certi versi contrario) a quello degli speleologi: sono penetrazioni (e per certi versi profanazioni) reciproche, quella degli speleologi nel territorio del mandriano, quella delle mucche e dei cavalli nel campeggio della spedizione scientifica.
L'Italia dei grattacieli e quella rurale del Sud viaggiano a velocità e in direzioni opposte, ma anche gli scienziati del Nord e i contadini calabresi vivono realtà sfalsate: gli speleologi dormono accanto alla statua di Cristo accostandosi a quel mondo arcaico e credente con pari rispetto ed estraneità, e mentre si addentrano nel mistero della roccia il mandriano li guarda da lontano, lui che è naturalmente capace di mimetizzarsi con il bosco.
Frammartino restituisce tridimensionalità allo schermo scavandolo con la luce, lascia che sia la natura stessa a rivelarsi secondo i suoi ritmi, e che siano i suoi suoni e non i dialoghi a parlare. La "civiltà" ha il volto di un giornalista che si inerpica lungo il Pirellone, o di Kennedy e la Loren che sorridono dalle pagine dei rotocalchi, destinate a bruciare per rendere visibile l'invisibile, o evidenziare il rimosso: che è ciò che fa il cinema, nella sua accezione migliore. Infine Frammartino ci lascia con un quadro bianco, e il mondo termina inghiottito dalla nebbia, prima che dalle luci della sala.
IL BUCO film di Michelangelo Sammartino 2021 Lo spettatore di cinema comune, conoscendo poco del trascorso cinematografico del regista ma, colpito dal premio speciale della giuria alla 78^ mostra di Venezia, si appresta dalle poche voci sul film, all’incontro tra ecologia e natura , studio e salvaguardia ambientale tutti temi attuali , tanto che [...] Vai alla recensione »
Oggi al Lucca Film Festival - Europa Cinema per presentare Il Buco, il film sulla spedizione nell’Abisso del Bifurto condotta nel 1961 da un gruppo di giovani speleologi del Nord Italia (opera con cui ha vinto il Premio Speciale della Giuria alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia) il regista 53enne Michelangelo Frammartino - milanese di nascita, origini orgogliosamente calabresi - non ha ancora esaurito la gioia per un premio «per niente scontato. Trovo che Alberto Barbera (il direttore della Mostra, ndr) e il suo staff siano stati molto coraggiosi a prendermi in concorso».
Era a Cannes in Quinzaine nel 2010, con Le quattro volte. Perché si stupisce?
Perché Il Buco è stato presentato in una sezione meno tutelata di quelle che ho frequentato finora con gli altri film. Ero molto preoccupato. Oggi sono orgoglioso che si sia guadagnato anche il rispetto di chi dal cinema cerca altro.
E adesso? Cambia qualcosa nella sua carriera?
Sarei contento se diventasse più facile fare i film. Anche se devo ammettere che per Il Buco ho trovato una disponibilità che non mi aspettavo. Dicevo: guardate che facciamo un film senza attori, senza musiche e praticamente al buio. Eppure i produttori non hanno avuto timore. Mi auguro che anche i miei progetti futuri possano non soffrire, come è successo per Il Buco. Resto volentieri sul terreno dell’esplorazione, meglio se con più agio.
Le piattaforme hanno già bussato?
Al tempo del mio primo lungo (Il dono, del 2003, ndr), mi arrivarono parecchie proposte indecenti, di cinema e non, che tuttavia non considerai perché non mi sentivo adatto. E quando dici no venti volte, poi smettono di chiedertelo. Al momento le piattaforme non mi hanno contattato. Ma io non ho preclusioni: per esempio lavoro anche in realtà virtuale e aumentata. Non ho paura di cambiare dispositivo. Quello che mi preme è conservare la mia libertà.
Che fa in realtà virtuale?
Ci lavoro con gli studenti (è docente universitario, ndr), rende le lezioni meno fredde e li aiuta a ragionare dentro l’immagine. Per adesso la uso a livello didattico, ma non escludo altre sperimentazioni.
Un film ogni dieci anni. E in mezzo che fa?
Il lavoro su Il Buco è iniziato nel 2016, è stato un viaggio di quasi cinque anni. Ma in mezzo, tra Le Quattro Volte e Il Buco, c’è stato un film che ha richiesto anni di lavoro e che poi non si è più fatto. Doveva chiamarsi Tarda Primavera. Ci ho rinunciato definitivamente nel 2015.
Perché?
La squadra non funzionava bene, anzi era talmente poco efficace che a un certo punto è stato meglio lasciar perdere. Ero sottoterra. Il lato positivo è che Il Buco non esisterebbe se non ci fosse stato quel problema. Non avrei mai avuto, altrimenti, il coraggio di lanciare il sasso tanto in profondità.
Scendere giù nelle cavità della terra mentre tutti, in Italia e nel mondo (è il 1961) puntano a crescere, verticalmente, verso l'alto. Lasciare il Nord industrializzato per visitare un angolo di quel Sud da cui tanti, (non solo) allora, partivano. È un film di "contro-movimenti" Il buco di Michelangelo Frammartino. Che a Venezia ha sfidato altri quattro, competitivi e ben più manistream titoli italiani [...] Vai alla recensione »