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Il buco, Frammartino estrae dall'oscurità un'impresa eroica dimenticata dal tempo

Il regista torna nell'Abisso di Bifurto con un’esperienza immersiva che rende lo spettatore tutt’uno con l'eroica impresa. In Concorso alla 78. Mostra dei Venezia e prossimamente al cinema.
di Paola Casella

sabato 4 settembre 2021 - Mostra di Venezia

Nel 1961 un gruppo di speleologi si è addentrato all'interno dell'Abisso di Bifurto, un buco lungo 683 metri nel Parco del Pollino. L'anno prima, al Nord, si completava la costruzione avveniristica del grattacielo Pirelli di Milano, vista dagli abitanti del sud raggruppati davanti allo schermo dell'unico televisore del paese. A quel movimento verticale e ambizioso verso l'alto, poi simbolo del boom economico anni Sessanta, è corrisposto il movimento speculare e contrario verso le viscere della terra compiuto dal gruppo degli speleologi, la cui impresa ha avuto un'eco anch'essa speculare e contraria a quella dei costruttori milanesi: ovvero quasi nulla.

Un decennio dopo Le quattro volte, Michelangelo Frammartino estrae dall’oscurità quell’evento, effettuando un’operazione a lui familiare: quella di far emergere dal buio le immagini.

Fin dalla prima inquadratura de Il buco figure umane e animali si fanno strada conquistando la luce, ovvero il diritto ad esistere cinematograficamente. Per Frammartino l’entrata in scena di uomini e cose è un momento di fondamentale importanza (basti ricordare il parto della capra ne Le quattro volte, che introduceva un personaggio nell’inquadratura senza alcuna intromissione registica), e le anse dell'Abisso si rivelano a noi a poco a poco, lasciando e ritrovando le tenebre.
 

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