| Titolo originale | Roma |
| Anno | 2018 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Messico, USA |
| Durata | 135 minuti |
| Regia di | Alfonso Cuarón |
| Attori | Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Diego Cortina Autrey Carlos Peralta, Nancy García García, Verónica García, Andy Cortés, Fernando Grediaga, Jorge Antonio Guerrero, José Manuel Guerrero Mendoza, Latin Lover, Zarela Lizbeth Chinolla Arellano, José Luis López Gómez, Edwin Mendoza Ramírez, Clementina Guadarrama, Enoc Leaño, Nicolás Peréz Taylor Félix, Kjartan Halvorsen, Jennifer Armour, Félix Gómez (II), Alejandra Herrera. |
| Uscita | lunedì 3 dicembre 2018 |
| Tag | Da vedere 2018 |
| Distribuzione | Cineteca di Bologna |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,76 su 8 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 aprile 2020
La storia di diverse generazioni di una famiglia durante gli Anni Settanta a Città del Messico. Il film ha ottenuto 10 candidature e vinto 3 Premi Oscar, ha vinto un premio ai David di Donatello, Il film è stato premiato a Venezia, 3 candidature e vinto 2 Golden Globes, 7 candidature e vinto 4 BAFTA, 8 candidature e vinto 4 Critics Choice Award, ha vinto un premio ai Spirit Awards, 1 candidatura a Writers Guild Awards, ha vinto un premio ai Directors Guild, 1 candidatura a Producers Guild, ha vinto un premio ai Goya, a AFI Awards, In Italia al Box Office Roma ha incassato 9,8 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Messico, 1970. Roma è un quartiere medioborghese di Mexico City che affronta una stagione di grande instabilità economico-politica. Cleo è la domestica tuttofare di una famiglia benestante che accudisce marito, moglie, nonna, quattro figli e un cane. Cleo è india, mentre la famiglia che l'ha ingaggiata è di discendenza spagnola e frequenta gringos altolocati. I compiti della giovane domestica non finiscono mai, e passano senza soluzione di continuità dal dare il bacio della buonanotte ai bambini al ripulire la cacca del cane dal cortiletto di ingresso della casa: quello in cui il macchinone comprato dal capofamiglia entra a stento, pestando i suddetti escrementi. Perché nel Messico dei primi anni Settanta tutto coesiste: la nuova ricchezza come la merda degli animali da cortile, il benessere ostentato dei padroni e la schiavitù "di nascita" dei nullatenenti. Tutto convive in un sistema contradditorio ma simbiotico in cui le tensioni sociali non tarderanno a farsi sentire, catapultando il recupero delle terre espropriate in cima all'agenda dei politici in cerca di consensi.
Era dai tempi di Y Tu Mama Tambien che Alfonso Cuaron non girava un film nel suo nativo Messico, e sono trascorsi cinque anni da quando Gravity l'ha definitivamente consacrato al gotha hollywoodiano.
In un bianco e nero pastoso che mescola ricordi nostalgici e denuncia sociale, con Roma Cuaron torna alle proprie radici e racconta il Messico della sua infanzia, nonché il debito di riconoscenza che tutti i figli della borghesia messicana devono alle tate e alle "sguattere" che li hanno cresciuti con amore e devozione. Roma è il suo film più intensamente personale e più provocatoriamente politico, e racconta un intero Paese attraverso il suo frattale minimo, e il più indifeso.
Cleo è un prodigio di efficienza e un contenitore di dolcezza senza fondo, cui attingono senza vergogna e senza scrupoli coloro che hanno avuto la fortuna di nascere in una classe sociale più elevata, e i cui avi hanno contribuito a depredare le risorse del Paese, che appartenevano - quelle sì per diritto di nascita - alla popolazione indigena. In lei si consuma una quieta implosione, quella di essere umano così stanco di spendersi per gli altri che "fare finta di essere morta" le sembra un gioco sorprendentemente piacevole. In aggiunta alla sua condizione di india povera, Cleo è donna: e questo la rende il paria della terra, inferiore persino a quegli uomini nullatenenti che le ronzano intorno, e che imbottigliano energia vitale per la rivoluzione a venire, ma dimenticano la più elementare decenza nei confronti delle proprie compagne. Il ritratto che Cuaron fa di un maschile distruttivo e irresponsabile, contrapposto ad un femminile accuditivo e aperto al cambiamento, collega Roma a Gravity nella convinzione che il futuro sia donna.
In questo mondo in trasformazione (ma non necessariamente direzionato verso un reale progresso) terremoti e incendi cercano di spazzare via il vecchio, mentre i latifondisti imbalsamano le proprie prede e i propri compagni di caccia affinché tutto rimanga uguale, e il loro privilegio resti immutato. Cleo calpesta il fango delle baraccopoli come le maioliche delle case dei ricchi, e continua a dare a piene mani lasciandosi depauperare ogni giorno, e augurandosi silenziosamente la morte per sé e per la sua stirpe (soprattutto se femminile). Ma il miracolo di Roma è trasformare la sua storia nel ritratto di una dignità umana così profonda e inalienabile da metamorfizzare ogni cosa in straziante bellezza.
Cuaron applica la propria consumata maestria tecnica e compositiva ad una storia girata in sequenza in 108 giorni, e interpretata da non attori di rara autenticità. La sequenza su cui scorrono i titoli di testa è già un capolavoro ed enuclea tutta la narrazione a seguire: nello specchio della lisciva con cui Cleo pulisce i pavimenti appare il riflesso dell'aeroplano che porterà via chi può dalla quotidianità degradata del quartiere.
L'autore firma sceneggiatura, montaggio, direzione della fotografia e naturalmente regia, concedendosi piani sequenza e carrellate da grande artista, senza per questo interferire nella linearità essenziale della storia. A tessere il suo grande arazzo ci sono una ricostruzione d'ambiente vertiginosa (di Eugenio Caballero, premio Oscar per Il labirinto del fauno) e un sound design che ci fa avvertire tutti i rumori di fondo, spesso apparentemente provenienti dai lati esterni della sala cinematografica.
Breve nota autobiografica: ho vissuto per diversi anni (dal 1981 al 1985) proprio nella colonia Roma, il quartiere di Città del Messico ritratto nel film di Cuaròn. Era un quartiere residenziale, insidiato dallo sviluppo urbano che lo ha parzialmente snaturato e dalla proliferazione di strade ad altissimo traffico (Insurgentes, Chapultepec, Monterrey) che ne hanno lacerato il tessuto. [...] Vai alla recensione »
Non ci sono molti dubbi sul fatto che il 57enne Alfonso Cuarón sia un regista cinefilo. La sua carriera, invece che diseguale o alterna, rappresenta la tipica filmografia che viene amata dagli intenditori proprio per il nomadismo dei progetti. Oltre al fatto che - secondo molti - appartiene a lui l'episodio più intrigante e gotico della saga di Harry Potter (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban), basti mettere a confronto gli ultimi due film: Gravity e appunto Roma (guarda la video recensione). L'uno è un survival movie in 3D ambientato nello spazio, l'altro è un grande romanzo popolare in bianco e nero narrato negli anni Settanta.
A unirli è una vera e propria "immaginazione melodrammatica" (per citare la categoria fondata dallo studioso Peter Brooks). In Gravity l'atteggiamento veniva svelato dalla formidabile idea di far fluttuare in assenza di gravità una lacrima, che - nella versione tridimensionale - galleggiava di fronte ai nostri occhi, con evidenti intenti metaforici.
In Roma è difficile resistere alla commovente vicenda della domestica Cleo e del suo talvolta ottuso attaccamento alla famiglia che custodisce.
Certo, rispetto ai classici di Douglas Sirk o Delmer Daves, manca la rappresentazione della crudeltà classista che qui, pur evidentemente spiegata a ogni piè sospinto, rischia di essere occultata dall'immedesimazione verso gli sfruttati e la loro generosità. Ma, a parte le letture ideologiche, questo melodramma storico e sociale ha tutte le carte in regola per farsi amare e per ottenere i premi che merita, dopo il Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2018.
C'è, però, qualcosa di più del dato narrativo e della prospettiva storica che il regista messicano adotta (la classica proiezione delle disavventure individuali sullo sfondo politico e degli avvenimenti collettivi). Questo di più è lo stile. Uno stile potente e arioso, fatto di acrobatici e complessi movimenti di macchina, di allusioni ai maestri del cinema messicano del dopoguerra e dei maestri del cinema tout court (con annesse soluzioni felliniane), e un atteggiamento che, prendendo a prestito un anglismo, potremmo definire cinematico.
Il presupposto alla base di Roma è in fondo giusto: perché le storie degli umili e degli ultimi dovrebbero essere mostrate per forza con un realismo paradocumentario? Alfonso Cuarón, regista di film diversissimi, da Y tu mama también a un Harry Potter, per il suo dramma sociale in cui torna al natio Messico, sceglie un luccicante bianco e nero, inquadrature e movimenti di macchina costruitissimi.