Bohemian Rhapsody

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Il mito continua Valutazione 4 stelle su cinque

di Daniele Marsero


Feedback: 605 | altri commenti e recensioni di Daniele Marsero
lunedì 3 dicembre 2018

Un film atteso da tantissimi anni, pensato, ripensato, lavorato e ricomposto numerose volte con l’obiettivo di portare sul grande schermo la vita professionale e privata dei Queen e del suo frontman. Il lavoro di questa pellicola ricorda la costruzione affannosa e magistrale della hit Bohemian Rhapsody, che dà volutamente il titolo al film, quasi a volerne sottolineare la difficoltà dell’impresa. Se da un lato ha avuto un pathos e una gestazione faticosa, con cambio di regia, sceneggiatura e attori, dall’altro l’impegno profuso nel raccontare una storia così complessa c’è.
E’ impossibile inserire in due ore di nastro il travaglio di Mercury e il carisma dei Queen, snocciolare ogni singolo momento di vent’anni di attività, incidere in particolari privati inutili ai fini della conoscenza. I 134 minuti sono sufficienti però a regalare allo spettatore un sommario e ben fatto biopic, al netto di alcune imprecisioni che non cambiano però il senso che si voleva assegnare a quello che rimane un film, una pellicola di celebrazione di una delle più grandi rock band della Storia.
La sceneggiatura finale di McCarten risulta monca, costretto a rinchiudere una sorta di storia magica e complicata in poco spazio e terminandola nel 1985. Il lavoro arduo è però ricompensato da un racconto abbastanza fedele, a tratti lieve e delicato, a tratti solo in superficie ma mai superficiale. La fedeltà cade su alcuni errori evidenti di date, ma che non cambiano l’osservazione generale della pellicola.
La regia di Singer, licenziato a quasi fine riprese, è terminata da Fletcher, che contribuisce in piccola parte: il regista punta a un biopic commerciale e a una ricerca di celebrazione totale, con riprese classiche senza azzardi e con la costante paura dell’errore. Riesce nell’intento e trasporta la sceneggiatura in modo pedissequo. L’ultima parte, forse lo zampino di Fletcher, ha rilanci più energici.
La fotografia di Sigel è perfetta, senza sbavature e intercetta le emozioni nei tempi giusti.
Il montaggio di Ottman segue il regista e forse si poteva fare di più, se non fosse stato impegnato anche alla colonna sonora: le musiche ripensate insieme ai Queen toccano i più grandi successi e fanno sognare.
La scenografia di Haye, interamente ricostruita in modo ostinato e perfetto, viaggia in coppia con i costumi di Julian Day: tutto identico come nella realtà. Il tentativo del trucco di Hounslow è il massimo che si poteva fare sui personaggi ed è ricompensato da alcune angolazioni che fanno venire i brividi per la somiglianza.
Le interpretazioni sono tutte ottime: Ben Hardy, Gwilym Lee, Joseph Mazzello sanno fare il loro lavoro e lo fanno con trasporto, portando una copia meravigliosamente identica dei Queen. Ma la vera star della pellicola è quel tumultuoso sussulto teatrale di Rami Malek che riesce a indossare -in panni stretti- il fisico scultoreo di Mercury, seguendone mosse, cadenze, passi, espressioni e sguardi che lo potrebbero portare immediatamente a un desiderato e meritato Oscar come miglior interpretazione maschile.
Gli ultimi venti minuti del film si ricongiungono ai primi, immergendo lo spettatore in quello che rimane uno degli eventi live più incredibili della storia della musica; al termine le frasi a nero riempiono i sei anni mancanti e mettono alcuni dei puntini sulle “i” che difettavano nel lavoro, lasciando il groppo in gola su The Show Must Go On, quasi a volersi scusare di ciò che non si è potuto concludere.
Quasi a voler dire: il mito continua.

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