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domenica 17 gennaio 2016 - Incontri

"Mi sono affidato all'istinto". DiCaprio a Roma presenta Revenant

L'attore e il regista Iñárritu commentano il film, "un lavoro grandioso, qualcosa di mai realizzato prima". Candidato a 12 premi Oscar, è dal 16 gennaio al cinema.
di Marianna Cappi

Leonardo DiCaprio (Leonardo Wilhelm DiCaprio) (51 anni) 11 novembre 1974, Los Angeles (California USA). Interpreta Hugh Glass nel film di Alejandro G. Iñárritu Revenant - Redivivo.
domenica 17 gennaio 2016 - Incontri

La cornice è quella degli incontri importanti: fan alla porta, check-in per il pass stampa, ritardi inevitabili. D'altronde, Alejandro González Iñárritu e Leonardo DiCaprio non sono due ospiti qualunque, tanto meno oggi, freschi di Golden Globes e di nomination per la conquista delle statuette auree. Nella hall, i giornalisti si scambiano pensieri e pareri, ancora a caldo, perché tra l'incontro di questa tarda mattinata e l'anteprima romana di Revenant - Redivivo si è frapposta solo la notte. Il tempo è poco, ma regista e interprete si mostrano disponibili.

Visivamente il film si caratterizza fortemente come un film di Lubezki. Quanto è stata determinante l'influenza della sua idea di fotografia nel decidere il look del film?
Iñárritu: Fare un film è un processo complesso e interattivo, che coinvolge tantissimi elementi e tutti i reparti. Con "Chivo" lavoriamo insieme da tanto, da quando avevamo vent'anni: abbiamo girato insieme vari corti e poi Birdman, e sono un suo grande fan fin dal primo giorno della nostra conoscenza. Quando lo invito a partecipare ad un mio progetto, la sua collaborazione comincia dalle fondamenta del film, dai miei obiettivi, da cosa cerco di dire emotivamente e narrativamente.
Per entrambi si è trattato, prima di tutto, di un lungo processo di esecuzione di un'idea filosofica, solo in seguito sono intervenute le questioni tecniche e logistiche. Quando abbiamo avuto a disposizione i mezzi tecnici, non abbiamo fatto uno storyboard o dei provini, ma siamo andati a cercare il luogo e abbiamo cercato di coreografare il tutto, di progettare il disegno generale del film. Il suo modo di decidere l'esposizione, la sua conoscenza delle luci e il modo che ha di danzare con gli attori nei suoi movimenti di macchina sono assolutamente eccezionali, ma tutto quello che vedete è stato deciso almeno sei mesi prima delle riprese.

Sull'obiettivo della camera s'imprimono tracce di alito, di neve, di sangue. È un modo per far scavalcare allo spettatore la barriera dello schermo?
DiCaprio: Non voglio sostituirmi ad Alejandro, ma credo che l'intenzione fosse quella di creare un'esperienza estremamente interattiva con il pubblico, viscerale. Le capacità di Alejandro e di "Chivo" hanno dato vita ad un'opera quasi neorealista: ci si fonde con le sensazioni più profonde dei personaggi e col paesaggio come in un docudrama. Non avevo mai preso parte ad un film con tale padronanza del mestiere e con una visione registica così intimamente connessa con il personaggio e l'ambiente.
Iñárritu: Volevo creare la sensazione del documentario, volevo che animali e paesaggi apparissero in tempo reale. Se avessi girato il film cinque anni fa, come avrei dovuto fare, e non avessi girato Birdman e imparato quello che ho imparato, e la tecnologia fosse stata quella disponibile allora, non avrei potuto fare questo film come l'ho fatto adesso. L'importante per me era portare il pubblico lì sul posto e dare l'idea della fisicità, che è centrale. Ho letto un titolo di un articolo che mi piace: "National Leografic". Lo trovo appropriato.

Un Oscar potrebbe aggiungere qualcosa ad una carriera come la sua?
DiCaprio: Siamo stati felici che il nostro film abbia ricevuto in vari settori il riconoscimento delle candidature all'Oscar. Lavorare insieme per un periodo così lungo è stato come fare un viaggio più che un film, è un capitolo della vita, in cui ci siamo impegnati a fondo. L'Oscar non è il motivo per cui faccio film, non ci penso mentro lavoro. Oltretutto, a questo punto è al di là dei nostri sforzi: noi abbiamo fatto il lavoro, sta agli altri, ora, capirlo o meno. Tutto quello che possiamo fare è cercare di far capire al pubblico che un film come questo, un'epopea artistica su larga scala, non è certo facile da finanziare, ma è un lavoro grandioso, qualcosa di mai realizzato prima.

Cosa le ha hanno lasciato questo personaggio e quest'immersione nella natura?
DiCaprio: Siamo partiti con un atteggiamento aperto: la storia di Hugh Glass veniva raccontata attorno al fuoco, parla degli uomini della nuova frontiera, della relazione della specie umana con la natura, come la dominiamo e quali sacrifici ha richiesto, ma anche dell'avidità dell'umanità, che vuole appropriarsi delle risorse a scapito di chi abita la natura.
Stavo facendo un film sul cambiamento climatico, contemporaneamente, e vedere gli effetti di questo cambiamento di prima mano mi ha impressionato: lontano dagli insediamenti urbani, anche un grado di temperatura fa la differenza e trasforma l'ambiente. Credo che il 2015, l'anno più caldo in assoluto, ma anche l'anno in cui finalmente a Parigi le nazioni si sono messe insieme per cercare di fare qualcosa di proattivo riguardo all'ambiente, sia stato un anno simbolico in questo senso. Ora staremo a vedere.

Quali western l'hanno influenzata nel progettare Revenant - Redivivo?
Iñárritu: Più che al western, ideando questo film, pensavo a film come Andrej Rublëv, Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure, Fitzcarraldo, Aguirre, furore di Dio e Apocalypse Now. Sono queste le opere che mi hanno ispirato: film su larga scala che presentano però un aspetto intimo del personaggio e hanno una dimensione spirituale. Il mio è un film che ha a che vedere con un viaggio fisico e spirituale in un tempo in cui il west non esisteva ancora.

Da dove viene il suo personaggio? Come lo ha preparato?
DiCaprio: Non c'erano storici, a quel tempo, che documentassero quello che avveniva in quelle aeree incontaminate, nonostante l'epoca non sia così remota. A disposizione avevo solo le storie dei nativi americani o il diario di qualche esploratore, per cui è stato quasi come fare della fantascienza. In questo genere di diari ho trovato una forte nostalgia per quel mondo feroce ma incontaminato e tanta spiritualità. Poi, sul posto, il personaggio è diventato l'esperienza diretta di tentare di rifare e ripercorrere quello che aveva vissuto il vero Hugh Glass: c'è stata poca preproduzione e tanto affidamento all'istinto.

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