Gran Torino

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Un film di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, Cory Hardrict.
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Azione, durata 116 min. - USA 2008. - Warner Bros Italia uscita venerdì 13 marzo 2009. MYMONETRO Gran Torino * * * 1/2 - valutazione media: 3,60 su 381 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

il lupo solitario incontra il mondo Valutazione 4 stelle su cinque

di (ami)


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domenica 15 marzo 2009

L'ultima variante, testamentaria, del lupo solitario targato Eastwood. Walt Kovalsky, un torvo e razzista veterano della guerra di Corea, assiste al funerale della moglie circondato da una famiglia di superficiali verso cui non si premura di nascondere il proprio disprezzo. Il contatto forzato con i vicini di origine asiatica gli offrirà l'opportunità insperata di uscire dall'isolamento nel quale si era volontariamente rinchuso, ma il ritorno alla vita esigerà un caro prezzo. Walt, vecchio torvo e reazionario, detesta ricambiato la propria famiglia, e dopo la morte della moglie, ammazza il tempo seduto nella veranda della sua villetta con la bandiera a stelle e strisce erta a vessillo contro il sobborgo povero di Detroid abitato da asiatici e neri in cui vive, bofonchiando insulti razzisti e scolandosi una lattina di birra dopo l'altra. Uniche evasioni da quest'assedio autoimposto sono la cura maniacale del giardino e della sua auto d'epoca, una Ford Gran Torino 1972, cimelio e vessillo di un passato idealizzato. Sarà proprio la difesa, fucile alla mano, delle due amate proprietà dagli assalti di una gang di ragazzi asiatici e la protezione della giovane vicina di casa (convincente interpretazione di Ahney Her), da un gruppo di teppisti di colore, a dare una svolta alla triste esistenza del pensionato rendendolo l'eroe del vicinato. Comincia così il progressivo avvicinamento dell'americano di origine polacca, alla famiglia di immigrati Hmong (gruppo etnico originario di un territorio compreso nei confini di Cina, Laos, Vietnam e Tailandia). Diventerà in particolare una figura di riferimento per il giovane Thao (Bee Vang), che privo di riferimenti, rischiava di lasciarsi coinvolgere nella band di teppisti in cui milita suo cugino che gli ha imposto il furto della Gran Torino come rito d'iniziazione. Già a metà del film, Walt, unico bianco incastrato nella festa dei suoi vicini, dopo essere incappato in una serie esilarante di fraintendimenti culturali, comincia a prenderci gusto per giungere ad ammettere a se stesso, fra la sorpresa e lo sconcerto: "Dio... ho più cose in comune con questi cinesi che con la mia marcia famiglia". Così proprio quando con il recupero di Thao e la ritrovata gioia di vivere del protagonista, il film sembra dirigersi pacamente verso un fiducioso assestamento, una svolta tragica imporrà all'ex razzista di mettersi in gioco fino alle estreme conseguenze per difendere la sua nuova famiglia. La lunga carriera del regista, oggi nella sua piena maturità (78 anni), ha descritto una parabola in costante crescita, tanto che una delle più autorevoli riviste internazionali di critica cinematografica si è recentemente chiesta se sia proprio lui, oggi, il più importante regista americano vivente (Sight & Sound, Sept. 08). Lasciamo da parte le classifiche insidiose. Quello che è certo a questo punto, è che Clint Eastwood, regista e attore, è una sicurezza. Non indugiando in spettacolari arditezze formali, sicuri di un rapporto rispettoso ma non servile con la grande tradizione americana, i suoi film diventano sempre più classici cioè essenziali e ambigui (leggi aperti). Così questa piccola storia, che si sviluppa senza fretta e sensa enfasi, prendendosi tutto il tempo nello spazio ristretto di un paio di isolati, ci parla in filigrana di cose grandi e urgenti. Detroid, il luogo cui Walt, ex operio Ford e unico bianco in un vicinato di immigrati, è attacato ostinatamente, non è certo una location qualsiasi. Siamo nella città fantasma, (metà della popolazione degli anni 50), il simbolo stesso della contrazione dell'industria dell'auto, il monumento funebre al modello fordiano di capitalismo di cui gli Usa erano il faro ed il motore. Un luogo termometro di cambiamenti epocali. Kowalsky poi, non è semplicmente un eccentrico reazionario in pensione. La sua faccia, le rughe e lo sguardo di Clint Eastwood, non sono che l'ennesima occorrenza del modello del lupo solitario a più riprese portato in scena in cinquant'anni di carriera. Nel volto arcigno del protagonista, nel suo fronteggiare, fucile alla mano e sguardo glaciale, una banda di adolescenti sbandati per difendere il proprio prato e una famiglia asiatica, non si può non scorgere l'epilogo dell'uomo senza nome dei film di Leone, dell'ispetore Callaghan, del William Munny de Gli Spietati, dell'anziano allenatore di boxe di Million Dollar baby. Attraverso il suo percorso di redenzione, ridiscutiamo l'idea stessa dell'uomo forte e del suo modo di reagire alle offese. Insieme a Eastwood traiamo un bilancio, in un momento di rivolgimenti geo politici e socio economici, su un modo di essere americani, occidentali, su un modo di rapportarsi alle proprie tradizioni e alla proprie radici culturali. Scoprire, che dal suo volontario e rancoroso esilio, quest'archetipo del cinema del XX secolo, trovi all'alba del XXI, un'ennesima, definitiva volta, la forza di fare la cosa giusta e scoprire che la cosa giusta per lui consiste oggi nel varcare la soglia del proprio cortile, non per reagire dente per dente, ma per attirare cristologicamente la violenza su di se, a difesa di un giovane diverso, eletto erede in spregio alla propria famiglia corrotta e al proprio solido tradizionalismo, è un fatto emozionante, e vagamente rassicurante. Il punto è che nonostante descriva il superamento dei pregiudizi di un personaggio emblema di un certo modo, reazionario, fascistoide e violento, di essere Usa, il film non sfocia nel relativismo superficiale e buonistico alla Crash (Paul Haggis 2004), nei modelli cioè in cui chi fa del male è sempre una povera vittima. Nell'universo di Eastwood c'è spazio per le scelte; quando Walt Kowalsky scavalca i propri pregiudizi, non lo fa per sposare un ambiguo agnosticismo, lo fa al contrario per esprimere giudizi. Gran Torino fa del mantenere la capacità critica, una necessità così forte da mettere da parte persino il senso delle radici e della propria identità. Nel rifiuto e nel disprezzo per la cultura dell'usa e getta, per l'opportunismo della vita facile (I familiari di Walt gli regalano prima di proporgli l'ospizio, un assurdo attrezzo afferratutto e un telefono con i tasti enormi), c'è l'orgoglio di rivendicare, fuori da velleità di colonialismo culturale (vedi il dittico Flags from our fathers - Letters from Iwo Jima), l'aspirazione a mettersi in gioco per migliorare il mondo. L'effetto Obama ha avuto forse un ruolo, fatto sta che alla fine non conta più molto la differenza fra americani veri e mangiacani facce di pesce, rimane però, e si rinforza quella fra lupi solitari e cani sciolti.

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