Gran Torino

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Un film di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, Lee Mong Vang, Sarah Neubauer, Doua Moua, Dreama Walker, Brian Haley.
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Azione, durata 116 min. - USA 2008. - Warner Bros Italia uscita venerdì 13 marzo 2009. MYMONETRO Gran Torino * * * 1/2 - valutazione media: 3,60 su 380 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Clint scopre il popolo che aiutò la Cia in Laos e ora vive in USA

di Anna Lombardi Il Venerdì di Repubblica

Nel nuovo film, Eastwood è un veterano di guerra, che odia gli asiatici.
Fino a quando scopre che sono stati loro ad aiutare gli Stati Uniti. Come è successo nella realtà a un'etnia dal passato, e presente, misteriosi.
C’è un popolo asiatico in testa alle classifiche americane. Un popolo antichissimo, che solo negli ultimi trent'anni ha intrecciato la sua storia con quella degli Stati Uniti. A «scoprirlo» è stato Clint Eastwood. Il regista da Oscar di A Million Dollar Baby; torna al cinema di guerra dopo Flags of Our Fathers e Letters from Iwo con un film di cui firma la regia ed è anche protagonista: Gran Torino. È la storia di un veterano della guerra di Corea, Walt Kowalski («Un personaggio che conosco bene» dice Eastwood, «ho combattuto quella guerra anch'io»), un misantropo, che ringhia alla gente («Quando sei vecchio ti viene voglia di farlo»), un vedovo che detesta i suoi avidi figli, un razzista che odia gli asiatici che ieri ha combattuto e oggi hanno cambiato volto al quartiere di Detroit dove lui ha sempre abitato. «Ho dovuto esagerare i modi politicamente scorretti» dice il regista. «Altrimenti non sarebbe stato credibile».
A restituire a Kowalski il piglio del giustiziere è l'amicizia con Ton (Bee Vang) e Sue (Ahney Her), i ragazzini asiatici suoi vicini di casa, finiti nel mirino di una gang del quartiere. Ma anche la passione per una macchina - una Gran Torino del 1912 - che simboleggia la sua vita spesa alla Ford di Detroit e «l'America dì oggi, distrutta dalla crisi». Ma a farlo uscire dall'isolamento sono soprattutto ì valori americani di sempre: la patria e la famiglia. «Valori che H protagonista» spiega Eastwood «scoprirà condivisi dalla comunità che lo circonda e che liti disprezza. Una comunità, quella dei hmong; che ha con gli Stati Uniti legami profondi e oscuri, di cui lui, come la maggior parte degli americani, non sa nulla». Così Eastwood ha voluto che i protagonisti del film fossero davvero hmong e ha arruolato persone che non avevano mai recitato prima.
I hrnong sono un popolo antico, con leggende ambientate in scenari preistorici e glaciali. Vivono nelle regioni montagnose del Sud della Cina, in Vietnam, in Laos e nel Myanmar. Quelli di cuiparla Gran Torino vengono, per la precisione, dal Laos. Emigrati nell'arco di un trentennio per sfuggire alle persecuzioni del crudele «principe rosso» Souphanouvong (il nobile che, dopo essersi messo a capo del Partito comunista laotiano, depose, nel 1975, il re Savang Vatthana) e poi, dei suoi successori. La loro storia è stata raccontata per la prima volta un decennio fa dal reporter americano Roger Warner nel suo Shoothing a t the Moon. The Story of America’s Clandestine War in Laos (Sparando alla luna, storia. della guerra clandestina americana in Laos), un libro che spiega come a decretare la persecuzione dei hmong non fu solo la fedeltà alla deposta famiglia reale, quanto, piuttosto, il fatto che fossero stati al soldo della Cia e avessero combattuto - guidati dal generale Vang Pao - al fianco degli americani contro l'esercito nord-vietnamita,
Il quartier generale dei hmong era a Long Tieng, nordest del Laos. Qui la Cia aveva costruito, nel 1962, una cittadella militare con annessa base aerea, il cui nome in codice era Ls20A, Lima Site 20 Alternate. Qui, gli uomini di Vang Pao erano addestrati da agenti della Cia e da qui partivano per le loro cruente incursioni in Vietnam. Negli anni Sessanta, a Long Tieng risiedevano 300 mila persone, all'80 per cento di etnia hmong. La città era, in pratica, uno Stato nello Stato, con banche, scuole e un piccolo esercito. Quando, nell'aprile del 1975, gli americani lasciarono Saigon, Long Tieng era appena caduta. E i hmong, generale Vang Pao in testa, chiesero di emigrare negli Usa. Ottennero asilo politico in trecentomila e si stabilirono soprattutto a Fresno, a Minneapolis e a Detroit. Altri invece emigrarono in Australia, Francia, Canada e Argentina.
Circa diecimila hmong, che non riuscirono a ottenere asilo politico in Occidente, cercarono invece rifugio in Thailandia: da trent'anni languono nel campo profughi di Huai Nam Khao, al centro del Paese. l pochi rimasti in Laos - si parla di alcune migliaia - vivono prevalentemente nella giungla, da dove conducono una disperata guerriglia antigovernativa, scoordinata dal punto di vista militare, ma sostenuta economicamente da chi è fuggito all'estero. «A tenere uniti hmong della giungla e parenti emigrati» ha scritto Roger Warner su Asia Times «non sono più i legami di sangue, quanto il senso d'abbandono da parte del vecchio alleato. La comunità americana ha scoperto che del sangue versato in difesa dei valori occidentali, negli Stati Uniti si sa poco e nulla. E anzi i hmong sono confusi con il regime comunista».
Così, via telefono (satellitare), da anni è tutto un susseguirsi di complotti, che i hmong sparsi per il mondo tentano di organizzare ai danni del governo laotiana. Qualcuno dev'essersi spinto troppo oltre e, nel 2007, la giustizia americana ha incriminato per terrorismo internazionale dodici hmong, colpevoli di aver finanziato la guerriglia laotiana e di aver fornito armi ai ribelli. Attività proibita, secondo le leggi Usa. «Un'accusa certo sensata» dice Warner, «che però ha creato gravi danni collaterali. Bollando come terroristi alcuni hmong naturalizzatï americani, gli Stati Uniti hanno offerto il fianco alle autorità laotiane, che ora perseguitano con più durezza la comunità rimasta in Patria, donne e bambini compresi. La Thailandia, poi, ha deciso il rimpatrio di centinaia di profughi hmong: rimpatri forzati, secondo Medici senza frontiere. Che ha denunciato la violazione dello status di rifugiato di chi, una volta tornato in Laos, rischia gravi ritorsioni».
Ora il film di Clint Eastwood riassume il complesso dramma dei hmong nelle vicende di una famiglia. Raccontando come, anche per la comunità americana, le cose non vanno poi così bene.
Troppo ancorati ai loro principi morali e culturali e al loro antichissimi rituali, nel mirino della giustizia usa i hmong non finiscono solo per i complotti internazionali, ma anche per la semplice celebrazione dei loro matrimoni. Si sposano infatti a 12,13 anni: dopo aver fatto una sorta di fuga simbolica e aver consumato un rapporto sessuale. A quell'età reato penale, in molti Stati. Quello di famiglia poi, per loro, è un concetto molto allargato. Così, spesso, in un solo appartamento convivono dozzine di persone, con gran fastidio dei vicini. In occasione di celebrazioni importanti, sacrificano animali. Infine, non conoscono il concetto di proprietà privata: e questo, in almeno un caso, ha portato a uno scontro finito con una sparatoria e sei morti (tutti americani).
«Ma l'amore per la patria e il rispetto della famiglia» dice Eastwood «sono valori che i hmong pensavano di condividere cori la società americana e che non avevano esitato a difendere. Una volta qui, hanno pensato che questa terra sarebbe diventata la loro terra. E invece si sono stati rifiutati, proprio come tanti veterani. Il mio film? Un film sull'ostinazione. Ma soprattutto sulla rimozione».
Da Il Venerdì di Repubblica/em>, 13 Marzo 2009

di Anna Lombardi, 13 Marzo 2009

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