Molti hanno adorato In the Mood for Love. Di quei molti, pochi hanno resistito alle trappole concettuali del successivo film diretto da Wong Kar-wai, 2046, preferendo il conforto di riprovare una sensazione antica all’imprevedibilità di un film volutamente oppositivo rispetto al predecessore, ermetico e non lineare dove In the Mood for Love era classico e solenne.
2046 non è un sequel di In the Mood for Love, o forse lo è. Non è neanche un requel – crasi di reboot e sequel in voga dopo Scream 5 e Matrix 4 – ma a volte lo sembra. 2046 è un sogno che si fa cinema, ma che prende il titolo da un incubo, l’anno in cui Hong Kong smetterà anche formalmente di esistere come regione autonoma sul piano amministrativo per diventare Cina a tutti gli effetti. Un avvenimento di cui la storia recente di manifestazioni e repressioni ha già fornito un esaustivo e funesto aperitivo.
Ma 2046 è anche una camera di (un altro) albergo, quella dove (forse) si era consumato l’amore impossibile tra Chow Mo-wan e Su Li-zhen in In the Mood for Love. Anche in 2046 Chow alloggia nella 2046, prima di trasferirsi nella 2047: ma le relazioni con gli inquilini della stanza accanto lo riporteranno sempre indietro, a vecchi rimpianti e infelicità.
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