Inizia la terza parte della rassegna XX secolo – L’invenzione più bella, con nuovi imperdibili appuntamenti in programma al cinema Quattro Fontane di Roma. Fino al 22 febbraio saranno disponibili numerosi titoli di New Hollywood e una ricca selezione di opere di Pietro Germi.
Pino Farinotti comincia da Pietro Germi facendo un excursus dei suoi film più importanti.
Pietro Germi (1914-1974) esce, come molti cineasti italiani, dal Centro Sperimentale di Roma. Il suo mentore è Alessandro Blasetti, autore solido. Da lui Pietro assume una delle sue attitudini primarie, la concretezza, che completa poi con la schiettezza, l’assenza di retorica e, al caso, una certa durezza. Germi fa parte della generazione dei nostri grandi maestri storici. Visconti, De Sica, Rossellini non erano molto più grandi di lui, Fellini era più giovane di sei anni. L’eredità dei primi tre, profeti del nostro realismo che invase il mondo, Germi non la colse. La sua visione era più vicina al grande cinema americano, agli scenari del western e alle atmosfere cupe dei noir. Dunque ispiratori come Ford, De Mille, Hawks con i loro deserti, praterie e fiumi e Huston, Kazan, Siodmak, con le loro storie di gangster metropolitani, che si affrancavano spesso dagli happy end.
Anche nella “commedia” dei Monicelli, Risi e Comencini, figlia del realismo, Germi non si intromise. Cercava di non essere un “ladro di biciclette” o un “solito ignoto”. Tuttavia scovò, progredendo film dopo film quei suoi registri personali espressi con forza: l’attenzione al mondo del lavoro, ai valori semplici del popolo, alla sofferenza, sempre contrastata, per emanciparsi. E poi l’estetica “americana” detta sopra che fa parte del primo periodo del regista. Inoltre un dettaglio non piccolo, Germi era regista e attore. Le possibilità si allargavano, non di poco.
In Gioventù perduta del 1947 Marcello è un reduce che si iscrive all’università e comincia a lavorare nella polizia. Si innamora di Luisa, il cui fratello si rivela ben presto un criminale. Pur riluttante, Marcello è costretto ad occuparsi personalmente di un omicidio commesso proprio dal futuro cognato. Le atmosfere sono quelle di un gangster movie.
In nome della legge (1949) narra di un giovane pretore che si trova in un piccolo centro della Sicilia dominato dalla mafia; tutti lo avversano tranne Paolino, un giovane e onesto lavoratore. Quando, deluso e amareggiato il pretore decide di andarsene, è l’omicidio di Paolino che lo induce a restare per combattere la mafia con tutti i mezzi. Massimo Girotti può certo evocare un Gary Cooper.