Il suo era un cinema attento alla poesia del gesto semplice.
di Pino Farinotti
Era un bergamasco, un lombardo della terra. E quella radice, umile e contadina, con relativa formazione cattolica, sarebbe stata sempre la barra del suo percorso. Certo arricchito dalla sua curiosità, dall'intelligenza e dalla dotazione, che era quella dell'immagine, del documento, e poi del cinema nella sua complessità. Come Fellini, Olmi (1931- 2018) si ferma al liceo, ha voglia di agire, non intende perdere tempo all'università. E così ha modo di mettere alla prova il talento a Milano, dove si trasferisce per iscriversi all'Accademia di Arte Drammatica e per guadagnare qualche soldo che gli permetta di non dipendere dalla famiglia.
Dai primi lavori emerge quello che sarà il suo stile, quello prevalente, l'attenzione al gesto semplice con la sua implicita poesia, al volto dell'uomo della strada con le possibilità di racconto che offre.
Un'indicazione importante di "gesto" semplice, che definisce e magari sublima la ricerca attraverso un modello perfettamente "alla Olmi" è il film E venne un uomo (1965), un racconto dell'apostolato soprattutto della vita di Giovanni XXIII.
Le critiche dell'epoca rilevarono che Olmi si era concentrato sul carattere del papa, la sua bonomia e il modo "popolare" di comunicare, tralasciando quella che fu l'azione religiosa, riformatrice, che avrebbe portato al Concilio Vaticano Secondo perfezionato poi da Paolo Sesto. Ma Olmi non ne fu impressionato, aveva rappresentato ciò che gli stava a cuore, l'umanità di un "uomo", appunto. Col film su papa Roncalli aveva chiuso un ciclo, di realismo "umile", di forte efficacia: titoli come Il tempo si è fermato, storia di due guardiani di una diga, e Il posto, sulle prime esperienze di lavoro di un giovane, nella provincia milanese. Il film, del 1961, ottenne il Premio della Critica a Venezia.
Realismo, poesia, estetica, storia sociale, cultura contadina, ricordi personali: tutto questo si sintetizza in quello che viene definito il capolavoro di Olmi, L'albero degli zoccoli, del 1978. A consolidare la verità di quella vita contadina di fine secolo, il regista applicò il dialetto bergamasco.
La vita di quattro famiglie che lavorano per il padrone diventano un folklore discreto, una ritualità poetica e vitale, non più reperibile, ma anche un segnale di quello che sarà il destino della società italiana che verrà.
Il film vinse la Palma d'oro a Cannes. Alla Palma, dieci anni dopo seguì il Leone d'oro di Venezia attribuito a La leggenda del santo bevitore, tratto dal testo di Joseph Roth, vicenda di un barbone che riceve una somma da un benefattore misterioso, a patto che la restituisca alla chiesa dedicata a Santa Teresa di Lisieux. Ispirandosi "altrove" Olmi rielaborava il suo misticismo. Non usciva comunque da quel suo tema congeniale. Palma d'Oro, Leone d'Oro, i maggiori riconoscimenti europei. Olmi non era intelligenza da Oscar.