La conferma della portata di Jerry Lewis è di uno che conosce bene il cinema, Martin Scorsese, che nel 1983 scelse Lewis come co-protagonista, accanto a De Niro, in Re per una notte. Lewis faceva Jerry Langford, cioè se stesso. E se c'è qualcuno che possieda tutte informazioni e le misure del cinema è proprio Scorsese con le sue ispirazioni confessate dalle grandi scuole, svedese, francese, soprattutto italiana e quella della Hollywood dell'età dell'oro. Se ti dice che Jerry Lewis è uno dei più grandi, forse il più grande, è opportuno credergli.
Dietro c'erano significati, c'erano le cosiddette metafore che colpivano la cultura e la vita americana, là dove poteva essere colpita nelle sue debolezze, la corsa al denaro, al consumo, a un certo tran tran stereotipato, al rapporto fra i sessi, a quello coi media, alla dipendenza dall'analista. Un modello prevalente era il brutto anatroccolo che cerca di essere gradito agli "altri" ma viene allontanato -in questo c'era Charlot. E c'erano altri segnali pregressi, ma soprattutto futuri. Nel suo rapporto con Dean Martin che era il bello e il furbo Jerry era il brutto e lo scemo, e lì c'erano Laurel e Hardy, per l'"analista" sarebbe poi arrivato Woody Allen. Lewis era ebreo e quell'imprinting così forte non poteva che appartenergli, erano poi le regole dei vari Marx, prima, e dei Sellers, Allen, Crystal, Brooks, Wilder dopo.
A molti non piaceva, dicevano, sembra un cartone animato, con quelle smorfie e quelle mosse elementari da guitto. Niente di più sbagliato, e niente di elementare, come ho scritto sopra.