L’idea di osservare una città del Medio Oriente dall’alto, di notte, con personaggi in pericolo protetti dall’oscurità, era già venuta a Gianfranco Rosi con Notturno, film che abbracciava la vasta area musulmana di quella regione e cercava nelle atmosfere rarefatte e nei suoni ovattati l’eco delle violenze della Storia.
I registi israeliani di NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor, in questi giorni sotto attacco nel loro paese dopo la presentazione del film a Venezia, hanno allestito in modo simile le interviste sotto copertura di cui il loro documentario è composto, raccolte dopo un lungo lavoro d’inchiesta: in cima ai palazzi di Tel Aviv, su terrazze protette dall’oscurità della notte e avvolte in un buio che cancella volti e profili.
A cambiare è ovviamente il punto di vista, che non osserva dal di dentro l’Islam, ma il suo nemico storico Israele, in una sorta di controcampo dall’evidente significato politico. Non è un caso, del resto, che la principale accusa mossa ad Abraham e Szor, coppia già al centro di grandi polemiche e altrettanti riconoscimenti internazionali con No Other Land, sia quella di “traditori”.

