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Tokyo, la competizione entra nel vivo

Tra i film presentati ieri in Concorso anche Roukli di Veiko Õunpuu, vincitore del Premio Orizzonti a Venezia 64 con Autumn Ball.
di Paolo Bertolin


sabato 24 ottobre 2015 - Festival

La competizione del 28° Festival Internazionale di Tokyo è entrata nel vivo, con i primi film proiettati per pubblico e stampa. L'avvio è stato decisamente faticoso, con Roukli dell'estone Veiko Õunpuu. Dopo aver vinto il Premio Orizzonti con il suo debutto Autumn Ball, Õunpuu ha diretto un paio di film che non hanno lasciato grandi tracce. Questo suo quarto lungometraggio difficilmente risolleverà le sorti della sua carriera. Si tratta di un'opera pesantemente metaforica, incentrata su un manipolo di personaggi isolati in una campagna remota e non precisamente identificata. Le dinamiche interpersonali vengono velocemente rimpiazzate da un'atmosfera d'assedio e paranoia determinate da inquietanti segnali di un conflitto che avanza a minacciare l'idilliaco paesaggio boschivo. Punteggiato da suggestioni e visibili rimandi al cinema di Tarkovskij, ma forse anche di Béla Tarr, Roukli conferma la ricerca autoriale di forme ricercate e concettualmente pregne da parte di Õunpuu. Il problema è che questo affresco che, ispirandosi dichiaratamente al conflitto in Ucraina, dipinge i timori diffusi e nemmeno tanto sotterranei in vari paesi ex-sovietici soffre di eccessi performativi che pregiudicano l'urgenza e l'impatto della metafora stessa. Dialoghi concettosi, immagini laccate, sonoro ridondante: a troppo inseguire il lirismo, Õunpuu scade in un'affettazione prosaica, se non pedante.

C'è dell'ambizione pure in un film apparentemente più diretto e di fruizione più immediata come il ceco Family Film, diretto dallo sloveno Olmo Omerzu. Si tratta di uno di quei film in cui raccontare troppo della trama rischia di compromettere il piacere della visione. E nella fluidità del racconto, agli antipodi dell'avanzare farraginoso di Roukli, risiede la qualità di Family Film. Diciamo solo che la premessa vede fratello e sorella adolescenti lasciati a casa da soli dai genitori partiti per una vacanza in barca nell'Oceano Indiano, assieme al cane Otto. Ne seguirà tutto quel che ci si può attendere - e molto di più, inclusa (sì, anticipiamolo!) un'avventura da naufrago sull'isola deserta per il cane Otto! Gran parte del materiale maneggiato da Omerzu ha potenziale chiaramente melodrammatico, se non addirittura da soap opera, e a tratti ci si domanda perché il regista non spinga sul pedale dell'eccesso. In tal senso, è un peccato che il film non esplori la dimensione corrosiva, sferzante e persino grottesca di talune situazioni e snodi narrativi. Il realismo a mezzi toni di Omerzu, a conti fatti, funziona, anche nel suo stridente contrasto con l'epopea animale del cane Otto, ma proprio l'incongruità di quest'ultima componente del film dà allo spettatore l'apertura su percorsi più dissonanti e intriganti che non sono stati esplorati.

Tra i diversi omaggi inaugurati in parallelo alla selezione ufficiale, segnaliamo il focus Crosscut Asia, quest'anno dedicato alle Filippine. Il programma prevede un omaggio quasi inevitabile a Brillante Mendoza. Oltre ad un excursus nella sua filmografia come regista, che include il capolavoro Lola (2009) e il recente Taklub (presentato a Cannes in Un certain regard), il tributo prevede anche la prima internazionale di un paio di film da lui prodotti: Balut Country di Paul Sta. Ana e Imbisibol di Lawrence Fajardo. Se il primo è l'edificante parabola di un giovane che torna alle radici per gestire l'allevamento di anatre ereditato dal padre, il secondo rappresenta l'opera più matura di un solido professionista che s'è fatto le ossa nel cinema di genere a basso budget. E Imbisibol è perfetto per una presentazione a Tokyo: Fajardo intreccia infatti attorno ad una donna filippina di mezza età sposata ad un giapponese le storie di diversi immigranti filippini che vivono clandestinamente in Giappone ai quali la donna dà alloggio. La mimesi negli ambienti esterni e negli spazi degli interni, nel linguaggio, verbale e dei corpi, nonché nell'approccio formale, fanno inequivocabilmente di Imbisibol un film deliberatamente giapponese. Senonché, poi, in fratture quasi spiazzanti, l'identità filippina dei personaggi e della mano registica affiora d'improvviso, dando coerentemente visibilità ad un'alterità che, pur dovendosi nascondere, persiste con vivida intensità.

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