Nei prossimi giorni uscirà, primo titolo italiano ad affrontare la calura e la distribuzione estiva, l'ultimo film di Marco Risi, Cha cha cha, che ambienta in una Roma bluastra e notturna, cupa e "diversamente noir", una storia di corruzione e malaffare. Il film ha una dedica, "a Marco Onorato", ovvero a quel direttore della fotografia, scomparso due mesi dopo la fine delle riprese, che ha da ultimo raffigurato una Capitale sospesa, aerea, quasi intangibile, eppure livida e corrosiva, immortalandola con la sua luce inconfondibile ben prima che Sorrentino mettesse il suo cappello barocco sulle volte a cielo aperto di quella stessa Roma, ma lì inventata.
Pochi giorni fa, i membri del David di Donatello hanno scelto proprio Marco Onorato come migliore direttore della fotografia per il film Reality di Matteo Garrone. Una sorta di omaggio postumo, un pizzico retorico e sempre tardivo, ma comunque giusto e importante, tanto più che assolutamente meritato, visto che la straordinaria cinematografia di Reality, fiaba moderna di un Pinocchio credulone che ha scambiato la televisione per il paese dei balocchi.
Non sempre le cronache cinematografiche colgono i segnali e le coincidenze, e questo doppio omaggio a Marco Onorato ci dà l'occasione di citare il mestiere e l'arte di un uomo appartato e di poche parole che, tra l'altro, ha sostenuto la carriera di Matteo Garrone sin dal suo primo corto Silhouette, accompagnandolo in quasi tutte le sue avventure cinematografiche fino a Reality. Ma Onorato è stato anche al fianco di Marco Risi per Fortapàsc, film dalla fotografia mimetica, che restituisce il sapore e l'orrore degli anni Settanta dove trova la morte il giovane giornalista Siani. Non ci sono in giro molti direttori della fotografia dello spessore umano e professionale di Onorato, capaci di tirare fuori la luce da un niente, restituendone il tutto. Basti pensare, ancora una volta, a film come L'imbalsamatore, Gomorra e Reality, quest'ultimo, tanto importante quanto incompreso dalla critica e dal pubblico, vieppiù quello specializzato del David di Donatello che gli ha preferito la migliore quanto anonima offerta di Giuseppe Tornatore, passaggio minore, contrappunto sordo alla magnificenza delle ultime imprese siciliane del regista di Baarìa, anche questo poco compreso.
Che strano è questo Paese, il suo persistente non riconoscere il valore alle cose nel momento in cui si compiono, quando massimo è il loro dialogo con il presente. Ma ad essere osteggiate e lasciate da parte sono proprio quelle esperienze autentiche e complesse, di non facile categorizzazione come Reality che deve pagare lo scotto di aver raccontato agli italiani di cosa sono fatti i loro sogni e del narcisismo che li alimenta. Forse anche per questo motivo ai David è stato dimenticato.