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Miracolo a Sant'Anna: Inside war

Il "miracolo" di Lee riflette sull'identità afroamericana e riconcilia due memorie in un passato condiviso.
di Marzia Gandolfi

Ombre nere
Omar Benson Miller (41 anni) 7 ottobre 1978, Los Angeles (California - USA) - Bilancia. Interpreta Soldato Sam Train nel film di Spike Lee Miracolo a Sant'Anna.

giovedì 2 ottobre 2008 - Approfondimenti

Ombre nere
Giusto o no, Spike Lee lo aveva già fatto in Fa la cosa giusta. Aveva detto di "fottersi" alla stella più splendente di Hollywood, a John Wayne, il grande eroe bianco della mitologia nazionale che cavalcava verso la Frontiera, sbarcava in Normandia e interveniva in Vietnam. Lo aveva fatto indirettamente attraverso le parole dei Public Enemy ("Fight the Power"), che urlavano dentro il ghettoblaster di Radio Raheem. La presenza fisica e le proprietà stabilite di John Wayne sono parte integrante del nostro immaginario, è lui l'uomo e l'attore che Hollywood schiera in difesa dei valori democratici, è lui l'eroe di guerra virile e paterno del Giorno più lungo, che apre il nuovo "miracolo" di Spike Lee. La mitologia bellica (come quella western) si lega alla leggenda di Hollywood, la storia del paese è indissolubile dall'immagine riprodotta sullo schermo, il personaggio del "genere" è sormontato dal divo che lo interpreta, il quale a sua volta fornisce all'eroe che incarna peculiarità proprie. È John Wayne che andiamo a vedere nel Giorno più lungo, non il Tenente Colonnello Benjamin Vandervoort. È la fama dell'attore che si incarica di trasformare l'eroe in una figura esemplare attraverso cui la Nazione possa idealmente rispecchiarsi. John Wayne è un WASP (White Anglo-Saxon Protestant) che pratica il bene, che rispetta la legge, la bandiera e gli uomini. Ed è ancora l'attore hollywodiano a incarnare il secondo conflitto mondiale come scontro tra buoni bianchi (gli alleati) e cattivi bianchi (i nazifascisti), coronato dal tradizionale happy end, il trionfo dei primi sui secondi. Il senso di Miracolo a Sant'Anna è allora già tutto compreso dentro quella prima sequenza, dentro l'appartamento di un reduce nero della Seconda Guerra Mondiale, dentro la televisione che manda in onda Il giorno più lungo e John Wayne alla guida di commilitoni bianchi. Non è naturalmente la costruzione stereotipica dei film ambientati al fronte a preoccupare il regista afroamericano, quanto il semplicismo e la "grande omissione" di quella rappresentazione. Quella era una "guerra giusta" condotta dalla nazione compatta di Franklin D. Roosevelt, gli scopi erano chiari, non potevano esistere sfumature, la nobiltà era dalla parte degli americani. Ma ancora una volta Spike Lee ci dimostra che gli americani vivevano (e vivono) in un mondo in bianco e nero, dove le contrapposizioni erano (e sono) ancora rigide e le ideologie dure a morire. La riflessione sull'identità afroamericana è un processo incessante che passa anche attraverso lo schermo cinematografico. Lee quella cultura l'ha assorbita restituendocela sempre in forma di film. Miracolo a Sant'Anna procede nella direzione delle opere precedenti, verso la (ri)conquista dell'immagine della storia afroamericana e della sua integrazione nell'immaginario della cultura americana. Come nel primo conflitto mondiale, anche nel secondo i black soldier combatterono in unità discriminate, dimostrando il persistente paradosso del doppio regime della cultura a stelle e strisce nella valutazione della libertà e dei diritti in nome dei quali era scesa in guerra e aveva accettato di lottare lontano da casa. Ancora una volta la protagonista del cinema di Lee è la cultura americana multietnica, contraddittoria e divisa, che non si lascia dirimere facilmente. Approdato in Italia, Spike Lee compie un "miracolo" che si riverbera in ambiti extra-cinematografici, costringendo gli interlocutori che fecero quella Storia e sprofondarono, o lambirono soltanto, il massacro di civili di Sant'Anna a fare i conti con se stessi e a dire la verità sulle proprie inconfessabili colpe.

Buffalo Soldier
Erano l'unica divisione di soldati neri della V Armata americana, erano i Buffalo, figli promossi a servire la Patria e la pace dall'intervento politico di Eleanor Roosevelt e dei leader afroamericani. Erano private soldier, sergenti o primi e secondi tenenti agli ordini di ufficiali bianchi, sbarcati sulle nostre coste nel 1944 per contrastare l'avanzata del disciplinato e irriducibile esercito tedesco. Sono loro i protagonisti di Miracolo a Sant'Anna, i rappresentanti dell'ossessione ricorrente e riconoscibile di Spike Lee: mettere a punto la capacità di vedere l'identità nera oltre lo stereotipo. Come Inside Man, Miracolo a Sant'Anna è insieme un film di genere e d'autore. È di genere perché tutto procede come in un war movie: l'arrivo al fronte, il battesimo del fuoco, la rigenerazione attraverso la violenza e il percorso di formazione. I soldati della Divisione Buffalo muoiono uno ad uno nel tentativo di portare a termine una missione, l'attraversamento del Serchio. Scampati in quattro, cercano un significato da opporre allo shock prodotto dal conflitto a fuoco e lo trovano nel volto e nella storia del piccolo Angelo, unico sopravvissuto alla rappresaglia contro i civili di Sant'Anna, frazione di Stazzema. Miracolo a Sant'Anna presenta le costanti stilistiche, la struttura narrativa e le soluzioni riconoscibili di Lee. Il rifiuto del punto di vista unico, la narrazione frammentata, l'alternarsi di registri (drammatico / sentimentale / comico), i monologhi auto-descrittivi e ideologicamente connotati, i movimenti di macchina e l'impiego del colore. Da Fa la cosa giusta a Miracolo a Sant'Anna passando per Inside Man, Spike Lee racconta sempre la storia di un assedio, che rivela, nella durata e negli esiti, paure, conflitti e contraddizioni della nazione che sta raccontando. Nella casa di un vecchio e dispotico fascista convivono sotto pressione personaggi di varia estrazione, il doloroso razzismo "interno" agli afroamericani e l'incapacità degli italiani di colmare la distanza ideologica che li separa. Dentro un conflitto evidente il regista afroamericano inserisce uno scontro latente, recuperando ancora una volta una storia a lungo segregata nei ghetti e provando ad allargare il raggio della sua narrazione. Con Miracolo a Sant'Anna Spike Lee progredisce dal concetto chiuso di comunità a quello plurale di Paese, integrando due memorie in un passato condiviso. Sulle rive di un fiume o davanti all'oceano.

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