Le ultime cose

Un film di Irene Dionisio. Con Fabrizio Falco, Roberto De Francesco, Christina Rosamilia, Alfonso Santagata, Salvatore Cantalupo.
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Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 85 min. - Italia, Francia, Svizzera 2016. - Cinecittà Luce uscita giovedì 29 settembre 2016. MYMONETRO Le ultime cose * * * - - valutazione media: 3,43 su 10 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
Consigliato sì!
3,43/5
MYMONETRO®
Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
 dizionari * * * 1/2 -
 critica * * 1/2 - -
 pubblico * * * * -
Tre semplici storie si intrecciano ai giorni nostri al Banco dei Pegni di Torino, sulla sottile linea del debito morale alla ricerca del proprio riscatto.
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primo piano
Con grande economia di mezzi e di immagini, Dionisio confeziona un film neo-neorealista che racconta la struttura a matrioska della nuova povertà
Paola Casella     * * * 1/2 -

Stefano, un giovane perito, viene assunto dal banco dei pegni per attribuire un prezzo ai beni che la gente non può più permettersi. Il suo capo, Sergio, è un cinico burocrate che gestisce il traffico delle aste attraverso le quali vengono rivenduti gli oggetti impegnati che i proprietari non hanno più potuto riscattare. Michele è un anziano pensionato che non arriva a fine mese e che, per aiutare la famiglia, accetta di dare una mano ad Angelo, uno dei tanti loschi figuri che si aggirano intorno al banco dei pegni per lucrare sulle sventure altrui, dando vita (si fa per dire) a quel mercato nero e a quel sottobosco di malaffare creato dal bisogno. Sandra è una trans costretta ad impegnare una pelliccia per sopravvivere in un mondo che rifiuta la sua nuova identità.
Le ultime cose, lungometraggio di esordio di Irene Dionisio, è un excursus nei gironi infernali del debito ingenerato da anni di crisi economica, e un viaggio lungo quella spirale al ribasso che si sta mangiando la dignità di molti italiani. Con grande economia di mezzi e di immagini, Dionisio racconta la struttura a matrioska della nuova povertà e il sistema di scatole cinesi in cui la maggior parte di noi oggi è rinchiusa, spesso contestualmente vittima e carnefice. Un sistema che la regista riproduce visivamente con inquadrature a cornici concentriche e una scenografia (di Giorgio Barullo) che alterna luoghi asettici e senz'anima a squallidi locali di contrattazione, entrambi immersi in una luce livida che ne accentua il look da obitorio. E le musiche (di Matteo Marini, Gabriele Concas e Peter Anthony Truffa, alias Sweet Life Factory) sottolineano senza invadere la scena la progressione funerea della storia.
Ai pochi facoltosi che affollano le aste, intenzionati ad aumentare il divario economico fra se stessi e il resto della società, corrispondono i molti costretti a vendere le proprie "ultime cose", vestigia di un benessere scomparso e di un'identità sociale tramontata. Una sfilata di morituri in procinto di impegnare il proprio corpo, o anche "solo" la propria anima, non più in grado di attribuire valore alla propria esistenza nella costante percezione di non "dover essere qui", e vulnerabili alla ferita letale dell'umiliazione. Una vetrina di beni non riscattabili, come l'onore, o il rispetto di sé, in un universo grottesco dove il confine fra debito e usura è sempre più labile, sempre più esempio di quell'economia di scala di cui banche, monti dei pegni e strozzini sono i gradini in discesa.
Sergio, il burocrate 50enne (interpretato da Roberto De Francesco con lo sguardo gelido del coccodrillo predatore), e la solerte e soave dirigente del banco dei pegni, agghiacciante nella sua serena efficienza impiegatizia, rappresentano quella parte d'Italia che ha saputo (e voluto) trarre profitto dal tracollo economico dei più. Stefano, Sandra, Michele invece sono la moltitudine di giovani, vecchi e donne sole (spesso con figli a carico) sacrificati ad una recessione che ha assunto proporzioni postbelliche.
È dunque un neo-neorealismo quello di Irene Dionisio, che porta dentro l'eredità dei De Sica e dei Rossellini, ma anche il passaggio che il neorealismo italiano ha compiuto attraverso cinematografie più recenti come quella rumena: a riprova che il racconto di ordinari squallori e di odissee burocratiche che sembrava non riguardarci oggi ci appartiene, cinematograficamente come esistenzialmente. Dionisio ne racconta il quieto strazio con pudore e ciglio asciutto, circoscrivendone nitidamente gli spazi, affrontando tematiche scomode senza concessioni al gusto del pubblico, talvolta attraverso lo sguardo asettico di quelle videocamere che raccolgono acriticamente i passaggi della nostra esistenza quotidiana e se ne interessano solo se testimoniano un crimine compiuto, mai un crimine subìto. La sua regia limpida è una prova di coraggio, va dritta al cuore del problema e di quel pubblico che la saprà seguire, come merita.

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Premi e nomination Le ultime cose

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La miseria sociale ma soprattutto umana

mercoledì 5 ottobre 2016 di Flyanto

"Le Ultime Cose", ovvero gli ultimi oggetti di valore che alcune persone indigenti lasciano al banco dei pegni con la speranza di poterle riscattare in un giorno futuro costituiscono, in pratica, la trama della suddetta pellicola. Ambientata nella città di Torino, appunto presso un banco dei pegni, si intrecciano tre storie parallele: vi è il nuovo impiegato del banco, ingenuo, ancora idealista e che mal sopporta la "spietatezza", la rigidità, nonchè, a volte, anche un certo comportamento "disonesto" continua »

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Gli ultimi ricordi

venerdì 14 ottobre 2016 di Maurizio Meres

In un neorealismo in chiave moderna,ma con una tematica d'indigenza fortemente uguale al dopo guerra,il regista mette in evidenza tutto ciò che la povertà,in un mondo egoistico,indifferente è sempre pronto ad approfittare del più debole,spinge l'essere umano al solo scopo di sopravvivere. Il film è di un realistico che difficilmente trova simili ,bisogna tornare indietro nel tempo per vedere situazioni simili rappresentate cinematograficamente,il bravissimo Dionisio coglie ogni attimo espressivo continua »

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Una metafora sul popolo dell'abisso

domenica 18 dicembre 2016 di

Pur con l’esperienza e lo sguardo asciutto da documentarista la regista, esordiente, rappresenta una metafora del mondo in cui viviamo o forse del mondo come è sempre stato: il Banco dei pegni di Torino diventa il luogo di confine tra chi sta scivolando nell’abisso, aggrappandosi alla speranza di poter risalire, di poter riconquistare  la dignità perduta, riscattando i simboli di una vita che non c’è più, e chi sfrutta cinicamente o con indifferenza continua »

Stefano
"A questa pelliccia manca un bottone: passa al secondo giro…"
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Volete capire davvero la crisi? Provate col Banco dei pegni

di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un giovane inesperto, entrato in una grande organizzazione, subisce l'inevitabile apprendistato. Deve imparare il mestiere, destreggiarsi in un ambiente infido, leggere tra le righe, valutare al primo sguardo le persone che incontra cogliendo al volo rischi e opportunità. Ma soprattutto decidere da che parte stare perché quell'organizzazione non è la mafia o la Cia ma più modestamente - più concretamente - il Banco dei pegni di Torino. E un perito del banco dei pegni, anche se ingenuo come Stefano (un vibrante Fabrizio Falco), ha un potere esorbitante sui disperati che vengono a impegnarsi i valori di famiglia. »

Quante storie tristi al banco dei pegni di una città senza identità

di Paolo D'Agostini La Repubblica

Chissà se l'autrice di Le ultime cose, la trentenne Irene Dionisio (debuttante nella finzione, già realizzatrice di documentari), ha visto quel grande film che era L'uomo del banco dei pegni (1964) di Sidney Lumet con uno strepitoso Rod Steiger. A differenza dell'enfasi allora adottata, qui i toni sono sommessi con un riuscitissimo effetto verità, a dispetto dell'origine, della sollecitazione molto intellettuale di un soggetto che voleva illustrare il tema della crisi. Siamo in una non identificata città con i portici. »

Storie di vite in pegno

di Alessandra Levantesi La Stampa

Documentarista di formazione, la trentenne Irene Dionisio era partita con l'idea di esplorare in quest'ottica di cinema della realtà il microcosmo che ruota intorno agli istituti di pegno della sua città, Torino: dove, a fronte di una consistente folla di persone messe in ginocchio dalla crisi, prolifera la mala erba di piccoli criminali pronti ad approfittare dell'altrui indigenza. Ma, vista la delicatezza della materia, il progetto iniziale si è tradotto in un lungometraggio, Le ultime cose, che sulla base di situazioni vere intreccia alcune storie di finzione. »

di Anna Maria Pasetti Il Fatto Quotidiano

Il neo assunto Stefano capisce subito che lavorare al "banco dei pegni" non è un'occupazione qualunque. Similmente alle corsie ospedaliere pubbliche, chi vi accorre pensa di essere portatore di un diritto speciale, al di là del reale problema di salute. Così chi lascia in pegno un proprio oggetto, per lo più prezioso anche affettivamente, si ritiene creditore con la sorte oltre che vittima di una vergogna colpevole. In un panorama umano come questo, il giovane trova angoli di sopravvivenza al burbero capo e ai propri - necessari - mutamenti. »

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