Una docu-serie che non vuole essere la biografia del "Re dei Paparazzi", ma l'affresco di un Paese che, dagli anni '90 a oggi, ha smesso di distinguere la differenza tra realtà e reality. Espandi ▽
Fabrizio Corona tra pubblico e privato. Nato a Catania nel 1974 e figlio del giornalista Vittorio, autore tra gli altri di “Moda” e tra i creatori di “Studio Aperto”, ha iniziato a lavorare giovanissimo a fianco di Lele Mora. Dagli anni Duemila costruisce la sua fortuna e viene definito il “re dei paparazzi” anche se non ha mai scattato una foto in vita sua. Sempre a caccia di notizie, arriva quasi sempre prima degli altri e “altera la realtà a seconda delle sue esigenze”. Tra le mani ha materiali compromettenti che riguardano celebrità, tra cui popolari personaggi televisivi e calciatori. Nel 2007 viene arrestato in seguito all’inchiesta Vallettopoli con l’accusa di estorsione. Considerato come una specie di ‘nemico pubblico’ da quel momento entra ed esce dal carcere, accumula altre pene per procedimenti legate all’inchiesta di altre vicende. Nasce così il suo personaggio; “ha dovuto uccidere Fabrizio per far nascere Corona”.
Proprio alla fine della miniserie, composta da 5 episodi, Fabrizio Corona, spesso sulla sedia a raccontare alcuni dei momenti più importanti della sua vita, si alza in piedi e si sfoga: “Se mi censurate, me ne vado”. Il suo spettacolo, andato in scena in Fabrizio Corona: io sono notizia. Forse non gli è piaciuto oppure non lo ritiene completo. È l’improvviso colpo di scena. È vero? È recitato per spiazzare ancora una volta lo spettatore?
La miniserie, attraverso il suo personaggio, apre più link. Qualcuno più efficace (Lapo Elkann, Lele Mora, l’avvocato Delfino), qualche altro invece non messo abbastanza a fuoco (Costantino Vitagliano). In più Fabrizio Corona: io sono notizia funziona molto meglio proprio con i suoi materiali (gli appunti) e l’archivio. Decisamente più forzate le ricostruzioni fiction come gli effetti della rissa in carcere o la fuga in Francia in mezzo al gelo.