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Christian Petzold

Christian Petzold è un regista, sceneggiatore, è nato il 14 settembre 1960 a Hilden (Germania).
Nel 2012 ha ricevuto il premio come orso d'argento al Festival di Berlino per il film La scelta di Barbara. Christian Petzold ha oggi 61 anni ed è del segno zodiacale Vergine.

Il cinema dei non redenti

A cura di Fabio Secchi Frau

Lasciar fluire i propri ricordi. Permettere alla storia che si racconta, anche non scritta di proprio pugno, di accoglierli, inglobarli, diventare particolari in una narrazione che vuole una parte di mondo ostile.
Succede con La donna dello scrittore, dove Christian Petzold mette in scena la trasposizione di un libro ambientato nel 1944 ai giorni nostri. Un espediente già usato in altri suoi lavori. Ed è successo anche con La scelta di Barbara, il suo film più riuscito.
Nel primo, le truppe tedesche si stanno avvicinando rapidamente a Parigi e Georg, un rifugiato tedesco, fugge a Marsiglia con i documenti di uno scrittore che si è tolto la vita per paura che i suoi persecutori lo facessero al posto suo. Ma per salvare la propria, Georg ruba la sua identità. Memorizza ogni cosa dell'altro. Eppure, proprio quella vita che sta cercando di proteggere dall'odio potrebbe però essere messa in pericolo dal suo opposto. L'amore. Quello per la misteriosa Marie, che cerca suo marito.
Nel secondo film (coronato da un Orso d'Argento per la miglior regia), una dottoressa della Germania dell'Est, punita per aver tentato di uscire legalmente dal Paese, teme di essere oggetto di indagini da parte della Stasi, forse infiltrata nell'ospedale nella persona del direttore dell'ospedale all'interno del quale lavora da poco. Non si può fidare di nessuno. Ma lei, imperterrita, continua a pianificare la sua fuga. Stavolta, illegalmente.
Sembrerà strano, ma entrambi i titoli hanno molto da raccontare sulla vita di Petzold, sui suoi ricordi o i ricordi della sua famiglia. Storie "fuori luogo" nel senso letterale dell'espressione, sviluppatesi in una Germania che tante, troppe volte, ha dovuto voltare pagina.
Non particolarmente apprezzato dalla critica italiana, Christian Petzold è una figura di spicco della Scuola di Berlino, probabilmente il primo importante collettivo di cineasti tedeschi (Thomas Arslan, Hartmut Bitomsky, Harun Farocki, Angela Schanelec) dai tempi del Nuovo Cinema Tedesco.
Lui si allinea allo stile dei suoi colleghi. Long take, long shot, attori poco conosciuti o non professionisti (Nina Hoss o Roland Zehfeld), scarso uso del suono extradiegetico. Sono solo alcuni degli elementi del loro e del suo cinema. Un cinema che tende tematicamente a trasmettere un costante senso di precarietà esistenziale. Tale e quale a quello vissuto che lui ha vissuto nell'infanzia e nell'adolescenza.
La ricerca di sicurezze e il modo in cui questa offra differenti sfumature alle relazioni personali diventano un'esplorazione per quei personaggi che, nella maggior parte dei suoi film, si incontrano casualmente. È per questo che aree di relax, hotel, auto in movimento si trasformano in locations perfette per conflitti tra interessi della natura più varia. Ed è in questi conflitti che in ognuno dei suoi lungometraggi e film tv si intersecano desideri e ostacoli dei protagonisti. Appartenere a qualcosa, avere una casa, smettere di essere in fuga, migliorare le proprie condizioni sociali, politiche, finanziarie, duellano continuamente con la storia pubblica e privata. La costruzione di una Heimat, una piccola patria, sembra un work in progress che deve essere sempre rimandato per nuove emergenze che richiedono attenzione e costringono i protagonisti a decidere se restare o andare. L'uomo di Petzold è diviso dal suo sogno così come era divisa la Germania prima del 1989. E mentre il ritmo della trama subisce un'accelerazione, i fotogrammi si colorano di una gamma di lussureggianti gradazioni di verdi scuri, blue navy, gialli attenuati, profondi rossi e arancioni. Si evitano volontariamente i toni grigi. Troppo americani. Troppo tipici di una visione hollywoodiana di una Germania Comunista. Una disposizione sfilistica che vuole allontanare l'illuminazione "da guerra fredda" e abbracciare colori presenti in foreste, campagne e spiagge del Mar Baltico, su cui si infrangono le increspate onde artiche. Perchè anche la fotografia è una via di fuga visiva da una rappresentazione stereotipata.
Tutto questo si combina e crea un film firmato da Christian Petzold. Una pellicola che si muove attraverso le proprie riserve psicologiche e quelle sensazioni palpabili che battono sotto la superficie di volti imperturbabili. Non è un cinema imponente, fatto di grandi immagini, ma racconta con alti e bassi quelle che potrebbero essere piccole e insignificanti esistenze fittizie, bruciate nel tentativo di arrivare a più fortunate ambizioni. "Il cinema" del resto e come dirà lui stesso, "è un'enorme collezione di persone non redente".

Studi
Cresciuto ad Haan, Christian Petzold ha svolto il suo servizio civile in un piccolo club cinematografico del locale YMCA. Era il 1979 e, per educare i giovani alla settima arte, aveva proposto un doppio programma consistente di un film di intrattenimento molto leggero e un'opera d'arte cinematografica. Questo lo spingerà a trasferirsi a Berlino nel 1981 e a iniziare a studiare recitazione all'Università Libera della Capitale. Dal 1988 al 1994, frequenterà la Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin. Il suo Tempio. Il luogo nel quale tutte le storie di Petzold prenderanno forma.

La trilogia dei fantasmi
Seduto fra quei banchi, pianifica le sue prime regie televisive e i suoi video (Das warme Geld, Pilotinnen, Cuba Libre e Die Beischlafdiebin), ma inizia anche a scrivere le sue prime sceneggiature cinematografiche, spesso curandone lo sviluppo assieme ad Harun Farocki, che come suo ex insegnante diventa una figura di enorme e importante influenza. A Farocki si deve probabilmente quel realismo e quell'impronta di cinema politico che caratterizzerà la futura filmografia di Petzold. Anche se bisogna ammettere che il tema dello stato intermedio tra la vita e non-vita sarà a lui carissimo. Lo dimostrerà con i suoi primi film. La sicurezza interna, Gespenster e Yella formano la non pianificata "trilogia dei fantasmi". Qui, l'esistenza umana viene sovrapposta metaforicamente a quella spettrale. I "fantasmi" cercano di diventare dei viventi. Concepiscono figli, creano famiglie, tendono alla normalità, ma incontrano irrimediabilmente la tragedia.
Si parte proprio con la Jeanne di La sicurezza interna. Un'introversa adolescente in fuga dalla nascita al seguito dei genitori perchè entrambi terroristi tedeschi riparati in Portogallo. La ragazza conduce una vita passata a voltarsi ossessivamente all'indietro, lasciandosi alle spalle tutto, soprattutto le lacune esistenziali. Jeanne non può partecipare agli innocenti casini dei suoi coetanei. Non ha nemmeno degli amici con cui farli. In più, sente il sempre più pressante bisogno di sentirsi amata. Ma il terrore di essere scoperti e il continuo bracconaggio allontanano sempre di più la prospettiva di una vita comune. Eccoli, dunque, i suoi primi "fantasmi". Entità di una sinistra tedesca sconfitta.
Un ritratto femminile che ha alcuni punti in comune con quello di Yella, protagonista del thriller psicologico omonimo del 2007. Una donna che fugge dall'Est per ricostruirsi una nuova vita al di là dell'Elba, ma che improvvisamente comincia a sospettare di star sognando tutto. Ogni cosa, forse, è frutto della sua mente. La città, la casa, il compagno. Un fantasma consumato dal dubbio e che affronta un'involuzione esistenziale, che però a tratti manca di senso e ragione.

La prima regia teatrale
Dopo il film tv Toter Mann, il lungometraggio Wolfsburg e il già nominato Yella, segue nel 2008 Jerichow, che segna la sua quarta collaborazione con la sua attrice feticcio, Nina Hoss. Il dramma di un soldato che ritorna dall'Afghanistan alle pianure della Germania Nord-orientale e che si impegna in una relazione con una donna sposata, non lascia traccia alla 65° Mostra del Cinema di Venezia. Lui però ottiene la candidatura come miglior regista al German Film Award, ma non vince. Questo perchè, come scriveranno alcuni Jerichow è tutt'altro che una prova d'autore. Malgrado sia ben fatto e recitato e abbia in sé momenti di struggente tristezza, difetta per poco interesse della condizione psicologica dei personaggi e dei loro rapporti. L'approccio da "noir sociale" che molti hanno sottolineato e che si sposa con i problemi della Riunificazione post-muro di Berlino, si sfalda a poco a poco. La tensione delle tre voci principali, che compongono un triangolo maledetto che sa di Il postino suona sempre due volte, non riesce a mantenersi tale. Non c'è passione bruciante che possa dare loro pace. Con o senza amore o sesso, rimangono personaggi disonorati, schiacciati, sporchi, non accettati e spaventati dall'idea che tutti vogliano ingannarli. Un racconto freddo e lineare, forse perfino troppo scivoloso e involontariamente comico, sulla presa di coscienza del proprio fallimento morale. Poi, sebbene abbia lavorato esclusivamente dietro la cinepresa fino ad allora, accetta l'invito del regista ad interim Oliver Reese al Deutsche Theater di Berlino per mettere in scena "Der einsame Weg" di Arthur Schnitzler, ma sempre con la Hoss come protagonista.

La fama
Nel 2010, comincia le riprese di una miniserie cui collabora con i colleghi Dominik Graf e Christoph Hochhäusler: Dreileben (2011). Ma è con il suddetto La scelta di Barbara che festeggia il suo script al Festival di Berlino e riceve ben due candidature al German Film Award (una per la migliore regia e l'altra per la migliore sceneggiatura). Si tratta del film che più di ogni altro risente dell'ombra di Farocki e delle sue teorie sulle immagini del controllo. Ma pur realizzando un film su una brutale situazione politica, si concede il lusso (e a ragione) di ammorbidire la gelida narrazione di una resistenza. La regia è misurata sugli spazi attraverso primi piani e piani medi millimetrati a seconda dell'ambiente. Somiglia a un film di spionaggio, a un thriller, ma non ci sono omicidi. Non ci sono misteri da svelare. C'è solo la stessa oppressione, l'identica ambiguità, il reciproco sospetto e la minaccia di perdere la propria individualità. Un'opera di sottrazione, è stato detto. Dialoghi scarni, penuria di eventi drammatici. Tutto prosciugato. Tutto ellittico. Senza calcare mai la mano, ma sempre suggerendo l'orrore di una dittatura attraverso i suoi riflessi nel quotidiano. L'eroina di questa storia è lontana dai fantasmi di Jeanne e Yella. È spossata dai vagabondaggi campestri, è turbata dalla diffidenza, dal non riuscire più a distinguere verità e bugie o, come ha ben scritto qualcuno "controllori e controllati". Per questi motivi, La scelta di Barbara diventa un film universale. Ha in sé la dialettica politica e psicosociale, grigia e nebulosa, di uno Stato in continua allerta. Il film gira il mondo e accumula lodi. Nina Hoss da attrice semisconosciuta viene invitata a lavorare a Hollywood e, nel 2013, lo stesso Petzold è insignito del Premio Helmut Käutner. L'anno successivo, esce nella sale Il segreto del suo volto, ispirato a un romanzo poliziesco "Le retour des cendres" di Hubert Montheilet. Si parla di Olocausto in una storia che ricorda La donna che visse due volte. Un azzardo che però piace a molti critici cinematografici. Non sono molti i film che narrano della difficile reitegrazione dei "salvati" alle prese con la vigliaccheria familiare, le colpe dei civili, l'immoralità mnemonica di certi sopravvissuti. Forse, il titolo di Petzold più suggestivo e coinvolgente e quello con il quale riesce a sottolineare il suo talento dietro la cinepresa. Vuoi anche per la scelta di giocare con le possibili geometrie del fotogramma, raccogliendo inquadrature da melodrammi e noir. Luoghi cinematografici in cui l'illusione e il disperato bisogno di credere nell'amore salvano ancora qualcosa, qualcuno. Non piacerà a tutti, chiaramente. Troppa illogica e vuota oscurità. Inaspettatamente, dal 2015 al 2016, passa al piccolo schermo di una serie poliziesca: Polizeiruf 110. Una regia puramente tecnica e al servizio di una maggiore fruibilità intrattenitiva che però gli regala tutto il tempo per adattare liberamente il romanzo di Anna Seghers "Transito" in La donna dello scrittore.

Ultimi film

Drammatico, (Germania - 2008), 93 min.
Drammatico, (Germania - 2007), 89 min.
Drammatico, (Germania, Francia - 2004), 85 min.

Focus

APPROFONDIMENTI
mercoledì 13 marzo 2013
Mauro Gervasini

Tra gli anni '60 e '70 del secolo scorso la Germania era al centro dello scenario cinematografico. Registi come Rainer Werner Fassbinder, Edgar Reitz, Alexander Kluge, Margarethe von Trotta, l'ormai dimenticato ma all'epoca osannato come Kubrick (chiedere a Enrico Ghezzi) Hans-Jurgen Syberberg e naturalmente Wim Wenders e Werner Herzog animarono il cosiddetto Nuovo Cinema Tedesco. La cui sigla autoctona era JDF (Junger Deutscher Film) con tanto di manifesto (il Manifesto di Oberhausen) siglato appunto a Oberhausen sede del più antico festival di cortometraggi del mondo

News

Il regista tedesco di La scelta di Barbara adatta un libro ambientato nel 1944 ai giorni nostri.
Un regista dallo sguardo volutamente ambiguo e allusivo.
Il pubblico premia Diaz di Daniele Vicari.
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